Il “prender parte” all’unitarietà della ’ndrangheta

Sab, 03/06/2017 - 18:05
Giudiziaria

L’affermazione di responsabilità penale per la partecipazione alla ’ndrangheta unitaria, piuttosto che ad una specifica cosca, non è “affatto peregrina”, ma rappresenta, secondo i magistrati della Procura reggina: «il coerente e logico sviluppo degli accertamenti giudiziari che le citate indagini cd. Crimine e Meta condotte da questo Ufficio e quella cd. Infinito, condotta dalla Procura della Repubblica DDA di Milano hanno dimostrato, conseguendo plurimi, convergenti ed omogenei provvedimenti giurisdizionali».
L’accertata unitarietà della struttura verticistico-organizzativa della ’ndrangheta, infatti, ha necessari, immediati riflessi anche su quella operativa funzionale «atteso come la prima abbia senso compiuto solo al fine di garantire più efficacemente la seconda». Anche tale conclusione non è semplicemente frutto di sviluppi logici deduttivi dei predetti accertamenti giudiziali, ma trova già prime coerenti applicazioni in autorevoli provvedimenti della Suprema Corte che ne hanno fatto uso per affermare la responsabilità penale e confermare il giudizio di condanna a carico d’imputati “privi” di (rectius: non partecipi ad una) cosca, ma di cui era stato dimostrato il “prendere parte” alla ’ndrangheta, intesa quale associazione unitaria.
Il riferimento è a Cassazione I sezione penale n. 41735/2014 (emessa nel procedimento relativo alla cd. operazione Reale) che, affermando la penale responsabilità di P. G. per la partecipazione alla ’ndrangheta, contestualmente annullava con rinvio la pronuncia di condanna per i fratelli, emessa dalla locale Corte d’Appello, a cagione dell’insufficiente dimostrazione dell’esistenza di una cosca. «L’argomento probatorio su cui fonda la citata pronuncia riposa sull’accertato attivarsi (il “prender parte” cioè) di P.G. in funzione di mediazione e composizione di plurime vicende relative a diverse cosche di ndrangheta. Astraendo l’insegnamento della Suprema Corte, secondo un percorso, questa volta, induttivo, se ne trae che la dimostrazione della gestione stabile e continuativa di vicende e/o d’interessi della ndrangheta (espressione sintomatica dell’affectio societatis) che superi e/o prescinda dai limiti geo-criminali delle singole cosche, giustifica l’affermazione di penale responsabilità, senza che sia necessario inquadrare il partecipe in questa o quella cosca. Ed è evidente come sia esattamente questo il ruolo svolto all’interno dell’organizzazione da quella che il Tribunale collegiale, nel procedimento cd. Meta, definisce componente chiamata “a relazionarsi con ambienti più elevati di tipo politico ed istituzionale”.
Le riferite conclusioni giuridiche sono state fatte proprie anche in seno alla Ordinanza di custodia cautelare in un recente procedimento penale della Dda reggina, di recente confermata anche dalla Suprema Corte. «Si impone, perciò, una rivalutazione degli elementi utili a comprendere le dinamiche di potere della ndrangheta; non quelle note, strettamente collegate al bieco controllo di questa o quella porzione di territorio, ma piuttosto quelle finalizzate alla partecipazione - alla stregua di un soggetto sociale della classe dirigente riconosciuto ed accettato dagli altri e, perciò, pienamente inserito nelle relative dinamiche - ai sistemi di potere che governano le società. Insomma, è necessario completare l’accertamento dai fenomeni d’intimidazione sociale, a quelli d’infiltrazione nei sistemi di potere sociale».

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