Il modo ideale di cavalcare la perfetta onda della vita

Dom, 24/05/2020 - 18:00

Ho sempre pensato alla vita come all’onda perfetta: breve, intensa, maestosa, imprevedibile, effimera. Puoi cavalcarla o lasciarti travolgere, ma una cosa è sicura: prima o poi semplicemente si infrange, e noi diventiamo spuma biancastra. A conti fatti, non resta che il ricordo della nostra esistenza, impresso negli scogli logorati dalle onde sfumate via: mi piace pensare che la storia di ognuno di noi lasci un segno, che tutto questo non sia vano, o forse è solo una consolazione alla vita e morte, nelle notti d’estate, seduta sulla spiaggia sperando che il tempo si fermasse, che Giove restasse fisso sopra lo Scorpione, con accanto Saturno e il Sagittario. Eppure le stelle e i pianeti si muovono inesorabilmente, facendomi sentire fragile come una cometa in procinto di farsi consumare dal Sole.
Ho guardato il tempo scorrere, perché “la vita fugge e non s’arresta un’ora”, da mille luoghi e tempi diversi, indossando altrettanti volti e abiti.
Inizialmente mi orientavo solo coi moti di stelle e pianeti, capivo il passare del tempo in base ad albe e tramonti, in rotta verso una casa perduta da troppe lune. Mangiavo feta, vivevo una delle avventure più famose di tutti i tempi, beandomi perfino del canto delle sirene con una certa sfacciataggine. Poi, secoli dopo, controllavo l’ora da una meridiana posta nella piazza centrale di un villaggio, distrattamente, preparandomi alla fuga appena uscita da una taverna nel 500 d.C., accompagnata da un pugno di guerrieri dell’ultima legione. Indossavo delle vesti in pelle di capra ed ero innamorata di Venezia.
Ho attraversato mari e monti, nello spazio e nel tempo, e sono giunta in Britannia: ero lì ai tempi di Re Artù e Merlino, ero a Londra quando, molto tempo dopo, una giovane attrice di quello che non oserei chiamare teatro decise di suicidarsi, colpa di un principe gentile. In quel periodo guardavo la città grigia con occhi sospettosi, poiché i quadri erano più di semplici quadri e le porte aprivano strane faccende.
Mi hanno chiamata con molti nomi e molte lingue, perfino in Egitto, dove facevo la spia in tempi di guerra. Guerra che ho visto da occhi blu, occhi verdi, occhi castani. Per un (troppo breve) periodo di tempo mangiai patate per giorni con Anna, stipati come topi in trappola.
Sono stata regina, ma anche soldato, bambina, scrittrice, pianista, cacciatore, dea, commissario, suora e studentessa di tante scuole che non potrei contarle su una mano.
Sono stata fatta prigioniera e ho imprigionato, sono stata ferita e ho ferito a mia volta. La mia anima ha visto l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso a causa delle mie azioni.
Più di una volta mi si è spezzato il cuore, ho visto la fine di grandi amori, il più celebre tra tutti a Verona, dove, come un gatto, bazzicavo sul balcone degli amanti sventurati.
Ho visto la fine di civiltà, di mondi interi, alle volte. È capitato che mi stancassi dell’universo che voi chiamate reale, cercando rifugio in terre fantastiche popolate da elfi, gnomi, stregoni, druidi, vampiri e licantropi. Sono stata nella pelle di ciascuno di loro, ho mangiato e bevuto alla loro maniera, brindato con i loro nettari.
Ho visto denaro dalle più varie forme e dimensioni, monete d’oro e di bronzo. Non credo che importi, perché in un tempo non troppo lontano qualcuno mi disse che la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.
Ho visto cascate e ho vissuto tempi in cui la natura era incontaminata. Ho combattuto nelle arene romane così come in quelle di mondi distopici, ho cacciato cervi e conigli, ho cavalcato cavalli, draghi, tartarughe e leoni.
Porto le cicatrici di mille vite, di millenni di storia, ho riso in faccia al tempo guardando clessidre dalle forme più variegate e orologi da taschino.
Potrei continuare all’infinito, descrivere case, stalle, castelli in cui ho dormito, pietanze che ho mangiato, alcune speziate come quelle indiane, altre dai gusti delicati come il pane toscano. Le ho messe in bisacce, borse, zaini, e le ho portate con me nelle mie avventure, alcune durate mesi, altre pochi giorni.
Ecco a voi pochi, fugaci momenti delle mie vite, forse imprecisi perché la memoria fa brutti scherzi.
Infinite vicende si sono svolte davanti ai miei occhi, e ciascuna di esse mi ha lasciato qualcosa, arricchendomi, limando parti del mio carattere, dandomi il materiale su cui sviluppare le mie idee e i miei pensieri.
Ecco perché mi sento di ridere in faccia al tempo, nonostante io abbia una bomba a orologeria nel petto, nonostante il mio sangue abbia giri limitati nel grande circuito che sono le mie vene. Ho spezzato le sue catene, che rendono schiavi noi umani, che ci fanno arrancare e correre senza vedere dove stiamo andando.
Leggere permette di essere liberi da ogni cosa, perfino dall’unica certezza che nasce con noi, ossia che moriremo.
Ho sempre pensato alla vita come all’onda perfetta: breve, intensa, maestosa, imprevedibile, effimera. Puoi cavalcarla o lasciarti travolgere, ma una cosa è sicura: prima o poi semplicemente si infrange, e noi diventiamo spuma biancastra. Leggere è come buttarsi in mare tra mille flutti, con la brezza di Dicembre che sferza il viso e i polmoni che bruciano di vita.

Autore: 
Paola José Napoli
Rubrica: 

Notizie correlate