Il non finito calabrese e la bruttezza della disillusione

Dom, 15/02/2015 - 15:52

Balconi senza ringhiere, palazzi senza intonaco, muri che nascondono interni desolati. Scheletri tirati su e mai terminati, progetti faraonici che vedranno la loro realizzazione solo su carta. Al massimo potrebbero sperare in una mezza vita tridimensionale sullo schermo di un computer.
Il non finito calabrese, che fa da sfondo a manifestazioni, a campagne elettorali, a sfilate per le vie cittadine e al passeggio delle Madonne in giro per la regione, è una presenza costante e ingombrante, una bruttura che si è impadronita della quotidianità dei calabresi.
Ciascuno si imbatte quotidianamente in questa architettura della mancanza, il non finito, così tipico e caratteristico del Meridione. Lo incontriamo passeggiando sul lungomare e vedendo lo spettro di un albergo che da quarant’anni a Siderno è riuscito solo ad affollare aule di tribunale e non certo la spiaggia. Un albergo che non ha mai srotolato il suo tappeto rosso e non ha mai aperto le sue porte alle frotte di turisti. Solo promesse.
In quelle case che si alzano, un piano dopo l’altro, da Punta Zefira a Capo Concitum. Quelle palazzine che vengono tirate su per le generazioni future e per quelle che verranno, ma che probabilmente non ci abiteranno mai. Promesse mai mantenute. Ecco cosa rappresenta il non finito secondo Angelo Maggio, geometra e appassionato di fotografia che da anni osserva quest’architettura calabrese.
Secondo Maggio quelle case con i mattoni a vista, con i tondini di ferro che spuntano dai tetti sono proprio il simbolo delle promesse mai mantenute dai politici in questa regione. Promesse di sviluppo, di un futuro e, per alcuni, di un ritorno che però non hanno trovato uno sbocco reale. «In molti casi il non finito è una struttura costruita con i propri risparmi da privati. Magari da gente che se n’è andata all’estero e che sperava di poter tornare al proprio paese d’origine». La sua visione è molto pessimistica e la critica verso il non finito non si limita alla bellezza o bruttezza. «È necessario passare da una dimensione estetica a una etica. Il non finito non è il classico problema di abusivismo o di una casa non finita, è un problema di luoghi di vita. Credo che il non finito sia un monumento alle aspettative deluse dei cittadini, sia una rappresentazione delle illusioni di cui sono stati nutriti gli abitanti di questi luoghi».
È un monumento al fallimento delle politiche per il ripopolamento dei paesi e dei sacrifici fatti da chi in questa terra vorrebbe vivere o tornare ma che non può perché mancano lavoro e prospettive.
Però è anche molto di più, e l’aspetto estetico non è secondario. Come si può convivere con queste case, palazzi o strutture incomplete, degradate e brutte? Maggio ha una sua spiegazione. «Il problema sta proprio là. 
Siamo talmente abituati a vederle, a viverci accanto, a sapere che ci sono, che ormai non ci facciamo più caso. Sono la normalità. Nessuno si sconvolge. Sì ci sono, lo sappiamo. E quindi?». E aggiunge: «Chiedersi come sia stato possibile arrivare ad abituarsi a tutto ciò? Perché sia nato questo fenomeno? Perché sia entrato nella normalità, nella quotidianità e non inorridisca le persone che ci convivono? Sono queste le domande che ci dovremmo porre».
Ben al di là del bello e del brutto. È una parte di noi, appartiene al nostro modo di vivere. Infatti secondo Francesco Lesce, ricercatore presso l’Università della Calabria, «Se fosse semplicemente brutto noi lo vedremmo, invece noi non lo vediamo. Non è un elemento esteriore al mio modo di vivere. Il non finito si mimetizza nel nostro modo di vivere». Un paradosso tipico della Locride a cui nessuno fa più caso, tanto si sa. Quelle costruzioni ci sono, sono brutte. E quindi?

Autore: 
Eleonora Aragona
Rubrica: 

Notizie correlate