Il Vallone di Tre Carlini di Ardore, Giacimento archeologico?

Dom, 24/11/2019 - 19:00

Il vallone Tre Carlini di Ardore nasce col nome di Schiccio tra la Serra di Matteo e il Petto delle Valli, ha un corso di circa 7 chilometri e sfocia tra la località Judeo e Madonna della Marina. Potremmo fermarci qui con le notizie se non ci fosse in un tratto centrale una valle incassata tra due pareti di solida arenaria in cui insistono una serie di grotte modellate dall’uomo che si sono rivelate di estremo interesse. Su segnalazione di un amico ho chiesto notizie al dott. Giuseppe Grenci, già sindaco di Ardore, il quale prontamente si è detto disposto ad accompagnarmi e ricordava che vi erano ricoveri per gli animali. Domenica mattina tre pensionati in assetto di pioggia ci siamo avventurati, è venuto anche l’amico Piero Schirripa; giunti sul posto ci siamo trovati davanti a uno scenario inaspettato, vero che nel tempo le cavità furono utilizzate come ricoveri per gli animali e che sicuramente l’arenaria aveva subito le ferite inferte dagli agenti atmosferici ma la lettura che vi si può dare è completamente di altro genere. La parete verticale di nord-ovest presenta una grande apertura che introduce in una grotta profonda circa 2 metri e trenta e larga oltre 4 metri vi è scalpellata una colonna a base quadrata di circa 80 cm e rastremata al centro, poi erosa da catene o cordami con cui venivano legati gli animali, un’incisione riporta la data 1871 e due iniziali R. Z.
Vi sono due nicchie poco profonde che possono contenere un uomo in piedi e diverse incavi per riporre suppellettili e qualcuna atta a ospitare candele. Un finestrone ovale in alto posto tra l’apertura di accesso e un’altra apertura più piccola. Tra le due aperture vi è una nicchia in cui è scalpellata una scanalatura per il deflusso dell’acqua. Nella parete soprastante, non raggiungibili senza scala, due grotte con aperture squadrate che consentono l’accesso e due aperture rotondeggianti più piccole che ci è stato impossibile esplorare. Siamo letteralmente calamitati da quello che vediamo e ci dilunghiamo in una discussione su cosa potessero essere e a quale epoca risalire. Abbiamo proseguito la nostra esplorazione della parete nord e vi sono in successione una decina di cavità alcune prive di volta perché crollata nel tempo ma ve n’è una profonda con la volta sovrastata da una cavità circolare che da accesso ad un altro locale superiore, che non abbiamo potuto visionare. Proseguendo verso valle dopo la confluenza di un vallone vi è un pianoro su cui è posta un’altra grotta con un’apertura che consente l’ingresso piegandosi e il locale è dotato di uno spazio di alto all’apertura adatto perché una persona possa caricarsi rannicchiata, mi riporta alla mente la grotta di Kau a Canolo. Attraversato il letto del vallone abbiamo cominciato a risalirlo dal lato sud dove avevamo notato altre grotte. Quattro o cinque cavità raggiungibili ed esplorabili che il riuso come stalle dà l’impressione predominante ma in una di queste, la più grande ricorda il dott. Grenci, un argagnaro (vasaio) di Ardore vi stivava la creta estratta da una vicina cava per mantenerla umida e la prelevava secondo il bisogno. Un’ultima grotta in posizione apicale è composta da tre gradoni, quasi un posto di avvistamento. Sulla via del rientro, prima che ci prendesse la pioggia chiacchieravamo su quello che avevamo appena visto e ci si compiaceva di leggervi un insediamento monastico o un villaggio trogloditico oppure ambedue in successione. Certo la somiglianza col villaggio trogloditico di Parrere a Gerace, la chiesa rupestre di Brancaleone Vetus e il santuario della Madonna della Grotta a Bombile è impressionante. Tra sogno e realtà immaginiamo qualcosa che può dare ancora più valore alle nostre contrade e invochiamo l’ispezione della sovrintendenza.

Autore: 
Arturo Rocca
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