Il tempio di Marasà

Lun, 08/04/2013 - 09:37
Il tempio di Marasà

Nella parte bassa dell’antica Locri Epizephiri, a circa 300 m. dal mare, si ergono tuttora le vestigia del santuario di Marasà (Marasà, in greco, vuol dire “acque rosse”, cioè ferrose, oppur “campo di finocchi). Le poche strutture rimaste (parte della cella e dello stilobate anteriore sui cui spicca un tronco di colonna di ordine jonico) ci consentono, comunque, di ricostruire idealmente l’antico edificio che ebbe due distinte fasi di progettazione e costruzione.

La prima sembra risalga al VII secolo: il tempio presentava una cella allungata, divisa in due navate, le fondamenta erano di pietra e l’elevata in legno con rivestimento di lastre di terracotta. Nel V secolo il tempio venne ricostruito, più ampio ed imponente: la cella venne tripartita e cinta da un colonnato di ordine jonico misurante 17 colonne sui lati lunghi e 6 su quelli brevi. Il tetto, sul lato ovest, venne arricchito del superbo acroterio marmoreo della Nereide e dei Dioscuri, ora conservato nel Museo Nazionale di Reggio Calabria e in cui i “divini fratelli” sono raffigurati nell’atto di balzar giù da cavallo poggiando i piedi su due tritoni barbuti dalla coda di drago marino. Lo sguardo dei due giovani che si figge lontano nella sognante, estatica serenità ellenica non manca, per questo, di vigore e determinatezza: è questa l’immagine che dovette apparire ai soldati locresi e reggini quando, sul fiume Sagra, solo in diecimila contro centotrentamila Crotoniati, ricevettero l’insperato aiuto grazie al quale il nemico venne sconfitto e messo in fuga. E’ proprio in ricordo del miracoloso intervento che i Locresi, commossi, eressero il riverente omaggio “…e li protessero con chiodi di bronzo perché gli uccelli non vi facessero il nido” (Giustino).

Autore: 
Daniela Ferraro