Francesco Maria Spanò e la sua Gerace narrata con amore

Dom, 15/12/2019 - 20:30

“Gerace, una delle tre Sottintendenze in cui la Calabria Ulteriore è divisa, è una larga città vescovile, piena di palazzi, bellamente situata, posta su uno stretto margine di roccia… Qui sono le oscure e sgretolate rovine di un massiccio castello normanno… Gerace è di gran lunga il più grandioso luogo come posizione generale e come città che noi abbiamo visitato in Calabria”. Così annota Edward Lear, nel suo “Diario del viaggio a piedi” attraverso i centri più importanti della provincia reggina” nel 1847. Gerace, sorta dalle rovine dell’antica Locri, adagiata su un’amba, a circa cinquecento metri sul livello del mare, circondata da due fiumare, per secoli fu faro di civiltà e di cultura. Nella sua storia millenaria annovera personaggi illustri in ogni ramo del sapere, tra i quali spicca il monaco Barlaam di Seminara, maestro di lingua greca di Francesco Petrarca; ha incoraggiato il suo allievo Leonzio Pilato, anch’egli di Seminara, a tradurre i poemi omerici in lingua latina, così la cultura occidentale ha potuto conoscere Omero. Per molti secoli fu faro di cultura bizantina e poi roccaforte normanna. Nella sua splendida cattedrale, unica in Calabria per stile e bellezza, ha accolto anche l’imperatore Federico II, detto “Stupor Mundi” per le sue eccelse qualità; conservò il rito greco nella liturgia quando ormai le altre diocesi calabre  adottavano quello latino. Nell’età contemporanea vede passare le truppe di Napoleone che tentano persino di segare e trafugare le colonne di marmo della Cattedrale, provenienti dai templi dell’antica Locri e da altri siti Magno-greci. Assistette nel 1847, quasi indifferente, alla fucilazione di cinque giovani patrioti, responsabili di avere organizzato una sommossa antiborbonica, senza spargimento di sangue, nel Distretto di Gerace, in sintonia con quanto avveniva allora in altre parti d’Italia, per ottenere la libertà, genericamente intesa, e l’abbassamento del prezzo del sale, alimento di prima necessità. Questo e altro racconta, nel suo ultimo libro, Francesco Maria Spanò, pubblicista e giurista, direttore delle risorse umane dell’Università Luiss Guido Carli di Roma. Si tratta di un libro scritto, principalmente con amore, da un illustre figlio di Gerace, col contributo di altri affermati geracesi che vivono in Calabria o in altre città italiane o estere, però legati tra di loro da amicizia, in possesso di un grande senso di appartenenza e di un amore smisurato per il luogo natio. Il senso di appartenenza dei geracesi aumenta anche quando le famiglie più illustri della città decidono di rifondare Locri. Ecco come il poeta illetterato Cola Napoli vede la seconda nascita di Locri; “Cu a stu seculu nesciu/vitti grandi novità/na marina bbandunata/mu diventa na città”. Sempre il poeta carrettiere, che quotidianamente col suo carro fa la spola tra Gerace e Locri per trasportare merci e suppellettili, a coloro che lo criticano per i suoi versi, spesso mordaci verso i potenti, o per la vita licenziosa che conduce, risponde con orgoglio: “Sugnu sempi di Jeraci/su di chista dura rocca/cu la guerra e cu la paci/nci rispundu a cui mi tocca”. Il carrettiere–poeta che spesso inveisce contro i “padroni” trova  parole di elogio verso quegli illustri cittadini di Gerace che rifondano Locri e la fanno prosperare. “Pe mbelliri lu paisi/fiumi su di carità/fandu viaggi, fandu spisi/iendu sempri i cca e di glia.” E ancora: “Rinnovar l’antica Locri/che fu strutta tempu fa/nzondi vai senti nu gridu/co paisi avanti va”. Il libro Gerace di Spanò è anche Proustiano, non perché il letterato francese viene citato più volte nel testo; è proustiano perché non è l’io narrante a parlarci di Gerace, ma è la stessa città a mostrarsi gradualmente e meravigliare il lettore con la ricchezza della sua cultura e della storia millenaria, sepolta ancora negli archivi, specialmente vaticani, nonostante i lavori di valenti studiosi locali. Il libro ha ancora un altro grande pregio: è corredato di fotografie che, spesso riproducono beni culturali già noti; su di esse però il lettore trattiene lo sguardo come se le vedesse per la prima volta. Ci sono poi molte foto che riproducono gruppi familiari, luoghi cari ai cittadini di Gerace, memorie civiche o familiari che hanno anche un valore artistico, storico e sociologico notevole. La raccolta delle fotografie è un’opera meritoria e corale; l’Autore ha saputo coinvolgere più persone e gruppi familiari; sono un atto d’amore per la sua città, e, perché no, anche per la propria famiglia. È un libro che parla di storia, di architettura e beni culturali, ma è essenzialmente un libro di memorie, di emozioni. Non mancano le foto di Re e Principi, di scienziati e letterati che hanno nel secolo scorso visitato Gerace con amore; tra i tanti, mi piace ricordare Gerhard Rohfs che  ogni anno amava scendere a Gerace, per godere della bellezza del luogo e insegnare a noi calabresi il nostro dialetto. Spesso il fanciullino di cui parla Pascoli ha il sopravvento sul giurista Spanò e lascia parlare il cuore. Ma non solo Spanò insegue l’onda dei ricordi, a volte lasciandosi quasi travolgere, ma anche gli altri collaboratori del libro non nascondono il loro amore per la Città delle cento chiese. L’attaccamento al luogo natio trasuda specialmente negli interventi di Nicola Gratteri e Anna Larosa. In questa sede non è possibile riportare il ricco contenuto del libro; mi piace ricordare però quella che il giornalista Tonino Condò chiama La primavera di Gerace degli anni settanta. Allora, dice Condò: “le sezioni dei partiti politici non erano ring su cui scontrarsi, offendersi reciprocamente, ma palestre di comportamento di vita, che educavano al confronto, aiutavano a crescere”. In questo contesto Beniamino Fimognari, allora primario del laboratorio analisi dell’ospedale di Locri, diventa sindaco; la Giunta municipale da lui guidata riesce a coniugare lavori pubblici e cultura; Gerace così decolla e diventa una dinamica cittadina moderna. Questa benemerita opera nei riguardi della sua città e il suo stile di uomo corretto e onesto , gli aprono meritatamente le porte del Senato.

Autore: 
Bruno Chinè
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