Il Gallo di Dràgoni: Storia di ordinaria indolenza

Lun, 23/03/2015 - 18:26
Una nuova storia del professore Domenico Angilletta

Dragoni è notoriamente una frazione del comune di Grotteria al di là del Torbido e dello Zarapotamo. Ignoro quanti abitanti registri oggi, comunque sia questo piccolo centro mi è particolarmente caro perché il padre del mio trisavolo ne era oriundo. Anche lì, dai tempi remoti, circolava la leggenda di un gallo, del gallo di Dragoni per l’appunto, che in virtù della sua pregnanza aveva avuto una felice divulgazione in tutto il territorio della contea (Grotteria nel periodo feudale era stata elevata a Contea). Ma veniamo al dunque. Si raccontava di un gallo che espletate le sue mansioni che la natura di gallo gli conferiva: annunciare l’alba col suo canto, pizzicare le galline, beccare, combattere e sedare eventuali concorrenti, gli restava il grande problema su come passare il resto della giornata, abbastanza lungo da come si può immaginare. E allora non faceva altro che andare su e giù, passeggiava senza una meta precisa, ruspava qualche volta anche se demandava questo compito alle sue galline perché questa attività comportava fatica e prendeva in giro chi si industriava. In pratica: ingannava il tempo affinché si facesse l’ora del mbatò. L’espressione la impiegava la mia nonna materna, Maria Lucia Panetta, nata nel XIX e morta alla fine degli anni Settanta del XX, farrese, riferendola a quei molti infingardi, indolenti e scansafatiche del piccolo borgo di Farri che, non sapendo come passare le loro giornate, si riunivano davanti alla nostra casa, prendendo il sole come le lucertole, seduti a ruota o su qualche pietra di confine o ngiaciuti,(piegati sulle ginocchia) in attesa che venisse la sera. Quando poi la mia famiglia si fu trasferita sul lato destro del Torbido, agli inizi degli anni Cinquanta, per quanto la situazione fosse nuova – siamo in piena espansione economica – non diverso fu lo scenario: tutti i pomeriggi le persone adulte della contrada, come se si fossero dati appuntamento, si incontravano davanti al muretto della strada provinciale, dall’altra parte della Nazionale. Si appoggiavano, qualcuno si sedeva e passavano i loro pomeriggi parlando. Quando poi si faceva l’ora della partita a carte si trasferivano nel nostro bar e, una volta chiuso perché si andava a nanna, loro continuavano sino a notte fonda con il gioco della morra sul noto muretto, con relativi schiamazzi e urla qualche volta anche con litigi seri. A inaugurare questo scenario durato per diversi lustri era un certo A.A. detto Peppi, il quale con il pretesto, che dovesse vedere il suo appezzamento sul letto del Torbido già dal primo pomeriggio apriva le danze dell’indolenza e della infingardaggine. Mia madre dalla vetrina dei negozi nel vederlo arrivare tra sé e sé commentava: “arrivà u gaiu i Draguni!” (È arrivato il gallo di Dragoni!), subito dopo arrivavano gli altri e copiosi. Di che cosa parlassero è facile immaginarlo: la meteorologia e il resoconto della mattinata. Non si risparmiavano, tuttavia, di dare delle frecciate a qualcuno che lavorava sodo e quando passava, dopo il saluto d’obbligo, e si era allontanato al punto dal non poter percepire i loro commenti, tra di loro borbottavano: “teh fatica, teh!” oppure “chju mori e na l’inchij!” (quello muore e non la riempie!). E così avanti per anni. Quando poi venne la stagione della grande immigrazione molti di quel muretto e del nostro bar presero le vie del Nord qualcuno prese anche la via delle Americhe e dell’Australia. Quelli che, però, stagionalmente ritornavano, arricchirono senz’altro il loro lessico ma mai persero l’abitudine di posizionarsi sul muretto e continuare i discorsi lasciati in sospeso. La grande differenza era che vedendo passare il solito, diremmo, il quasi unico lavoratore del borgo, cambiarono il termine ma non la sostanza “Rusca, rusca!” borbottavano tra di loro e mentre il lavoratore si allontanava tra di loro se la ridevano, e la storia si ripeteva. È un vero peccato che il muretto sia stato abbattuto, dopotutto siamo sempre noi uomini a stabilire il vero nesso con le cose. Che cosa succederebbe se si incontrassero il gallo di Dragoni con il gallo di Cefali?

Autore: 
Domenico Angilletta
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