Gerace, non solo chiese!

Dom, 10/05/2020 - 12:30

La cartina topografica di Gerace con, i suoi 29 chilometri quadrati di superficie, disegna una cornucopia che è appesa con il vertice della coda a 952 metri sul livello del mare e, al centro della bocca, mostra la città sui 460 metri sul livello del mare, mentre la sua periferia si assesta tra 70 e 120 metri sul livello del mare. La diversità di altitudini disegna un paesaggio molto vario dal punto di vista ambientale, con microclima compreso tra il rigido e il temperato, permettendo la coesistenza di una vegetazione tipica della macchia mediterranea (Phillirea angustifolia, Pistacia lentiscus, Pistacia terebinthus, Erica arborea, tutti i tipi di Euforbia) con predominanza dell'olivo, varietà Grossa di Gerace, fino ai 500-600 metri, e della quercia da sughero e il leccio nel resto del territorio. La gran parte del territorio è compresa tra le gole della fiumara San Paolo e quelle della fiumara Novito. Le prime sono caratterizzate da rocce erose dall'acqua e dal vento, che hanno lasciato delle vere e proprie sculture che rappresentano un ambiente naturale di grande effetto scenico. La roccia è erosa a pettine in quanto per millenni l'acqua è defluita da un preesistente bacino alimentato oltre che dalla fiumara San Paolo anche dal vallone Manganaria e dalla fiumara Grottelle di Antonimina. La parete di monte Campanaro, dopo il collasso della diga naturale, si è modellata come un ricamo drappiforme o a bassorilievi con artistiche cavità, una vera manna per gli amanti della geologia e degli ambienti naturali incontaminati. Infissa nella roccia di arenaria, resiste una quercia da sughero che un dottore in botanica ha stimato tra i 500 e i 600 anni, vero e proprio monumento vegetale. Appesa a una parete di conglomerato insiste la grotta del Romano di Cavuria, in cui è stato ritrovato un elmo Italico di bronzo (III sec. a.C.). Toponimi significativi sono Cottonera, Badessa, Palombaro, e ivi esistono antichissimi palmenti scavati nella roccia di difficile datazione. Il territorio di Gerace è disseminato di grotte che evidenziano la vocazione cavernicola dei primi abitanti; anche la città alta reca tali testimonianze e rafforza la convinzione che la sua fondazione non sia da attribuire ai Locresi, ma sia precedente. Anche le grotte abitate dai santi monaci bizantini sono numerose, pur essendo molte collassate per lo sfaldamento dell'arenaria e delle rocce sedimentarie, oltre che per il taglio indiscriminato dell’uomo, che l'ha utilizzata come materiale da costruzione. Resiste, quasi intatta, quella di San Jeiunio, sul fianco del monte omonimo, nei pressi di Passo di Ropolà, luogo ideale per creare un parco pubblico naturalistico per la sua valenza sia geologica che paesaggistica e per la flora. Proprio in questo particolare campo non bisogna dimenticare l'importanza del Cirsio rarissimo, Ptilostemon ghaphoides, che vegeta unicamente nell'area del castello normanno, oltre a Stilo, in Cirenaica e a Corfù, come attestato dallo studio della compianta Delia Fimognari Parente. La storia di Gerace ha avuto lo sviluppo contingente perché indirizzata dall'elemento naturale. Dicevamo una cornucopia e, se proviamo a unire i suoi vertici con un tratto, appare un triangolo isoscele con i due lati congruenti e poiché il vertice giace sulla stessa retta del punto medio della base fa da cassa armonica alla città che è ivi collocata. Gerace dalle cento chiese, Gerace paradiso d’Europa e mille altri appellativi certamente meritati, ma se la città alta ha avuto il suo sviluppo storico-artistico è perché il territorio ne ha fatto da corollario, un diamante fa bella figura se risulta montato su un anello o su un diadema che riesce a esaltarlo. Questa è la funzione di tutto il territorio e la svolge egregiamente mostrando a quanti lo frequentano una serie di “meraviglie” cui val la pena di