Gli “Amici della pineta” e le elezioni politiche del 4 marzo

Dom, 18/02/2018 - 17:40

In vista delle prossime elezioni del 4 marzo, gli “Amici della pineta” avvertono con preoccupazione, le tensioni che affliggono la comunità nazionale, per un confronto tra le forze politiche, ove manca un qualunque progetto da proporre agli elettori, per lo sviluppo democratico del nostro Paese. Preoccupazione la nostra, percepita anche oltre confine, da tutte quelle forze democratiche che si aspettano dall’Italia un valido contributo per la costruzione di una solida e democratica comunità Europea, come delineata nel “manifesto di Ventotene” dai fratelli Rosselli e dai loro compagni di esilio. Un tempo, quando i partiti nel nostro Paese, mantenevano un corretto rapporto di rappresentanza tra cittadini e istituzioni, poteva accadere che si pensasse al giorno delle elezioni come ad un giorno di festa; e la vicenda elettorale appariva come il momento in cui si affermava la sovranità popolare nella scelta per il futuro del Paese.
Non è una novità sapere che i temi politici sono quelli che accendono la passione degli “Amici della pineta”, ove convivono le più diverse opinioni politiche. Una passione così accesa che talvolta crea problemi di convivenza tra i compagni e mette a dura prova l’impegno del presidente Bruno D’Agostino. Problemi che tuttavia il presidente – per il suo carattere tollerante delle diversità – riesce a contenere, anche nei lunghi periodi in cui è lontano, mediante una fitta corrispondenza telefonica con gli amici, sottolineando soprattutto, il valore dell’amicizia come legame che favorisce lo sviluppo della coscienza civile e democratica dei cittadini.
A questo confronto civile e politico degli “Amici della pineta” è rivolta anche l’attenzione de «La Riviera» divenuta bandiera dello sviluppo, della crescita civile e democratica della città, del territorio della locride, e non solo, per l’impegno generoso del suo editore Rosario Condarcuri e dei suoi collaboratori che ravvisano nelle motivazioni degli “Amici della pineta”, il legame con una traduzione storica di lotte culturali e politiche – a cui si legavano anche “gli amici del palo”- che nel dopoguerra hanno fatto della nostra città il faro, il punto di riferimento di tutte le forze di rinnovamento democratiche e progressiste della locride.
Oggi, difronte al dilagare delle manifestazioni nazifasciste sulle piazze d’Italia, è deprimente assistere all’appiattimento delle varie forze politiche in competizione su temi di particolare interessi elettorali, senza alcun riferimento al nostro futuro, al nostro passato; particolarmente alla nostra storia più recente. In questi ultimi anni – si è smarrito il nesso con la Resistenza che ci ha portati alla riconquista della democrazia alla nascita della Repubblica, alla Costituzione “più bella del mondo”. Quella Costituzione che oggi – come se fosse un documento piovuto dal cielo, ognuno può tirare dalla sua parte; persino a giustificare la xenofobia, il razzismo dei peggiori rigurgiti neo-fascisti sulla «razza bianca».
Difronte a questi fatti, vien proprio la voglia di ricordare le parole di Piero Calamandrei rivolte ai giovani, a tutti gli italiani, a tutti noi: se volete conoscere le origini della nostra Costituzione, andate sui monti dove sono caduti i partigiani, ovunque sono caduti italiani per ridare la libertà e la Costituzione al nostro Paese. E, ancora: come non ricordare chi è andato sui monti a combattere nella bande partigiane, come Giorgio Bocca, che scrive nella sua «Storia della Resistenza» della forza e la tenacia dei partigiani che non avrebbero potuto affrontare la macchina bellica tedesca, se non avessero avuto alle loro spalle, il sostegno di una popolazione che voleva liberarsi dallo straniero e dalla tirannide, mentre che fascisti di salò si sentivano «stranieri in patria» lo dicevano nelle loro canzoni: «le donne non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera»  dai suoi locche fascisti: «È stato quel sentimento di liberazione a dar vita alla carta costituzionale» - «nessuno è in grado di misurare – scrive ancora Bocca- i limiti che ha posto la Resistenza all’azione delle forze armate tedesche». Basta solo pensare all’impossibilità cui si son trovati difronte i tedeschi, durante la guerra, quando avevano ideato il piano di spostare le loro forze armate dislocate nel centro Europa, verso la Francia, per respingere lo sbarco degli alleati in Normandia. Piano fallito quello tedesco, per l’azione di disturbo della Resistenza europea, tra cui quella italiana.
