Il Sorbo di Angelo

Sab, 02/11/2019 - 18:30
I frutti dimenticati

Da tempo con il mio amico Angelo Gligora, le rare volte che c’incontriamo parliamo di argomenti riferiti al mondo contadino ormai perduto per sempre, di cui sempre più sbiadiscono persino i ricordi.
Nelle ultime volte che ci siamo incontrati abbiamo parlato del mulino ad acqua che era ubicato sulla fiumara tra Africo e Casalnuovo, di cui si servivano ambedue le comunità, gestito dalla famiglia di sua suocera, originaria di Roghudi, transitando su un ponte di legno che scavalcava il torrente.
Personalmente ero passato a piedi da bambino su quel ponte in quanto nell’immediato dopoguerra alcune famiglie di Ferruzzano e altre di Bruzzano usavano partire con una teoria di asini piena di prodotti alimentari che dovevano durare una ventina di giorni e raggiungere Santa Maria, una montagna ricadente forse nel comune di Roghudi.
Si partiva da Ferruzzano e da Bruzzano la sera e in due ore, a piedi si raggiungeva la contrada Asceti nel comune di Africo, dove nei pressi dell’aia della famiglia Alagna ci si accampava per essere pronti ai primi chiarori dell’aurora a ripartire, facendo i tornanti della mulattiera delle Coste di Barili, rasentando il rifugio forestale di Agrame e attraversando la strettissima mulattiera che orlava i precipizi del Passo della Zita, fino al Passo di Ficara dove una scorciatoia ripidissima portava a Casalnuovo e dove tutti i viandanti si fermavano per far riposare gli asini e per rifocillarsi con un pezzo di pane e un sorso d’acqua.
Si ripartiva e arrivati a Furchi per andare a Santa Maria si prendeva a destra la strada in costruzione allora per Casalnuovo, mentre a sinistra si andava per i Campi di Bova.
Arrivati a Casalnuovo si continuava passando sul ponte di legno e si continuava per Africo, passando vicino all’asilo e poi vicino al cimitero, dove si svoltava a sinistra e si proseguiva fino alla montagna, attraversando la contrada Carruso.
Dopo circa trenta e passa chilometri a piedi, nel pomeriggio inoltrato si arrivava sfiniti e gli uomini conficcavano in una radura pali di legno su cui velocemente stendevano una tenda per il primo riparo; il giorno seguente per ogni famiglia veniva completata una capanna di felci.
Si soggiornava per venti giorni, con le donne intente alle faccende domestiche, mentre gli uomini andavano a caccia illegalmente, perché si portavano i fucili.
L’ultimo volta ci siamo incontrati con Angelo per andare a visionare una particolare pianta di sorbo e prima abbiamo ripreso a conversare sull’origine di Africo e Casalnuovo.
Africo era stato casale di Bova fino alle leggi eversive della feudalità del 2 agosto del 1806, ma era stato fondato attorno al mille da coloni di Amendolea, quindi greci, a cui si aggiunsero in seguito alla cacciata nel  1492, degli ebrei dalla Spagna, i Maviglia ,originari dell’Andalusia mentre Casalnuovo, casale di Bruzzano assieme a Ferruzzano e Motticella, era stato popolato, forse fondato da profughi provenienti dall’Albania nell’ultimo scorcio del 400, dopo la morte avvenuta nel 1468 di Giorgio Castriota Scanderbeg che in tante battaglie aveva vinto i turchi ; solo dopo la sua morte i turchi occuparono l’Albania.
Agli inizi del 500, al tempo di Ferdinando il Cattolico, marito di Isabella di Castiglia, la comunità di Casalnuovo fu arricchita da elementi arabi (i Morabito, i Modaffari, i Talia) provenienti dalla Tripolitania (Libia) che erano pirati (secondo la tradizione orale del territorio) catturati su una feluca abbordata dagli spagnoli (essi avevano conquistato l’Italia meridionale e la Lombardia) e la componente albanese divenne minoritaria, ora attestata solamente dai Mollica; naturalmente accanto alla componente araba o albanese a Casalnuovo c’è anche quella greca come i Gligora e i Palamara, mentre i Priolo e i Moio sono d’origine siciliana e ovviamente i Bruzzaniti sono originari di Bruzzano.
Terminato l’argomento storico, con Angelo cominciammo a parlare di agricoltura, di fagioli, di peperoncini piccanti e specialmente di sorbi in quanto in un campo di sua suocera, ricadente sulla sinistra idrografica della fiumara La Verde, nel comune di Bianco, esiste un esemplare  isolato e maestoso di tale varietà di pianta, i cui frutti pochi ormai li conoscono o mangiano.
Bisogna fra l’altro saperli mangiare, dopo averli colti al momento giusto e poi riporli in un posticino riparato dalla luce; nel passato li conservavano su un’incannicciata di canne, stesi a maturare tra la paglia.
Era preziosissimo il legno di sorbo in quanto da esso venivano ricavati i tronchetti filettati (fusi) che servivano a comporre il sistema pressorio dei palmenti, mentre per uso religioso dalle piante pluricentenarie talvolta  venivano ricavate le statue dei santi.
Ci recammo alla fine a visitare la pianta bellissima, che ormai aveva pochi frutti e di essi alcuni erano caduti sull’erba.
Angelo raccolse per me due tre manciate, di quelle ancora acerbe, mentre contemporaneamente consumammo quelle mature, succhiandole.
Effettivamente i frutti risultarono portentosi, belli da vedere, dalla forma regolare quasi sferica, dal colore giallo paglierino con lievi sfumature rosate, che fotografai su una foglia di cavolo.
Alla fine, dopo qualche altra annotazione di carattere ambientale, ci lasciammo, salutandoci affettuosamente.

Autore: 
Orlando Sculli
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