Il giorno della cilecca

Dom, 22/10/2017 - 11:20
La criminalità è una straordinaria operazione di marketing giudiziario che fa gola su una parte importante dell’informazione, la quale prende per oro colato, senza porsi minimamente il problema di giudicare in maniera critica, le veline delle procure.

Qualche giorno prima che i giudici della decima sezione penale del tribunale di Roma leggessero le tanto attese motivazioni sull’operazione Mafia Capitale, ripulendo l’immagine della città eterna, i giudici della Suprema Corte, con buona pace del circo delle procure, hanno cancellato con un colpo di spugna l’impostazione accusatoria del processo “Circolo Formato” che nel 2011 ha smantellato l’amministrazione comunale di Marina di Gioiosa portando in carcere quasi l’intera giunta, ritenuta dagli inquirenti inquinata dalle cosche. Escono totalmente assolti da ogni accusa gli ex assessori Rocco Agostino e Vincenzo Ieraci, condannati in Appello, rispettivamente, a 7 e 9 anni di detenzione; mentre per il sindaco Rocco Femia l’annullamento è stato con rinvio, per un nuovo esame ad altra sezione della Corte di Appello di Reggio Calabria.
Secondo quanto era emerso dall’inchiesta, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria -allora diretta dal procuratore Giuseppe Pignatone, dal suo sostituto Nicola Gratteri e dal pm Luisa Miranda - in occasione delle elezioni comunali che si sono svolte nell’aprile del 2009, la cosca Mazzaferro avrebbe sostenuto la candidatura di Femia. Successivamente alla sua elezione, l’amministrazione avrebbe fatto in modo di affidare una serie di appalti pubblici a soggetti riconducibili alla cosca.
Ora non solo l’accusa non ha «mai saputo dimostrare l’elargizione di un solo appalto, di una concessione o di un solo finanziamento, diretto o anche solo indiretto, a qualsivoglia consorteria di riferimento» ma, come evidenziato nella sentenza del processo in abbreviato che nel maggio scorso aveva portato all’annullamento senza rinvio della condanna di Francesco Marrapodi, già assessore ai lavori pubblici nella Giunta Femia, sono assenti «i segni tangibili della vitalità di un gruppo mafioso “Mazzaferro”operativo dopo la morte di M.V., intervenuta nel luglio 1993» così come non vi è traccia di «episodi dai quali desumere la riconoscibilità esterna del gruppo (anzi ve ne sono di contrari) dopo tale data; assenza, questa, che priva di qualsiasi valore decisorio i ruoli, le cosiddette “doti”». Eppure fino alla decisione dei giudici della Corte di Cassazione si era parlato di una competizione elettorale tra ‘ndrine, in particolare tra i Mazzaferro e gli Aquino, che misuravano così la loro forza sul territorio.
Un quadro emerso “al costo di 10 euro più iva per ogni intercettazione” - si vantava all’indomani dell’operazione “Circolo Formato” Nicola Gratteri rispondendo a chi si opponeva alla legge sulle intercettazioni. - “Senza le cimici avremmo dovuto utilizzare centinaia di uomini della polizia giudiziaria, fare appostamenti di mesi e chissà cos’altro. E comunque non sono neppure in grado di stabilire quanti milioni di euro sarebbe costato ai contribuenti. Con la legge attuale e tre cimici abbiano scritto la storia recente della ‘ndrangheta”. La storia... uno scarabocchio! Un’offesa, l’ennesima, a un territorio, sempre lo stesso.
È inutile ricordare la roboante conferenza stampa di quei giorni, in cui intervenne anche Pietro Grasso, allora a capo della Direzione Nazionale Antimafia, e naturalmente Giuseppe Pignatone, oggi procuratore della Repubblica di Roma e grande sconfitto dell’Operazione Mafia Capitale, dal momento che è crollato il suo ipotizzato metodo mafioso su cui si è incentrata un’accesa lotta politica - e per certi versi anche mediatica e culturale - con un impatto fortemente lesivo dell’immagine della Capitale, accostata alla mafia sui giornali di tutto il mondo. Ma, mentre la città eterna viene parzialmente riabilitata agli occhi dell’opinione pubblica dando ampio spazio all’evoluzione di una Capitale non più incappottata e cappottata dalla Mafia, della cilecca dei soggetti che hanno portato all’operazione Circolo Formato nessuno parla. Eppure quando l’operazione scattò, com’è ovvio, stampa e telecamere nazionali ne diedero grande risalto. L’odore della “malacarne” era troppo invitante per resistere, più stuzzicante di un bikini.
La storia si ripete, e anche noi ci ripetiamo ricordandolo, amareggiati, ancora una volta.
La criminalità è una straordinaria operazione di marketing giudiziario che fa gola su una parte importante dell’informazione, la quale prende per oro colato, senza porsi minimamente il problema di giudicare in maniera critica, le veline delle procure. Oggi, dopo aver cantato vittoria a scapito di un popolo - sempre lo stesso - dovrebbe, insieme a certa magistratura, recitare il requiem della vergogna.
La narrazione di “Circolo Formato” naufraga miseramente, e con lei ogni sussulto di decenza. “Circolo Formato” è la riprova che qualcosa si è rotto nel meccanismo di facile cattura dell’opinione pubblica: oggi a delinearsi è la logica dell’eccesso – più si fa scandalo e più si ha consenso – e chi se ne importa delle conseguenze sulla tenuta psicologica e morale dei cittadini!
Finti maniaci del rigore continuano, con le loro spettacolari conclusioni preventive, a condannare i cittadini di questo territorio a convivere con la mafia e la prassi pervasiva del malaffare.
Quel che ci si augura, adesso, è che, forti della lezione dell’ennesimo processo andato in fumo, insorga il desiderio di riportare in auge la serietà e l’onestà della politica, così da rimuovere tutte le previsioni - che sempre più spesso si rivelano paravisioni - legate a un’immagine contorta che si ha della Calabria e che, da tempo ormai, denuncia la falsa libertà con cui ci muoviamo per le strade e per gli anni.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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