Il male può aiutarci a ritornare umani

Dom, 08/03/2020 - 11:00

Non è la prima, né sarà l’ultima volta che saremo chiamati ad affrontare un’epidemia.
Personalmente ho memoria storica, attraverso i racconti di mia nonna, dell’epidemia di colera del secondo Ottocento. A quell’epoca un suo giovane zio fece rientro da Napoli a piedi ma, giunto alle porte di Caulonia centro, sebbene non infetto, gli fu sbarrato l’ingresso. Era proibito entrare e uscire dal paese. L’Amministrazione Comunale del tempo aveva fatto costruire, in tempi record, un capannone attrezzato con tanta paglia e una cucina a legna, in località “Tinari”, appena fuori dalle mura. Era lì che venivano tenuti in quarantena coloro che facevano ritorno in paese al tempo del colera. Del capannone ricordo i resti, ben visibili, fino alla fine degli anni Cinquanta.
Mia madre, nel 1918, si ammalò di “Spagnola”, un’epidemia che nel mondo ha fatto centinaia di milioni di morti. La mancanza di igiene e di farmaci, gli assembramenti nelle chiese, nelle caserme, nelle trincee (eravamo ancora in guerra), contribuirono alla straordinaria diffusione del virus. Ci furono morti anche a Caulonia e così tanti che il clero (per come si legge nei verbali) pensò di far alzare sensibilmente i costi di messe e funerali. Restò l’adagio: “S’indalevau facci belli a Spagnola”.
Superammo – e bene- anche quella. Così bene che negli anni successivi Caulonia conobbe un sensibile aumento di popolazione e anche la produzione agricola e artigianale aumentò sensibilmente. Né la guerra, né l’epidemia piegò il nostro popolo.
Nel 1957 fui io, come tutti a casa mia, (e quasi tutti in paese) ad ammalarmi di “Asiatica”. Una nuova epidemia che, in Italia, provocò decine di migliaia di morti. Tre milioni nel mondo. Quell’anno le scuole (che io frequentavo a Roccella) aprirono il 5 novembre. In paese affrontammo l’epidemia con compostezza, senza scene di panico, senza assalti ai negozi, senza sindrome da fine del mondo. Preghiere tante, ma i farmaci scarseggiavano così come l’igiene, e lo stesso cibo non era adeguato. Gli infettati, in paese, furono tantissimi, ma i morti pochi e quasi tutti anziani.
Pensando all’epidemia di “Asiatica” che ho vissuto direttamente mi ha fatto sempre ridere la teoria del “familismo amorale” da cui saremmo affetti noi meridionali. Ricordo la grande solidarietà, non solo in famiglia (dove gli adulti dimostravano così tanto amore che non ci sono parole per descriverlo) ma anche tra parenti, vicini, “compari”, conoscenti. La “ruga” si prendeva cura degli ammalati soli.
Gli eroi erano tanti! Ne ricordo uno. Il medico di famiglia, Romolo Prota. Una specie di “sentinella” che, senza armi, non lasciava la postazione per un solo minuto. Arrivava in casa mia quando tutti eravamo infetti. La sua non era mai una visita fugace. Prendeva caffè, metteva a bollire la siringa e iniziava a discutere di tutto. Come se la malattia non ci fosse. Poi ascoltava le spalle di ogni ammalato, guardava la gola, tambureggiava sul ventre, guardava negli occhi… Quando qualcosa non andava si faceva lasciare la chiave di casa alla porta e arrivava in piena notte senza che nessuno glielo chiedesse. E quanto prendeva per tale servizio a domicilio h24? Neanche un soldo. Incredibile! Neanche una sola lira. Anzi, siccome riceveva in regalo qualche uovo, ricotta, formaggi e verdura, fungeva da calmieratore portando il superfluo alle famiglie più bisognose. E non credo fosse l’unico medico a comportarsi con tanto scrupolo e generosità. Perché la comunità deve perdere la memoria di tale immenso patrimonio di umanità?
L’Asiatica non ci piegò. Riprendemmo le scuole e il lavoro. Allora ognuno si creava il lavoro. Basti pensare che in una sola piccola piazza del paese, ancora dopo l’asiatica, lavoravano tre bravissimi sarti, tre calzolai, due barbieri, un rivenditore di “gragni” (terracotta) un carbonaio, un “landaio”, una rivendita stagionale di vino paesano, una falegnameria, un fabbro ferraio, tre mercerie, una cantina e un bar. E poi c’era un frantoio. Simbolo d’un paese vivo. Tant’è che un anno prima, alla stazione ferroviaria della Marina, si costruì il secondo binario per i vagoni di arance che partivano verso il Nord.
Purtroppo, dove non riuscì l’epidemia, arrivò l’emigrazione di massa e la miopia dei governi e delle classi dirigenti. Ma questo è un altro discorso.
Mi son voluto soffermare sulle esperienze che ho vissuto come a dire “ricordate la vostra semenza”. Compostezza, serietà, solidarietà, generosità sono state per secoli le caratteristiche della nostra gente. Non smarriamole. Anzi, anche in questa circostanza “ex malo bonum”, nel senso che il male, dopo l’ubriacatura di sazietà e cattiveria, può stimolarci a “ritornare umani”.
E non sarebbe poca cosa.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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