Greco Bianco di Gerace

Mar, 18/02/2020 - 16:00
I frutti dimenticati

Durante un convegno organizzato in pochi giorni si è cominciato a parlare di un vitigno che era stato importantissimo durante il Regno delle Due Sicilie, ma che non è stato più coltivato a partire dai primi anni del ‘900. All’incontro hanno preso parte il Barone Francesco Macrì, il professore di statistica dell’Università di Messina Giuseppe Avena, l’antropologa di Girifalco Rosalba Petrilli e Giacomo Oliva, della Sovrintendenza, che si sono confrontati sulla tematica dei palmenti e dei vitigni di Gerace, tra cui il Greco Bianco, che dava un passito sublime di cui avevano parlato con ammirazione anche i viaggiatori stranieri del Grand Tour che, a cavallo tra il ‘700 e i primi anni del ‘900, avevano visitato la Calabria.
Durante la preparazione del convegno, a Bianco, montò una polemica scaturita dal timore che, durante l’intervento del Barone Macrì, dal titolo “Dal Greco di Gerace al Greco di Bianco”, sarebbe stato condotto un attacco malevolo alla seconda tipologia di vino. Dopo la lettura, da parte di Santino Panzera, di alcuni brani di viaggiatori stranieri che avevano degustato il Greco di Gerace, tuttavia, Macrì auspicò una fattiva collaborazione tra tutti coloro che hanno a cuore il nostro territorio, perché solo da essa si può sperare in un miglioramento dell’economia tanto depressa della Locride.
Dall’intervento di Giacomo Oliva è emerso che la Calabria Jonica, nel periodo compreso tra il III e il V secolo, possedeva una floridissima economia, trainata da un’elevata ed eccellente produzione di vino e passiti, tanto che le sue anfore vinarie di tipo Keay LII, ne garantivano il trasporto dalla Siria alla Betica (odierna Andalusia). Si trattò di un periodo economicamente più prospero di quello magnogreco come testimoniano gli stessi palmenti. Lo sviluppo nell’area, evidenziato inoltre da una serie di ville rustiche romane tra cui quella di Palazzi di Casignana e il Naniglio di Gioiosa Jonica, era stato determinato inoltre dalla riforma fiscale di Diocleziano, che detassò la produzione del vino facendo decollare tutta l’area con esiti incredibili; naturalmente le caratteristiche del territorio e il clima favorevole avevano contribuito allo sviluppo.
Questa relazione sorprese l’auditorio, che risultò ancor più stupito quando seppe dalla Petrilli che dall’estrazione del DNA delle popolazioni aspromontane dell’area grecanica, condotta dall’Università di Bologna, è emerso che esse sono in parte discendenti dei minoici, dei popoli orientali e degli ebrei sefarditi. A partire da San Luca, insomma, le popolazioni calabresi hanno attinenza con i micenei e con i greci continentali, con gli ebrei sefarditi e con i popoli balcanici.
Pasquale Casile privilegiò la terminologia “bacchica” del greco di Calabria, mentre Avena evidenziò le potenzialità del territorio, specie sotto il profilo del turismo d’élite.
Ha destato ammirazione anche il video prodotto da Antonio Renda sui alcuni palmenti della Locride, presentato con interventi in italiano, spagnolo e greco di Calabria. Jaime Gonzalez, assessore al Comune di Sant’Agata del Bianco, ha relazionato con un confronto tra i palmenti della Locride e quelli della Spagna.
Sara Bini e Carlo Scuderi hanno invece evidenziato l’interesse della Sovrintendenza a dichiarare i palmenti beni culturali.
Il mio intervento si è concentrato invece sulla domesticazione della vite silvestre e dei vitigni antichi, principalmente di quelli di Gerace, raccontando il salvataggio miracoloso del vitigno che era alla base del Greco di Gerace, che risulta essere un genotipo grazie al suo profilo molecolare unico. Secondo il resoconto di un viaggiatore straniero dei primi anni del ‘900 la sua coltivazione era venuta meno anche a Gerace in seguito alle malattie, come la filossera, che avevano devastato tutti i vigneti d’Europa.
Nel 2005, tuttavia, il potere del caso determinò il suo salvataggio, in quanto incontrai e chiesi notizie del Greco di Gerace al signor De Angelis, del luogo, che si era recato assieme Giuseppe Pezzimenti in un podere di quest’ultimo a Ferruzzano. De Angelis replicò che esisteva ormai un solo esemplare monumentale nell’orto del “Poeta” Giovanni Orlando, vicino alla chiesa di Monserrato, a Gerace stessa. Mi precipitai allora nella cittadina, dove seppi che il nipote del “Poeta”, rinchiuso in ospizio lo zio, aveva reciso la pianta di circa 150 anni. Sconsolato, riferii la notizia a De Angelis che mi diede tuttavia un filo di speranza parlandomi di un orto sito nei pressi della chiesa di Santa Maria Egiziaca, in contrada Varvara, in cui il suocero aveva delle viti. Nell’appezzamento di terra, ormai infestato dai rovi, erano state poste a dimora nelle aree ai margini due tralci del greco di Gerace che, dopo aver ripulito le piante, portai nel vivaio di Mario Maiorana, ad Acconia di Curinga, in cui vennero riprodotti 40 esemplari.
Il miracolo era avvenuto e uno dei vitigni più famosi del Regno delle Due Sicilie era ormai in salvo! Giacomo Oliva ha voluto un tralcio che ha piantato nel suo giardino di Gerace, che cura come un bambino.
Alla fine dell’evento, coordinato da Avena e presentato dal sindaco di Gerace Giuseppe Pezzimenti, è stato degustato il Greco di Gerace, creato da Santino Panzera con la mia collaborazione.

Autore: 
Orlando Sculli
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