Istruzione: una priorità per la nuova giunta regionale

Dom, 09/02/2020 - 11:00

Una tra le scommesse più importanti che la prossima giunta regionale della Calabria dovrà fare nel breve periodo afferisce a un corposo intervento nel mondo dell’istruzione. In particolare, mi riferisco allo sviluppo del mondo della scuola, della formazione professionale e dell’alta formazione. Seppure l’istruzione non sia argomento di diretta competenza della Regione, quest’ultima potrebbe adoperarsi con una certa urgenza in quanto gli altri due ambiti sopraindicati sono strettamente riconducibili alla gestione del governo regionale.
Sicuramente ci saranno infinite proposte, in merito. Personalmente penserei all’istituzione di una cabina di regia permanente, dove possano essere elaborate, in concerto con la conferenza Stato-Regioni e il MIUR, una serie di strategie tese a divenire, nel breve periodo, un vero e proprio correttivo strutturale all’attuale sistema. Tale necessità è richiesta dai tempi e dal crescente divario del Mismatch che sta inflazionando i titoli di studio conseguiti dai nostri giovani. Oggi si parla di intelligenza artificiale, robotica e informatica, perciò, oltre ai consolidati programmi didattici e organizzativi, occorre intensificare in tutti i segmenti dell’istruzione, della formazione professionale e dell’alta formazione le priorità provenienti dal mercato del lavoro proprie del Terzo Millennio in cui, oltre alla disponibilità e alla volontà di lavorare alle Risorse Umane, è richiesta un’elevata competenza nonché il possesso di specifiche specializzazioni sempre più dettagliate e finalizzate a favorire tutti quei processi occupazionali riconducibili al nascente mondo dell’industria 4.0. L’era dell’accesso ormai è letteralmente disciplinata dalla conoscenza e dalla competenza. La mera manovalanza, oltre a essere sottopagata, rappresenta il vero superamento del sistema. In quest’ultimo caso la forza della formazione professionale consiste nei processi di formazione continua, tesi a rendere possibili gli allineamenti e la riqualificazione delle competenze di quanti altrimenti rischiano la disoccupazione.
Strategicamente gli ambiti posti all’attenzione della presente riflessione sono destinati ad assumere un ruolo decisivo per il futuro di questa terra. Non è più possibile procrastinare in quanto, al ritardo struttural, dettato dalle scelte compiute da trent’anni a questa parte, oggi si aggiungono anche i dati relativi alle povertà educative, in gran parte figlie degli errori commessi con l’adozione delle politiche poco lungimiranti.
Nella tabella delle povertà educative presenti in Italia la Calabria è collocata al terzo posto. Per semplicità espositiva, riporto anche alcuni indicatori che l’Istat, nel 2001, ci ha fornito mediante il censimento nazionale. In quel momento storico ci veniva consegnata una fotografia in cui le regioni con il tasso complessivo di analfabetismo più alto, rispetto al totale dei residenti da sei anni in su, vedeva la Calabria al primo posto con 4,7%, seguita da Basilicata con il 4,2%, Sicilia col 2,8%, Campania e Puglia con il 2,7%. Per quanto riguarda le regioni col tasso minimo, il Trentino Alto Adige contava lo 0,3% di analfabeti insieme al Friuli Venezia Giulia, mentre la Valle d’Aosta lo 0,5%. Purtroppo la Calabria, allora come oggi, deteneva il record negativo, sia se si considera il segmento degli analfabeti inferiori a 65 anni (1,4% dei residenti rispetto allo 0,2% del Friuli), sia per quelli superiori a quella età (19,7% rispetto al Trentino con lo 0,5%).
In buona parte, i bassi livelli di istruzione, oltre a essere una delle principali cause di desertificazione sociale, molto presto potranno rappresentare anche il determinarsi di altri costi che lo Stato dovrà sostenere. Solo per rendere maggiormente evidente la necessità dell’urgenza argomentata in questa occasione, alla quale vi è una chiara necessità d’intervento strutturale, rammento ai miei lettori che una bassa scolarizzazione è destinata a divenire anche causa di una serie di ulteriori costi sia a livello individuale sia a livello sociale. Nel primo caso, l’esclusione e la precarietà occupazionale avranno una comune radice e la mancata spendibilità dei titoli di studio, obsoleti già all’atto del conseguimento, finiranno per non essere più considerati come strumenti spendibili nel mercato occupazionale, ma diverranno il pretesto per incrementare la povertà e l’esclusione. Per ciò che afferisce il peso dettato dai costi sociali non può essere trascurato l’effetto negativo apportato alla qualità della vita di una popolazione meno istruita. La penuria di consapevolezza da una parte alimenterà la disinformazione e dall’altra consentirà di aprire la strada alle classi politiche meno capaci e tendenzialmente più esposte al controllo della criminalità.
