Il gioco: confronto tra quello di ieri e quello di oggi

Dom, 03/05/2020 - 12:00

“Quanto vorrei ritornare indietro”. Tutti noi abbiamo detto o pensato questa frase. Il desiderio di poter riavere un passato che ormai non c’è più diventa irresistibile. Forse, perché siamo così preoccupati a pensare al futuro che non ci rendiamo conto della felicità che stiamo vivendo. Che spreco! Il passato è un dolce richiamo che, questa settimana, mi ha portato a studiare i giochi di una volta. Tutto è iniziato dalla mia osservazione di come impiegano il tempo libero i ragazzi di oggi: essi sono sedentari, chiusi in casa, si divertono con tablet e Play Station… è la tecnologia a farla da padrona. La televisione, con la pubblicità, proietta il ragazzo a seguire questo schema. Ma l’avere tutto comporta anche la perdita quasi immediata dell’entusiasmo, la caduta nella noia, così che il gioco finisce presto dimenticato in qualche angolo della casa. Pertanto, attuando delle ricerche sul passato, ho scoperto che i pochi giochi a disposizione erano frutto della manualità. Ho analizzato tutti i giochi dei nostri nonni, giochi che venivano svolti all’aperto, la maggior parte dei quali fanno parte del libro di Orlando Sculli, “Antichi giochi giocattoli e strumenti musicali della Locride” e ho pensato di descrivere quelli che hanno di più attirato la mia attenzione.
Partiamo con u muzzuni, in cui, con una palla di pezza, si correva per le strade tirandosela addosso e gridando “U muzzuni vaji minandu”. Vinceva chi non veniva colpito. Il gioco era praticato a Siderno.
Proseguiamo con u quattru e quattrottu, dove l’ultimo che saliva doveva dire “quattru e quattrottu ciciri e bottu, quattru e quattrottu ciciri e favi, quattru e quattrottu scarica canali”. Il gioco era praticato a Siderno.
U Battimuru, in cui ogni ragazzo che prendeva parte al gioco, batteva da una medesima distanza una moneta su un muro. Chi avesse piazzato la propria più vicina al muro, vinceva la partita e le monete di tutti. Il gioco era diffuso in tutta la Locride.
Canìgghja canìgghja, un gioco organizzato tra fanciulle. Si avviava la conta e la sorteggiata guidava il gioco nelle vesti di “Mamma”, e custodiva le sue figlie per difenderle dalle insidie della “Ladra”, un’altra sorteggiata che tentava di rubare tutte le fanciulle. Quando la ladra si avvicinava e tentava ti toccare una “Figlia”, la mamma fingeva afflizione con questa cantilena: “Canìgghja, canìgghja non pozzu perdiri sta gioja di figgja”. Era sufficiente che la ladra toccasse la figlia perché venisse considerata rubata; bastava però che la mamma toccasse la ladra prima che rubasse la figlia affinché questa si trasformasse in mamma e così di seguito. Il gioco era praticato a Ferruzzano.
Carcarella o caracolia: fatta la conta, il sorteggiato si posizionava al “Cinci”, un muro prescelto, verso cui doveva orientare il volto e contare fino a 31. Dopodiché tentava di acchiappare qualcuno. Ognuno correva in tutte le direzioni. Quando qualcuno veniva bloccato questi sostituiva il sorteggiato e ricominciava il gioco. Il gioco era diffuso in tutta la Locride, con nomi diversi.
U cucuzzaru, si sceglieva tramite la conta “u cucuzzaru”che dava avvio al gioco. Egli assegnava a ognuno un numero che corrispondeva a delle zucche ipotetiche, quindi pronunciava la formula “Jivi sutta a l’ortu e vitti”, ad esempio, “ddu cucuzzi”. Il soggetto col numero due replicava aumentando il numero delle zucche e così via. Il gioco via via si velocizzava e chi non riusciva a rispondere prontamente doveva pagare un pegno, e alla fine venivano assegnate delle penitenze. Il gioco era praticato in tutta la Locride.
Il gioco delle nocciole, tipico del periodo natalizio, si cominciava da novembre. Prevedeva l’uso di nocciole allineate singolarmente: fatta la conta il sorteggiato tentava di colpire e vincere il maggior numero possibile di nocciole. Per il lancio si sceglieva una nocciola più grossa. Il gioco era praticato in tutta la Locride.
A mamma di deci cucchjari, dopo la conta il gioco iniziava con il ragazzo prescelto che apriva il dito davanti agli occhi di un altro partecipante e gridava: “Ti spagni i chistu”? E l’altro doveva tenere le palpebre aperte, perché se le avesse chiuse avrebbe dimostrato scarso coraggio. Concludeva il gioco con l’espressione: “Ti spagni d’a mamma di dieci cucchjari”?, se il compartecipante resisteva fino alla fine avrebbe vinto. Il gioco era praticato a Ferruzzano e nella vallata di Bruzzano.
Orbu Cinimella: fatta la conta, il sorteggiato veniva bendato, ogni partecipante al gioco cominciava a gironzolargli attorno sbeffeggiandolo con le parole: “Orbu cinimella a quantu vindi a lana?” il malcapitato rispondeva: “A tri carrini! E cchjappa a cu vidi!”. E così cominciava la caccia ai giocatori che sfuggivano a destra e a manca. Quando il bendato catturava un partecipante, il ruolo di “Orbu cinimella” passava a questo. Il gioco era diffuso in tutta la Locride, con nomi differenti.
Scarfamanu, gioco condotto senza fare la conta, con sette o otto persone al massimo. Uno dei giocatori poggiava una mano aperta su un tavolo e a turno tutti i partecipanti mettevano la propria sopra; poi, a turno, ognuno si sovrapponeva anche l’altra. Il gioco aveva inizio con il primo che sfilava una mano, posta sotto tutte le altre e la riposizionava con violenza su quelle più in alto. Di seguito ognuno faceva la stessa cosa, così che quando il gioco finiva il dorso delle mani di ognuno era arrossato e riscaldato. Il gioco veniva praticato in quasi tutta la Locride, con nomi differenti.
Concludiamo con u campanaru, in cui venivano tracciati per terra, con un legnetto o con un pezzo di carbone, tre piccoli riquadri di 40x40, indicati con i numeri uno, due, tre. Dopo il terzo riquadro venivano aggiunti due rettangoli affiancati denominati “Campana”. Si cominciava a tirare nel primo riquadro la pietruzza e dopo averla raccolta proseguiva saltando con un solo piede. Concluso il percorso di andata e ritorno si vinceva una partita. Il gioco era diffuso in tutta la Locride.
Una ricerca dalla quale è stato possibile realizzare un tuffo in un mondo fatto di svago e divertimento, dove c’era allegria e unione tra i vari  componenti che facevano squadra non solo nel gioco, ma anche nella vita.

Autore: 
Rosalba Topini
Rubrica: 

Notizie correlate