Il gallo peloritano

Lun, 02/11/2015 - 19:50
Dopo il gallo di Cefalì e Dragoni, proponiamo un gallo che vive al di là dello Stretto e che vanta un percorso di “pizzicatore” di tutto rispetto

I due nostri precedenti galli (Cefalì e Dragoni), come s’è potuto vedere, ebbero un epilogo drammatico, innaturale. Il primo (Cefalì) si spense in completa solitudine per via della “cattività” che non seppe mai sopportare. Vedere i mediocri che spadroneggiavano sulle sue ex-galline gli procurò un ingrossamento mostruoso del fegato che contaminò tutto il corpo. Divenne rotondo, assunse una forma di sfera, di palla ma avvelenata. Si spense lentamente senza perdere però gli antichi vizi che lo avevano portato alla tomba: maldicenza, l’essere detrattore degli altri galli e soprattutto quello di credersi il gallo più bello e prestante dell’universo. Sino all’ultimo istante della sua vita non smise mai di “correggere” gli altri galli ed ebbe sempre da dire su tutti i pollai del pianeta. Non smise mai di sentirsi sapiente, seppur sapienza da gallo. Schivato da tutti gli restò solo la frequentazione del pennuto di Dragoni, che in altri tempi, quando la fortuna lo assisteva, sembrava impensabile per via del grande divario culturale: lui era comunque nato e cresciuto in un centro semi-urbano (Siderno) mentre l’altro, il dragonese, era proprio campagnolo (Grotteria). Fu una strana frequentazione la loro, forse dettata dalla “necessità”. Dal canto suo il gallo di Dragoni mantenne sempre la “reputazione” che si era guadagnato da quando venne al mondo: l’essere indolente, sfaccendato, perditempo e il non avere né arte né parte. Fu, si diceva, una insolita frequentazione, uno strano sodalizio il loro, quello tra pennuti ovviamente, dato il divario di formazione, ma durò sino alla fine dei loro giorni. Di certo, il gallo di Dragoni gli rincarava la dose di avvelenamento e di gonfiore conseguente poiché gli ricordava sempre che lui, il gallo di Cefalì, rimaneva sempre il più bravo, il più bello, il più prestante e se fosse stato di “razza umana” gli avrebbe detto che era il più “sapiente” perché padroneggiava tutti i rami dello scibile. Ma era un semplice gallo. Per il pennuto di Dragoni c’è da aggiungere che tentò di redimersi dall’indolenza cercando di darsi una qualche occupazione ma era troppo tardi. Anche la loro morte fu “innaturale”. Il primo non finì sulla tavola di padron Cefalì, né il secondo su quella di padron Pittari (era il proprietario del pollaio di Dragoni). Nessuno dei due fu contornato da patate e rosmarino, oppure servito in umido, per divenire sostanza dei loro padroni perché i loro corpi furono subito sotterrati e in profondità. Si ebbe profonda paura del veleno del primo e dell’indolenza del secondo dal momento che si diceva che attraverso il cibo si potessero trasmettere tutti i difetti, considerato che pregi non ne avevano. Comunque sia, i due galli, sembrerà un paradosso, rimasero due galli “locali” e in un’economia “globalizzata” non avrebbero mai potuto aspirare di divenire prodotti da export. In definitiva rimasero galli molto limitati. Per trovare a questo punto un gallo da “esportazione”, che potesse sedurre non solo galline nazionali ma europee e internazionali, ci siamo dovuti necessariamente trasferire in città, abbiamo dovuto passare lo Stretto, andare cioè a Messina, autentica capitale della Calabria meridionale almeno sino agli anni Settanta del secolo scorso. È lì che vive il nostro pennuto, d’ora in poi gallo peloritano. È oriundo del Continente, è viene da un piccolo centro della Piana di Gioia Tauro. Ha frequentato uno dei più prestigiosi licei della Calabria, quello di Palmi, con un buon profitto e in tempi non sospetti. Si è iscritto successivamente all’Università di Messina, giurisprudenza, e ha conseguito la laurea, in corso, con un buon voto (all’epoca la laurea in giurisprudenza era difficile). Vince subito dopo il concorso d’abilitazione e diviene un valido avvocato. Vantava un percorso di “pizzicatore” di tutto rispetto sin da quando era studente liceale, figuriamoci da studente universitario. Tuttavia una volta sistemato, il matrimonio e la famiglia divennero il coronamento naturale del suo percorso esistenziale. Sua moglie era messinese e l’ha conosciuta durante il corso di studi universitari e una volta sposati gli ha regalato diversi figli a scapito della sua bellezza. Va ribadito che il nostro gallo peloritano G. O. è di bello aspetto. Ha infatti una faccia armoniosa, i capelli lisci di colore castano chiaro divisi da una riga sulla parte sinistra (la classica schrima), gli