Il controllo delle discoteche milanesi

Ven, 03/07/2020 - 09:00
Giudiziaria

Una recente indagine dei Carabinieri di Monza-Brianza ha riportato in luce gli interessi dei clan calabresi in Lombardia nel controllo delle discoteche. Un controllo indiretto che sarebbe avvenuto attraverso l’imposizione di “buttafuori”, molti dei quali senza alcun titolo per effettuare il servizio. Per quanto emerso nel corso dell'indagine, nella gestione dei servizi di sicurezza dei locali le società specializzate nel settore e formalmente investite del servizio rivestono un ruolo di mera "copertura" nei confronti di coloro che, invece, svolgono sostanzialmente il servizio e che sono costituiti da gruppi di "buttafuori", solo in piccola parte composti da persone specializzate e munite della prevista autorizzazione prefettizia. Tali gruppi sono capeggiati e coordinati da alcuni personaggi chiave, in qualche modo vicini o collegati alla criminalità organizzata.
Invero, già le indagini condotte in un procedimento iscritto nel 2015 che hanno portato di recente alla condanna di soggetti calabresi per plurime ipotesi di estorsioni e lesioni aggravate dall'uso del metodo mafioso, avevano svelato circostanze meritevoli di approfondimento investigativo circa la vicinanza, i rapporti di stabile frequentazione e di reciproca protezione tra i soggetti che, sostanzialmente, gestiscono i servizi di sicurezza all'interno dei locali di pubblico intrattenimento e la criminalità organizzata di stampo 'ndranghetista.
Tali circostanze, approfondite nell'ambito delle indagini di questo nuovo procedimento, hanno svelato un sistema di vera e propria compenetrazione organica, tale da poter affermare che i servizi di sicurezza svolti a favore dei locali di pubblico intrattenimento sono gestiti, controllati e divisi da appartenenti alla criminalità organizzata di stampo 'ndranghetista secondo le tipiche logiche spartitorie, territoriali e gerarchiche, di quelle organizzazioni. Invero, il controllo di quei servizi va oltre la fase dell'assegnazione di un determinato servizio, estendendosi anche alla gestione dello stesso e alle modalità di gestione dello stesso, intervenendo, evidentemente con modalità mafiose, in ogni situazione di difficoltà dello svolgimento del servizio.
Uno spaccato simile era già emerso in altro procedimento penale, (indagine “Platino 2”), nel contesto del quale S.F. è stato condannato per il reato di cui all'art. 416 bis c.p. per aver fatto parte dell'associazione mafiosa denominata 'ndrangheta. Tra le condotte contestate a S. F. vi era proprio quella di essersi avvalso di un gruppo ritenuto vicino a clan di Platì per risolvere ogni problema in tema di sicurezza dei locali, di cui gestiva il servizio attraverso una società.
Al contrario di quello che dovrebbe essere il normale esercizio di un servizio di sicurezza, per il quale, è bene ricordarlo, è necessario avere determinate qualifiche morali e personali, e che può essere definito quasi un servizio parastatale, in quanto esplica funzioni di controllo anche ricorrendo all'uso della forza, nel caso oggetto dell'indagine in esame esso viene esercitato, sia nella fase di acquisizione del servizio sia nella fase di gestione, con modalità tipicamente mafiose e da mafiosi che, in tal modo, operano anche il controllo del territorio.
Sulla pressioni rivolta ai proprietari dei locali notturni si riporta una frase in cui uno degli indagati racconta: «Io ho deciso tutto il personale tranne la cassa, quello che si occupa della cambusa e i buttafuori, che mi sono stati dati all’inizio… il locale ho detto, queste persone dobbiamo mettere noi, tutto il resto ci pensi te». La conversazione fa parte di una telefonata intercettata che lascia comprendere, chiaramente, che gli imprenditori che gestiscono dei locali di pubblico intrattenimento non possono scegliere autonomamente il servizio di sicurezza, ma devono attenersi a quelli che sono gli equilibri già consolidati del settore, o meglio, anche qualora dovessero scegliere liberamente una specifica agenzia specializzata nel settore, quest'ultima si atterrà alle consolidate "regole non scritte" di spartizione delle attività secondo le tipiche logiche mafiose, "subappaltando", anche occultamente, il relativo servizio.

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