Il dilemma: studiare o lavorare?

Ven, 05/07/2013 - 18:27

Studiare è laurearsi nel più breve tempo possibile o cercare un lavoretto part time per fare esperienza e guadagnare qualcosina mentre si sta ancora all’università? è questo uno dei dilemmi che i giovani universitari si pongono. Ecco cosa ne pensano due nostri collaboratori.

L’esperienza sul campo è fondamentale

Uno dei più grossi difetti che vengono rinfacciati all'Università italiana è quello di essere troppo distante dal mondo del lavoro e di essere quindi incapace di dare una concreta possibilità ai propri studenti di confrontarsi con contratti, stipendi, stress, diritti, doveri e datori di lavoro.  D'altra parte spesso sono gli stessi studenti che, per lo scarso tempo a disposizione, l'eccessivo impegno o a volte mera pigrizia, non si danno veramente da fare per cercare il classico lavoretto saltuario tanto difficile da conciliare con le frequenze obbligatorie quanto utile sotto molteplici aspetti.
Il primo, il più banale e scontato, è quello di far entrare un minimo di liquidità nelle tasche dello squattrinato studente, permettendogli di iniziare a ritagliarsi un primo piccolo spazio di indipendenza economica.
La gestione dei fondi che ti sei guadagnato con il cosiddetto “sudore della fronte” è infatti molto diversa rispetto a quelli che arrivano direttamente sul conto da papà o mamma.
Il secondo, meno visibile ma forse più importante, è la possibilità di scontrarsi con un mondo dal quale l'Università di tiene spesso all'oscuro, trincerata dietro teorie e grafici che non ti spiegano il significato di permessi non retribuiti, contratti collettivi, cocopro, giornata lavorativa, ritardo, trattenuta in busta paga, capi sclerati e colleghi a dir poco irritanti.
Solo l'esperienza sul campo, infatti, riesce a tirarci fuori qualità, abilità che prima non conoscevamo e smalizia lo studente nel gestire un faccia a faccia con un cliente, un collega, un direttore.
In terzo luogo permette di cominciare a coltivare una rete di rapporti e conoscenze che potrebbero tornare più che utili una volta terminata l'università.
Non è raro che, se un datore di lavoro si trova bene con un giovane laureando il quale è riuscito a portare avanti con successo entrambi gli impegni, lo aiuti poi a cercarsi una sistemazione iniziale nella propria azienda o mediante altri contatti. Le aziende, nonostante il periodo di crisi, sono sempre attente a valutare menti giovani e fresche che si dimostrino proattive e versatili.
In sintesi lavorare studiando è certamente tutt'altro che semplice, in special modo se si vuole mantenere un percorso di studi che garantisca una media dignitosa, ma rimane un'opportunità da cogliere al volo perché il rapporto tra fatica e vantaggi è sicuramente a favore di quest'ultimi.
Andrea Ferrini

 

Studiare e lavorare? Si può ma...

Appena uscito dal mondo universitario, fresco di laurea e con gli occhi speranzosi di chi ancora non sa a cosa andrà incontro, mi sono affacciato a quello che io vedevo come l'intrigante mondo del lavoro. Un contesto in cui poter finalmente dimostrare che tutti quegli anni buttati sui libri fossero davvero serviti a qualcosa, che l'aver speso tempo e dedizione, senza dimenticare il supporto economico di mamma e papà, potesse essere ricompensato con un posto, non dico fisso, ma che almeno presentasse qualche parvenza di liete prospettive future. Tanti, prima dell'agognato traguardo, mi avevano avvisato «vedrai che è difficile trovare lavoro», «c'è la crisi, ormai farsi assumere è quasi impossibile». Ma io, tutt'altro che demotivato, ho iniziato così a mandare curricula su curricula, convinto che qualcuno mi avrebbe contattato. Il risultato? Quasi l'80% dei cv non hanno avuto risposta. Il resto sono state proposte di lavoro gratuito (concetto troppo spesso confuso con quello ben più nobile di volontariato) o proposte di lavoro al limite dell'indecente. In realtà, pensando di essere forse io il problema, mi sono messo a indagare, consultando tutti quei colleghi che, come me, si erano laureati, in tempo e con ottimi voti, per capire l'andazzo generale. E, venuto a conoscenza che nessuno di loro aveva avuto uno straccio di contratto, ho finalmente compreso la gravità della nostra situazione. La cosa che, però, mi ha colpito di più è che molti sono stati rifiutati con la classica scusa del «mi dispiace, lei ha poca esperienza lavorativa». Mi pare, a questo punto, inevitabile chiedermi se lo svolgere un lavoro parallelamente agli studi possa avere davvero un senso, giacché pare che un neolaureato debba comunque avere una vasta esperienza lavorativa (fermo restando che spesso ci sono delle esigenze economiche che spingono uno studente a trovarsi un lavoretto, anche part-time o limitato al week-end, giusto per racimolare qualche euro). Si, è vero che trovare un lavoro e studiare allo stesso tempo è possibile e, a seconda del lavoro, può anche garantire una formazione professionale estremamente utile. Tuttavia, si tratta, per lo meno dal mio punto di vista, di una coperta decisamente corta, perché nel tentare di fare tutte e due le cose c'è il serio pericolo di farle entrambe male. Il rischio di tralasciare l'università perché presi dal lavoro e, forse, da un'ipotetica paga, o perché semplicemente appassionati da ciò che si sta facendo. Il rischio di non essere capaci di gestirsi tra due mondi sì complementari, ma estremamente diversi e, quasi sempre, interpretati in maniera propedeutica dalla nostra società. Il rischio che, a percorso universitario concluso (posto che questo si realizzi), si sia perso troppo tempo perché impegnati a fare due cose allo stesso tempo e si risulti decisamente poco appetibili come potenziali neo-assunti. D'altronde, anche l'età è un fattore rilevante nei processi di selezione. Sia chiaro, fare entrambe le cose è possibile, a volte anche brillantemente. La chiave sta, a mio parere, nel riuscire a valutare se stessi, nel comprendere se si è capaci di portare avanti le due “vite parallele” senza il rischio che la presenza dell'una infici sull'altra. Se si riesce in questo, se si è capaci di inserire la vita lavorativa all'interno del proprio percorso universitario, senza intaccarne la qualità dello stesso, allora il gioco è fatto. In caso contrario, tornate indietro, concentratevi sui libri e, se varrete davvero, vedrete che il lavoro arriverà.
Giovanni Larosa

 

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