Il Giuramento di Prodi

Lun, 28/11/2005 - 00:00

"Noi diciamo alla ‘ndrangheta a voce alta e a testa alta: i vostri voti non li vogliamo. Preferiamo perdere consensi se essi sono contaminati dal vostro consenso. Il ritrovato coraggio di questo popolo non vi consentirà più di condizionare le sue scelte, anche se, come avete già fatto, vi presenterete armi in pugno ai seggi elettorali".

“Ovunque si trovino uomini,
donne, bambini…nell’individuo
nasce un forte desiderio di essere
visto, ascoltato e rispettato dalla
massa dei consociati, che lo circonda”
 (J. Adams)

La domanda non è certo originale, ma sicuramente fatidica e, credo, che di questi tempi, non sono il solo che se la ponga.  Ai vecchi nostalgici bolscevichi verrà in mente, con rimpianto, l’analoga domanda che si pose Lenin nel 1901 e ancor prima di lui, la stessa domanda, si era posto lo scrittore russo Cernyscevski ricavandoci un bel romanzo. Lenin, invece, ci scrive sopra un lungo saggio  sulla funzione del Partito  e sulla futura possibile rivoluzione russa.
A me, al contrario, viene in mente un romanzo di uno scrittore tedesco, Hans Fallada ( il cui vero nome era Ernst Rowohlt) che scrisse, nel 1932, “Keiner man, was nun”, in italiano, “E adesso, povero uomo ?”, l’opera di maggior successo e, probabilmente, meglio riuscita.
Nel romanzo descrive, con apparente leggerezza, ma con sostanziale disperazione, le preoccupazioni di una famiglia della piccola borghesia berlinese nella tormentata Germania degli anni ’20. La guerra, le successive rivolte, la crisi economica, il nazismo montante hanno cambiato tutto, hanno scombussolato tutto e anche le persone non sono più le stesse, sono cambiate, trasformate, quasi trasfigurate, tanto che il protagonista, un giovane commesso, messo di fronte ad ogni più piccola novità, si pone la fatale domanda : adesso che facciamo?
Anche noi ci chiediamo :  e adesso che facciamo? Dopo aver messo in campo tutto l’armamentario possibile della protesta civile dalle manifestazioni ai cortei passando per sfilate e fiaccolate varie; dopo aver tenuto banco sui giornali, sulle televisioni, alla radio, nei vari talk-show, nei telegiornali e quanto altro; dopo che quello slogan, tanto fortunato quanto inquietante, - e adesso ammazzateci tutti - rimbalzato in tutto il mondo, ci sta tornando indietro come un boomerang; dopo tante assemblee, convegni, dibattiti, tavole rotonde e fiumi e fiumi di parole, parafrasando sempre, Hans Fallada, in un altro splendido romanzo, adesso “Ognuno vive solo”.
Il ritorno, non alla normalità, bensì alla quotidianità, ci vede soli e non può essere altrimenti.
I giovani l’hanno detto chiaramente quello che vogliono e quello che si aspettano dalla politica, dalle istituzioni, dalle forze dell’ordine, dalla magistratura, insomma dallo Stato. Meno chiaro è quello che si aspettano dagli adulti, dai loro genitori, dai loro insegnanti, da tutti noi. E ancor meno chiaro e cosa vogliamo noi, cosa possiamo fare noi e cosa chiediamo noi.  Illudersi che tutto possa cambiare di colpo, magari in una bella mattinata di sole, non è solo puerile, è da film hollywoodiano in cui il bene vince sempre, il cattivo è sconfitto o si redime, i buoni sentimenti prevalgono e tutti sono felici e contenti. E’ altrettanto puerile, però, pensare che una manifestazione, per quanto grandiosa possa essere, sia in grado di generare un cambiamento epocale e sia capace di innescare un processo di trasformazione e di rigenerazione della società in cui viviamo. Così come non è possibile continuare a pretendere che i giovani e gli studenti a Locri, a Siderno, a Gioiosa, a Bovalino, a Cittanova, a Rosarno, a Palmi, a Polistena, a Taurianova, a Gioia Tauro – tanto siamo tutti nella stessa barca – scendano ogni giorno in piazza a manifestare. Senza contare che, spesso, il partecipare ad una manifestazione è anche un modo per, come suol dirsi, “salvarsi l’anima” e mettere a posto la propria coscienza. Tanto, il giorno dopo, tutto è come prima, però abbiamo manifestato, abbiamo sfilato per le vie delle nostre cittadine e ci siamo, magari, sfogati urlando slogans, cantando e ballando.
 La rivolta deve avere uno sbocco, altrimenti muore per consunzione o diventa, appunto, normalità. Fino alla “rivolta dei ragazzi di Locri” – come li hanno battezzati i mass-media -  si diceva che in Calabria siamo assuefatti alla violenza, siamo abituati alla ‘ndrangheta  e riusciamo a conviverci ottimamente. Se le cose stavamo in questi termini, beh!, un primo risultato, se non altro,  l’abbiamo ottenuto: questa situazione non ci sta più bene, non vogliamo vivere in un perenne stato d’angoscia perché l’uomo angosciato ha paura e la paura non permette di ragionare. Si dirà che abbiamo preso coscienza, che è sicuramente un passo avanti, che siamo riusciti a  superare la soglia della “banalità del male”. Adesso si tratta di uscire dai clichès, dai luoghi comuni, dalle frasi fatte, dalla retorica, dalle convenzioni di cui la politica è fortemente intrisa, per prospettar-ci una linea di condotta consapevole al di fuori ed oltre i codici standardizzati.
