Fame di… acqua: Trafori e ninfei della Locride

Dom, 26/07/2020 - 11:30

Se si ha bisogno di acqua per gli orti e giardini ci si rivolge agli addetti che si prodigano con strumenti e cartine geologiche a collocare le macchine per lo scavo di un pozzo. Molti, in verità ricorrono ancora ai sensitivi che col manubrio di legno indagano il terreno nella speranza di venire scossi dalla percezione dell’acqua. Solitamente esso è di legno di salice, ulivo o nocciolo, materiali flessibili e leggeri, in grado di “muoversi” a seconda delle vibrazioni inviate dal rabdomante che avverte delle contrazioni involontarie dei muscoli, specie di quelli delle braccia e il legnetto inizia a muoversi. Nell’antichità l’acqua era molto più semplice cercarla orizzontalmente anziché in verticale. Mi spiego. Scavare un pozzo con il solo uso di strumenti primitivi non era certamente facile, non che non se ne scavassero, ma si limitavano a pozze per la raccolta di qualche scaturigine o per raccogliere acqua piovana. Ma, osservando il territorio in cui si accorgevano esistesse umidità, cominciavano a scavare gallerie anche molto profonde per captare il maggior volume possibile del prezioso liquido. Esistono nella Locride ovunque, e su qualsiasi tipo di terreno posto sul fianco di colline, trafori per la captazione dell’acqua. Vi sono terreni che, pur non nascondendo ricche falde, rendono goccia a goccia a ritmo continuo e alimentano una condotta che riversa in una vasca di contenimento per l’utilizzo al bisogno. Sono convinto che se si facesse un censimento dei trafori nella Locride se ne conterebbero a centinaia, se non a migliaia, tra grandi e piccoli. Solo nel giro di un chilometro dal luogo in cui abito ne conosco una decina. Ma quello che l’uomo contemporaneo, abituato ad avere l’erogazione dell’acqua semplicemente sollevando una leva o svitando la margherita di un rubinetto, non riesce a comprendere, è tutto il rituale legato all’acqua dell’antichità. Nell’area archeologica di Locri Epizefiri vi sono numerosi ninfei, i più studiati sono la Grotta Caruso, ormai crollata, e la Grotta Imperatore, ancora attiva e visibile. L’acqua è un elemento sacro e legato alla vita, alla morte, alla rinascita; essa risana, feconda, purifica e le fonti rupestri diventano dei veri santuari in cui vengono praticati culti legati alle divinità. Le Ninfe (nome greco per figure sacre femminili pre-elleniche) sono legate ai luoghi naturali e selvaggi: i loro santuari non sono templi architettonicamente imponenti, ma fonti d’acqua, boschi sacri, grotte. I ninfei erano i luoghi in cui si attingeva l’acqua, ma anche in cui si praticavano riti di iniziazione, ed erano i luoghi in cui il mondo dei vivi e quello dei morti entravano in comunicazione. Quello che oggi ci interessa evidenziare è che la ricerca dell’acqua e la tecnica di scavare e costruire acquedotti era e resta uno dei metodi più evoluti già da qualche millennio prima di Cristo. Qualche mese fa mi è capitato di visitare, in territorio di Sant’Ilario, un cunicolo di circa cento metri scavato, dopo la metà del secolo scorso, nell’arenaria tenera e che rende una quantità d’acqua tale da permettere la coltivazione di un ampio orto a conduzione familiare. Nel 1980, su indicazione di alcuni ragazzi, che l’avevano casualmente scoperto mentre girovagavano in campagna per razziare frutti su un terreno privato, entrai assieme ad altri, tra cui l’amico artista Salvatore Ciano, in un cunicolo che si rivelò, dopo i primi metri angusti, una galleria perfettamente scalpellata nella tenera roccia e interamente ricoperta da concrezioni che, dopo una quindicina di metri, presenta un portale con arco a sesto acuto che introduce in una sala perfettamente circolare di circa sei metri di diametro, da cui pendono migliaia di piccole stalattiti e frange di concrezioni calcaree con uno straordinario effetto  scenico. Di fronte all’ingresso vi è una piccola nicchia in cui le concrezioni sono più ricche, sicuramente la sorgente principale. Ancora oggi l’acqua che ne scaturisce viene utilizzata per le colture irrigue. Se vogliamo indagare i sistemi di approvvigionamento di due complessi monumentali quali villa Caristo a Stignano o la villa romana di Palazzi di Casignana, ci rendiamo conto che esse sfruttavano l’acqua che arrivava da gallerie di captazione orizzontali. A Stignano, a un centinaio di metri a monte della villa, vi è un antro spazioso in cui avveniva la decantazione dell’acqua proveniente da una profonda galleria attraverso una condotta scalpellata in leggera pendenza sul fianco dello scavo. A Gerace, a metà della via santa Lucia, a destra della galleria ostruita dell’antica via militare, si trova un ampio ninfeo ormai utilizzato a deposito. Sempre a Gerace la fontana di Longobardi è alimentata da una condotta sotterranea, che si addentra per parecchi metri sotto la Piana. Ad Ardore esiste una bellissima fontana seicentesca in contrada Varcima in stato di abbandono totale e che meriterebbe una riabilitazione del posto e una indagine della galleria di adduzione che si sviluppa sotto una strada oggi percorsa da mezzi molto pesanti col rischio di crollo. Sempre ad Ardore, in contrada Varco, un traforo profondo rende un’acqua fluente che, nonostante la residuale venga utilizzata dai proprietari, si perde nel vallone sottostante, e si tratta di un’acqua particolarmente ricca di caolino, corroborante potenziatore delle difese naturali. A Siderno, in contrada Canale, due fontane monumentali alimentate da gallerie orizzontali si trovano purtroppo in stato di degrado. A Martone le fontane vecchie sono ancora alimentate da un traforo sotto l’abitato. A Sant’Agata del Bianco è presente invece la fonte di Aranghia, da cui sgorga freschissima acqua da una galleria. Quasi tutti i centri storici dei nostri borghi accoglievano, e talvolta accolgono, con fontane monumentali alimentate da gallerie di adduzione. Voglio, altresì, ricordare che anche in tempi recenti, quando ancora si apprezzava l’acqua di sorgente, la ex Cassa per il Mezzogiorno realizzò importanti opere di adduzione verticali quali la galleria di Cardito sulla Limina, che si addentra nel ventre della montagna e rende un’ottima acqua e che l’incuria rischia di fare scomparire per effetto di un movimento franoso che ha già inghiottito parte degli edifici per il trattamento di potabilizzazione. A Bregatorto, nel comune di Antonimina, esiste un altro acquedotto composto da due gallerie di 300 e 600 metri da cui sgorga una delle acque più pure e salutari della nostra montagna. Oggi, purtroppo, l’approvvigionamento dell’acqua per il consumo umano avviene per estrazione da pozzi scavati nelle fiumare, e ha bisogno di essere pompata a monte nei serbatoi con grande dispendio di energia elettrica. Gli antichi ci hanno tramandato le tecniche di approvvigionamento e la sacralità dell’acqua e noi sembra che non ne abbiamo memoria, salvo recriminare quando un qualche guasto interrompe l’erogazione dell’acqua di cui siamo tra i più grandi spreconi.

Autore: 
Arturo Rocca
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