Evitando di dover fare di tutta l’erba un fascio, seppur le difficoltà siano evidenti, esistono anche molte persone preparate e oneste impegnate seriamente in politica. Purtroppo, va registrata una crescente sconfitta delle buone prassi condotte da questi ultimi, soprattutto a seguito dello sfiancamento generato in buona parte dalla burocrazia e per la rimanente parte da quel segmento, composto da persone che sono semplicemente intenzionate a tirare verso il basso il livello della crescita culturale per non perdere il controllo conquistato.
Infine, il costo economico patito dai territori, come ben sappiamo, in passato ha generato una vera e propria limitazione dello sviluppo. Presumibilmente, in futuro, continuerà a incidere ancora più a fondo limitando sempre di più la propensione all’innovazione tecnologica. In un mondo che corre, tale limitazione significa semplicemente auto annientarsi. Il divario Nord-Sud finirà per crescere anche a causa del peggioramento di tutti gli indicatori che impediranno lo sviluppo. In quest’ultimo caso, il ruolo centrale potrebbe essere proprio conferito alla scuola, in quanto è l’unico segmento capace di interpretare i tempi con lucidità e potenzialmente potrebbe essere capace di avviare la diffusione di nuovi percorsi d’istruzione e formazione professionale destinati a divenire il vero traino del cambiamento.
In passato, mentre le regioni del Nord interpretavano il cambiamento riuscendo a mantenere il passo e guardando con capacità simmetrica ai processi innovativi, il Meridione continuava a segnare il passo. La differenza tra i due paradigmi è ancora sotto i nostri occhi: il Settentrione è riuscito a centrare gli obiettivi occupazionali e di sviluppo, incamerando anche moltissime Risorse Umane provenienti da un Sud stremato e sempre più scoraggiato oltre che meno istruito. Anche in quest’ultimo passaggio l’onda lunga dell’analfabetismo preunitario ha un peso ben determinato e, forse, senza volerlo, ha contribuito a dare di volta in volta vita a politiche inefficaci e inattuali. Di tutte queste dinamiche vi è stata sempre tanta consapevolezza. Però, oltre alle misure intraprese dai vari governi principalmente per pacare gli animi, sono mancate quasi sempre le azioni strutturali tese a creare un percorso ben preciso mediante una visione e un progetto plurigenerazionale.
Vorrei sperare in una vera e propria presa di coscienza affinché queste dinamiche possano trovare soluzione. Non si può continuare a chiedere sacrifici a una società immobilizzata da una crisi economica interminabile e sempre più avvolta dalla crescente povertà educativa. È indispensabile investire sulle generazioni che hanno trovato e troveranno il coraggio di rimanere nella loro terra, superando la propensione a emigrare altrove per cercare un lavoro e una collocazione. In questo percorso specifico il mondo della politica, superando il limite dei colori e delle appartenenze, dovrebbe dialogare con il mondo della scuola della formazione professionale e con il Ministero del Lavoro per realizzare un vero e proprio “New Deal” del Terzo Millennio.
Penso sia possibile immaginare e realizzare una buona prassi, tesa a restituire al Meridione non privilegi e assistenzialismo ma semplicemente l’occasione per potersi confrontare con il resto dell’Europa e del mondo, mediante l’esercizio delle pari opportunità, in cui finalmente i nostri giovani potranno concorrere con i loro coetanei europei senza dover continuare a vivere con il cappello in mano e sperando in qualche miracolo per poter realizzare il sogno della loro vita.

Autore: 
Francesco Rao
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