E se anche, oggi, ogni riconoscimento per le verità storiche viene a mancare da parte di coloro che vorrebbero limitare gli errori del fascismo alle “leggi razziali” del 1938 e all’entrata in guerra, bisogna ricordare che tale riconoscimento, sin d’allora, non è mancato da parte degli alleati che hanno insignito il comandante partigiano italiano Boldrini della più alta onorificenza militare dell’esercito americano, ed hanno concesso al nostro Paese la libera scelta istituzionale dopo la fine del conflitto. Mentre gli altri due Paesi Germania e Giappone, facenti parte assieme all’Italia dell’asse Roma, Berlino, Tokio, la soluzione istituzionale veniva imposta.
E questa netta distinzione di trattamento riservata all’Italia dagli Alleati, rispetto alla Germania nazista e al Giappone imperiale, ci sembra di non poco conto, se riguardata dal punto di vista democratico dell’occidente europeo.
Ma torniamo, ai nostri giorni, all’attualità di una campagna elettorale «la più deprimente della storia repubblicana», come la vedevano anche «gli amici della pineta», una disfida fantasiosa, fatta di promesse che parlano al ventre della gente, senza alcun riferimento al futuro e al passato del nostro Paese.
E queste condizioni non mancano di farci pensare al nostro Risorgimento ottocentesco, dominato dalle grandi figure come Garibaldi, Mazzini, Cavour che, pur nella loro conflittualità dialettica, sapevano sempre tenere alta la visione unitaria sull’avvenire del Paese; cosicché nel 1870, gli Italiani potevano festeggiare l’unità nazionale, dopo lunga oppressione sotto lo straniero e il temporalismo papale.
Quel temporalismo papale che è costato tre secoli di ritardo al nostro processo di unità nazionale, rispetto ai grandi paesi dell’occidente europeo; i quali si avviavano verso la costruzione dello Stato moderno, sotto la spinta innovatrice della Riforma luterana e della Rivoluzione francese. Mentre all’Italia, rimasta sotto il controllo della controriforma della Chiesa romana, toccava di assistere alla persecuzione di Giordano Bruno e Tommaso Campanella e di avere in eredità tante arretratezze anche nella mentalità della gente che, per tanta parte, pesano ancora nella vita del nostro Paese; e contro le quali tante volte, va a sbattere papa Francesco, quando affronta i grandi temi che affliggono il mondo «e chiede una risposta a tutti, anche a quel clero che flirta con la xenofobia e usa i migrante per distanziarsi dal Papa».
Oggi le preoccupazioni per il decadimento della vita democratica si avvertono dappertutto nel nostro Paese. Specialmente nei settori della cultura, della scienza, della stampa, in tutti i mezzi di informazione. E mentre il filosofo Cacciari, avverte che siamo arrivati al punto zero, quando saltano le intermediazioni tra opinione pubblica e istituzioni, Eugenio Scalfari, per dar forza alle sue idee, chiama in soccorso il grande scrittore Thomas Mann, che scrive «Se non si è portatori di visione storica…di un serio patrimonio di valori e idealità…la politica si fa asfittica ed esposta alle degenerazioni, anche in senso morale». Ascoltando queste parole, vien da pensare che Thomas Mann aveva davanti a se, l’immagine attuale del nostro Paese, mentre scriveva.