Se è possibile fare il male  non solo sotto forma di reato commissivo ( ero tentato di usare il termine “peccato”, ma mi accorgo che è troppo restrittivo ed ideologizzato) , ma anche di omissione  allora spetta a noi, individualmente, cominciare a prospettare soluzioni per il cambiamento.
“Una buona coscienza non esiste,dice Hannah
Arendt,  se non come assenza di una cattiva”, quindi non possiamo continuare a convivere con una doppia morale adattabile, a seconda della nostra convenienza, alle diverse situazioni.  Non è questione della nostra vita intima o privata dentro cui nessuno ha la possibilità di penetrare, bensì della nostra esistenza pubblica, della nostra vita di relazione, del nostro modo di essere e di porci nei confronti degli altri.  Forse possiamo fare molto di più di quanto, a prima vista,  pensiamo.
Si potrebbe cominciare con il praticare la legalità, invece di cianciarne a vanvera o di pretendere, con una morale tipicamente gesuitica, di insegnarla agli altri dall’alto di uno scranno per poi calpestarla alla prima occasione utile. Non mi riferisco a grandi cose e non penso all’alta politica o  ad affari di Stato; no, penso a tutti  i diuturni rapporti che instauriamo con altre persone che dirigono imprese o società o sono impiegati e funzionari della pubblica amministrazione, o di scuole, di ospedali, di grandi enti. Tutti costoro, dal basso fino ai vertici [ Ignazio Silone diceva che un cappello da postino fa sentire un italiano investito di grande potere] pretendono di far passare per immensi favori lo svolgimento della loro ordinaria attività e il compimento del proprio dovere diventa gesto di degnazione nei confronti della plebe. Forti con i deboli e deboli con i forti, come sempre !
Svolgere il proprio lavoro, essere puntuale, rispettare gli impegni, comportarsi correttamente già questo modo di fare, di per se, determinerebbe veramente una rivoluzione straordinaria. Entrare in un ufficio e trovare l’impiegato addetto, competente, puntuale, preciso; rispettare la fila; ascoltare l’opinione degli altri;  rispettare le elementari regole del codice della strada; rinunciare alla raccomandazione, in una parola, rispettare gli altri; tornare ad essere liberi e non servi, essere coscienti e non sotto tutela sarebbe già un avanzamento immenso. Tocca a noi adulti cominciare, noi dobbiamo essere d’esempio ai nostri figli, ora, adesso, subito  perché non c’è niente di più coinvolgente e trascinante dell’esempio.
Sono i piccoli cambiamenti quotidiani che possono ( c’è da augurarselo sinceramente ) modificare una realtà in cui l’illegalità è diventata norma. In tal modo si può cominciare a scalfire la mentalità criminale che è tale anche perché il criminale è autenticamente incapace di pensare, incapace di andare oltre una logica di sopraffazione, di violenza, di abuso, incapace di concepire, quindi, una società orizzontale di uguali perché l’unico modello che riesce a comprendere è quello gerarchico-piramidale  per cui passerà l’intera sua esistenza nel tentativo – vano- di scalare il vertice.
Alla politica o meglio ai politici  si può chiedere una sola cosa, di stare zitti, di ascoltare prima di decidere e di decidere solo dopo aver ascoltato i cittadini. Le parole sono ormai consumate, non hanno senso, scivolano via nell’indifferenza generale. Non servono le promesse mirabolanti ed i programmi faraonici, servono pochi progetti, realizzabili a breve termine, nel breve periodo, come amano dire gli economisti, chè nel lungo periodo, sosteneva Keynes, saremo tutti morti.
Servono, infine, segnali netti di rottura, provvedimenti rapidi e di immediata attuazione.
Riduzione del numero dei consiglieri regionali; riduzione sostanziale  delle indennità,[ gli elettori non vi eleggono per arricchirvi] riduzione di commissioni ed organismi vari; riduzione drastica delle consulenze esterne e delle c.d. “spese di rappresentanza”; chiusura delle sedi di rappresentanza all’estero e al di fuori del territorio regionale; taglio drastico degli apparati, delle segreterie, degli assistenti e dei porta-borse;  riduzione delle autovetture di servizio, dei viaggi e  delle trasferte; presentazione immediata dei bilanci delle ASL e di tutti gli enti sub-regionali. E poi smettetela con i convegni, in cui ci si parla addosso e le cose restano esattamente dov’erano prima.
Un mio amico spagnolo, il prof. Paco Madrid-Santos, che è anarchico e non vota,  a suo tempo, pèerò, è stato molto contento per il modo come fu eletto Zapatero perchè, nella notte prima del voto, milioni di spagnoli  dissero chiaramente al Governo in carica: se domani votiamo, domani vi cacciamo. Un messaggio chiaro, inequivocabile, forte; non un voto qualsiasi, ma un voto pesante, ponderato, finalizzato, espressione di una società civile matura e  responsabile. Analogo messaggio dovremmo mandare noi, ora.

Autore: 
Antoni Orlando
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