accennare. Credo che arrivare alla città monumentale dopo aver percorso uno dei tanti itinerari che si sviluppano dai lembi estremi del suo territorio sia sicuramente più appagante che non arrivare in auto al parcheggio del castello, visitare Cattedrale, museo, le tre chiese e scendere per una breve sosta alle bombarde prima di andare via. Dal borgo, scendere verso le necropoli di Stefanelli e le grotte di Parrere per poi risalire ed entrare in città attraverso la salita di Mergolo, oppure quella di Santa Lucia per apprezzare la città con un percorso ascensionale in cui la cattedrale e il castello siano la conclusione del cammino, anche spirituale. E poi uscire dalla città attraverso la via della Sederia, una strada scalpellata nella roccia che conduce verso la montagna oppure verso i campi coltivati a grano o, altrimenti, si può scegliere di rasentare tutta l’amba e ritornare al borgo. Dal piazzale del calvario si può andare a visitare la fontana di Francica, una poderosa struttura ad arco che consentiva l’accesso alle bestie da soma che recavano i barili da riempire, la più evidente e sicuramente più moderna di quella originaria oggi in stato di abbandono ma non meno importante. Era questa una delle tre fonti di approvvigionamento idrico della città. Una seconda era la fontana di Longobardi alla Piana, alimentata da una profonda galleria di captazione. La terza, a Scursunale, detta il Pozzetto, anch’essa situata in una profonda galleria scavata nel fianco della collina e che raccoglieva le gocce trasudanti dalle pareti e raccolte da un canale posto nella parte più profonda. Non dimentichiamo monte San Jeiunio una cima alle spalle della città che conserva la grotta dove un monaco bizantino, santo digiunatore da cui il nome, visse in eremitaggio. Val la pena di fare una sosta perché è magico il posto e incantevole la visuale sulla costa. In passato era stato tentato un utilizzo dell’area con gazebo in legno e tavoli e panche ma l’assenza di fontane e la presenza delle mucche al pascolo brado hanno impedito l’uso per il picnic. Un incendio ha cancellato tutto. Proseguendo si raggiunge la cima, camminando all’ombra delle querce da sughero e dei lecci, su cui è infisso un punto trigonometrico (il trigonometrico è un punto ubicato in posizione dominante e visibile da altri punti trigonometrici) del catasto. Qui la visuale è a 360 gradi, con cielo nitido, Montalto a Ovest, Punta Stilo a Est, Monte Scapparone a Sud, Passo del Mercante a Nord. Si può decidere di completare il cammino facendo un anello su un sentiero evidente e tenuto pulito dagli operai di Calabria Verde, non si resta delusi per gli affacci e la varietà di vegetazione. Gerace, dei suoi circa 2.900 ettari di superficie dota il Parco con 2.004 ettari, il 69,80%, ed è ricca di molte emergenze ambientali e una rete di antichi sentieri su cui varrebbe la pena di investire per essere in grado di offrire ai visitatori, ma anche ai locali che spesso non sanno cosa c’è dietro la porta di casa, una gamma di attrattori che non siano concentrati sulla sola città ma su tutto il circondario per dare opportunità di fermarsi e non effettuare visite mordi e fuggi. Naturalmente il territorio è in grado di offrire anche una gamma di prodotti tipici che sono reperibili presso strutture per la ristorazione sparse nelle contrade, oltre che nel centro. Vi sono sparsi nel circondario una serie di palmenti scavati nella roccia, molti di grande valenza storica, come quelli di Cavuria, che da soli sarebbero sufficienti per costituire un strada del vino sia da tavola che passito. Altra strada sarebbe quella dell’olio, la cultivar predominante è la grossa geracese, ottima da tavola e da olio, che ha alimentato e alimenta frantoi disseminati dappertutto, alcuni veramente monumentali. Non solo chiese, allora.

Autore: 
Arturo Rocca
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