Altri argomenti che infiammano le dispute degli “Amici della pineta”, sono quelli della giustizia sociale e della pace tra i popoli del mondo.
Quello della giustizia sociale, è un tema rimarcato in questi giorni dalla stampa che parla di un capitalismo predatore che travolge i confini del vecchio liberalismo del libero mercato ed eleva sull’altare il dio danaro. Cosicché la ricchezza che è cresciuta nel mondo, va a beneficio di pochi, allargando la forbice delle disuguaglianze sociali anche nel nostro Paese. E tutto questo è in barba alla nostra Costituzione e alle parole del Papa che chiede di «rimodulare le leggi dell’economia» secondo i bisogni dell’uomo.
Altro tema angosciante per gli “Amici della pineta” è quello della pace tra i popoli del mondo, che, purtroppo, non sembra reagiscono adeguatamente difronte alla ricorrente minaccia di alcuni Paesi di fare ricorso alle armi atomiche per risolvere alle loro controversie. Da quando sono state scoperte queste armi, come ricordava anche Papa Giovanni XXIII, la guerra ha perso il suo significato tradizionale: la loro potenza distruttiva e di contaminazione è tale che potrebbe significare lo sterminio del genere umano, senza lasciarsi dietro né vincitori né vinti.
La coscienza dei cittadini del mondo, ed in primo piano quella dei politici, dei governanti, dovrebbe insorgere e tenersi desta fino alla messa al bando di tali armi.
Vale la pena ricordare le parole di Einstein che di queste cose se ne intendeva quando, ad un giornalista che gli chiedeva come poteva svolgersi la terza guerra mondiale, il grande scienziato, così rispondeva: «non so, come potrebbe svolgersi la terza guerra mondiale, ma la quarta sicuramente si combatterebbe con i bastoni». Vale a dire, forse, la civiltà umana scomparirebbe e bisognerebbe ricominciare dalle grotte, dall’età primitiva e dai cavernicoli?
È un bene che, difronte a un populismo che sconfina nel ritorno nostalgico e feroce, nel passato peggiore della storia recente, si è levata la voce del Capo dello Stato con la nomina della signora Segre a senatore a vita, il Presidente della Repubblica non solo ha ravvivato il ricordo dei campi della morte, dello sterminio del popolo ebraico ma ha richiamato un po’ tutti – soprattutto le varie aggregazioni politiche immerse nella ricerca di consensi elettorali su miopi programmi di convenienza  - a risollevare lo guardo verso orizzonti più alti nell’interesse di tutto il Paese.
Gli “Amici della pineta” a partire da Cosimo D’Agostino che, forse, in cuor suo, continua a sognare il S. Filippo «colorato in rosso» come soluzione definitiva dei gravi problemi che affliggono la comunità umana, fino ad arrivare all’avv. Romeo esperto uomo di legge – che non si stanca di ripetere che una delle componenti fondamentali dell’insorgenza di così e larghe manifestazioni nazi-fasciste nel nostro Paese, è da ricercare nella mancata opera di defascistazione nel dopoguerra, mentre in Germania tutt’ora, il semplice saluto nazista, viene punito in termine di legge - tutti sono convinti che la politica debba cambiare strada.
Difronte ad un mondo globalizzato che cammina più in fretta, sotto l’incalzare delle conquiste scientifiche e tecnologiche e per la spinta di popoli dei diversi continenti che rompono secolari equilibri politici ed economici in cerca di nuove condizioni di vita più avanzate e civili, necessariamente la politica deve capire e cambiare strada.
Diversamente finiremo col soccombere e siccome nessuno pensa che dalle elezioni del prossimo 4 marzo, possa venir fuori alcun miracolo, ognuno, intanto, prepara le batterie per la prossima stagione estiva, quando le piante verdi e rigogliose e il canto degli uccelli, rallegreranno i confronti, ora allegri, ora infuocati, degli amici raccolti sotto la pineta.

Autore: 
Antonio Capogreco
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