occhi di colore castano grandi e luminosi, naso piccolo con la punta rivolta all’insù, bocca regolare con labbra non sottili, mento regolare. Anche la barba è venuta su in modo giusto. È di media altezza, armonioso nelle proporzioni del corpo, ha la carnagione bianca e veste alla moda. Assomiglia terribilmente ad Alain Delon in versione abbellita, anche se non lo sa. Ha anche una buona cultura, non solo tecnica. Non si sa per quale ragione è comunista e tutti i tardo-pomeriggi viene a trovarci in piazza Cairoli e sedersi con noi. Ha mediamente due-tre giornali (l’Ora, l’Unità e il Manifesto) e partecipa alle discussioni generali con garbo e con apporti personali che gli fanno guadagnare l’attenzione e l’ascolto soprattutto di noi giovani studenti. I discorsi generali sono quelli di quel periodo: la crisi del capitalismo, la costruzione del socialismo, il mondo bipolare, le lotte civili, l’aborto, il divorzio, il Sud, la questione meridionale, la guerra nel Vietnam. Ci sono ovviamente i discorsi più generali come l’emancipazione della donna, i rapporti liberi, le comunità alternative al matrimonio, la libertà sessuale. Si parla anche di antropologia, dal momento che si crede di cambiare la natura umana e di fondarne una nuova. Comunque il discorso che alla fine cattura la nostra attenzione è il femminile, l’altro sesso; e lì il nostro gallo sale in cattedra e ci offre quadri straordinari delle sue avventure in lande europee. Introducendo e intercalando, come è tipico dei siciliani, con un minchia, il nostro racconta: «Minchia, eravamo io e C. R. a Parigi , nelle vicinanze di Boulevard Saint- Michel, a due passi dell’Università Sorbona, quando due ragazze, belle come il sole, poco più di vent’anni, ci abbordano con la scusa di chiederci un’informazione: “Saprebbe indicarci il giardino Luxembourg, la tour de Monteparnasse, s.v.p.?” - chiede una delle due. Era evidente – continua egli – che si trattava di un pretesto per attaccare bottone con noi, per abbordarci». Una volta che le due ebbero notato il suo rossore causato dal turbamento provocato e la forte emozione da loro suscitata, sorridenti dissero: “Siete italiani?”. E poi un’esclamazione irripetibile: “Draguers.” «Io che non capivo la lingua francese – prosegue il gallo – chiesi subito al mio amico C.R. che cosa significasse quel termine e lui mi disse: te lo spiego dopo. Si presentarono e ci presentammo. La prima, bionda, si chiamava Isabelle, la sua amica Marie Helene. Andammo a prendere un caffè alla caffetteria Cluny, e fummo lì per diverse ore a raccontarci delle cose, anche se io il francese lo capivo molto poco. Dopo la conversazione andammo nella loro casa, una mansarda in boulevard Raspail e dopo non vi racconto il resto, ve lo lascio immaginare. Il povero C. a quel punto non sapeva più che cosa fare perché le due si misero a litigare per me: ci fu una specie di lotta. Il mio C., vista la situazione e il suo essere incomodo, con un banale pretesto, usci e io rimasi solo con tutte e due. Che notte! E chi ha dormito? Una nottata indimenticabile! Queste francesi! Minchia, che donne! Come sono emancipate!». Tutti noi ascoltavamo quella storia e già sognavamo Parigi e quelle avventure. Non si risparmiava ogni sera di raccontare quell’avventura principalmente quando c’era qualche volto nuovo e c’era spesso in quegli anni, in quelle circostanze. C’è da dire, tuttavia, che molti dopo il primo racconto facevano finta di ascoltarlo e forse un po’ di invidia la si nutriva. Tuttavia lui per il piacere di raccontarsi quella storia recitava il solito repertorio: «Minchia, eravamo io e C.R., a Parigi, d’estate…». E così per circa un mese, da maggio a giugno, ogni sera dopo le conversazioni generali. Una sera, tuttavia, quando stava per iniziare col solito ritornello, venne bruscamente interrotto da C.V, detto Gallinaccio, che con tono brusco e voce robusta disse: “E Mutu. Statti mutu cu nu cessu di mugghieri chi hai!” (E zitto, stai un po’ zitto con un cesso di moglie che tieni!). Il gallo peloritano, scornato, smise subito di parlare e cheto cheto, proprio come un cane bastonato, raccolse la coda in mezzo alle gambe, si alzò e prese commiato dal gruppo senza salutare. I due non si salutarono più e il gallo peloritano, solo qualche volta in quegli anni ripassò da piazza Cairoli. La domanda d’obbligo a questo punto è: sarebbe scomparso il gallismo in una società comunista? E l’altra consequenziale: è mai possibile che tutti questi galli abbiano delle mogli c…?

Autore: 
Domenico Angilletta
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