Gerace Libro Aperto la polemica continua: Il controcanto di Orfeo

Lun, 20/05/2013 - 16:22
Ma se non ci fosse stata la Riviera, qualcuno avrebbe continuato a parlare dell’happening geracese?

Caro Direttore,
tra i più grandi battutisti del XX secolo, i due «nani di strapaese» Mino Maccari e Leo Longanesi erano capaci di fulminare con feroci motteggi anche i loro amici, col risultato di ritrovarseli nemici; appena scemato l’affronto, ricominciavano a sfotterli fino alla successiva levata di scudi. Meglio perdere un amico che una battuta, sosteneva l’antico Quintiliano, copiato dal novecentesco Ennio Flaiano.
Perfino il poeta Cardarelli, che era un ipocondriaco (tanto da indossare un soprabito anche d’estate, come Proust che non si toglieva il pellicciotto nemmeno al ristorante), ogni tanto dai tavolini di un celebre caffè romano o dalla poltroncina di una libreria lanciava varie lepidezze, consegnate alla storia del costume letterario. Ma ne dovette subire a sua volta, soffrendone non poco: nei più lontani anni il giovane Piero Gobetti lo sfotteva e lui di rimando lo chiamava «stercoraro», cioè mangiatore di m…a. Flaiano più tardi ricordò che il pittore Amerigo Bartoli aveva definito Cardarelli «il più grande poeta morente», per le sue fisime di eterno malato. E Cardarelli dal canto suo, ad una signora che gli domandava notizie di Bartoli, aveva risposto alludendo alla piccola statura del pittore: «La notte non può dormire e passeggia nervosamente sotto il letto». Ed eran tutti uomini di mondo, amici colti e ben educati.
Per rendersi antipatico in società è necessaria una adeguata preparazione di stile e di pensiero; soltanto la simpatia s’improvvisa ma è roba di dilettanti. Le battute non devono indurre al pentimento chi le pronuncia.  
Orfeo giustifica talvolta la reazione delle vittime: il suo alter ego conobbe l’anziano Mino Doletti, precursore e decano della critica cinematografica italiana, e ne ebbe una lunga intervista, in cui il vegliardo narrò le sue straordinarie vicissitudini sotto il regime fascista. Doletti aveva l’abitudine di farsi servire a tavola acqua con molto ghiaccio; seduto poco distante l’alter ego di Orfeo non si tenne e sibilò ad un commensale: «Così si conserva meglio…». Lui vecchio sì, ma di udito lungo, gli tolse il saluto. Però, qualche mese dopo, Doletti chiamò il direttore del giornale che aveva pubblicato l’intervista complimentando il redattore per aver riportato fedelmente il suo racconto.
Una battuta sulle «salme che parlano con le salme» ha spinto il simpatico campanelliano Arcidiaco ad assimilare Orfeo (un semplice nome di penna, invece certi altri scolaretti sùbito si son precipitati a cercarlo agli Inferi con sfoggio di mitologia da wikipedia) a un decadente o a un crepuscolare, definendolo per giunta un «intellettuale fascista» (oggidì bisognerebbe adombrarsi soprattutto per la parola «intellettuale», il resto essendo metempsicosi incomprensibile ai nativi post-ideologici. Peraltro, Arcidiaco sbaglia ad evocare le vere Erinni: infatti esse si commossero per le melodie del vero Orfeo). Ma quella battuta di Orfeo sulle salme, per quanto paradossale, non può essere scambiata per metonimia, altrimenti non si potrebbe più parlare tra viventi e resterebbero sul campo solamente i fuochi fatui e i lumini votivi, giusto per rimanere in argomento. E poi, suvvia, rimproverare Orfeo-Giuda per una effusione di cortesia, pare molto azzardato, a meno che non ci si senta come il Maestro nell’Orto degli Ulivi. Conoscendo le inclinazioni culturali di Arcidiaco, più pertinente sarebbe stato il richiamo al piccone che colpì Trotsky. Ma Orfeo non ha mai mirato alla sua testa, sulla cui guancia invece riposiziona un sincero bacio di commiato. Riguardo invece alle unghiette di una giovane pedestre, non è proprio il caso che Orfeo si acconci a fare il manicure alle bambole, come direbbe Bersani.
Il motto mordace è un esercizio di critica libero dal galateo che nel giornalismo è il vestito di cerimonia dell’ipocrisia; è un urto di compiacenza, come una pacca di passaggio, fa barcollare senza abbattere (anche Paola Bottero ha ben distinto polemicamente tra stampatori ed editori calabresi, e nessuno in piazza ha fiatato, perché non è una ingiuria essere impressori; ma non ci si può definire tutti editori e tutti scrittori solo perché la Costituzione riconosce la libertà di pensiero, di stampa e d’impresa).
Si può essere cattivi senza cattiveria, perfidi senza perfidia, come un vaccino che contiene i principi depotenziati del virus: serve a rendere immuni da autodafé e a saper distinguere il proprio peso sulla stadera delle discussioni, delle scritture e delle letture. La critica a volte è un atto di misericordia, a cui per principio non si risponde con una bestemmia.
Infine, tornando a bomba, qui Orfeo conferma che la fiera editoriale di Gerace andrebbe migliorata e vivacizzata (non si può pretendere che la divulgazione culturale, o la produzione libraria, debba essere noiosa e lamentosa e intraducibile e casuale,  o che alla vergine cuccia de le Grazie alunna – aita aita - un Parini redivivo non possa ridare un sonoro calcio). Anche il controcanto di Orfeo è dunque una esortazione alla vita e a continuare nell’impresa meritoria (detto senza ironia) per tutti gli amanti dei libri. Del resto, diceva Mino Maccari, «l’unico modo di incoraggiare l’arte è quello di scoraggiarla».
P.S. Ma se non ci fosse stata La Riviera, qualcuno avrebbe continuato a parlare dell’happening geracese?
 

Autore: 
Orfeo
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