Junchi, luogo di congiunzione

Ven, 01/12/2017 - 17:40

La pioggia, che bagnando i vetri delle finestre scorre in sottilissimi rivoli verticali o inzuppa i vestiti nella corsa verso il portone di casa, è cosa che, immergendosi di nuovo nel tepore delle proprie stanze o al primo sole, si dimentica. La pioggia ogni tanto, però, torna ad inghiottire le strade, come in un passato non poi così lontano, quando i nostri bisnonni, attraversando la via rivierasca non correvano su ponti di mattoni o cemento, ma guadavano le fiumare ingrossate su carri con ruote di legno imponenti, trainati da poveri buoi. Se però, tra fine ‘800 e inizio ‘900, la via nazionale fu resa sicura da ponti in mattoni e cemento, per alcuni anni ancora altre vie rimasero insicure.
Nel 1952 padre Antonio Schirato, missionario dei Servi di Maria, scriveva che per arrivare a Junchi erano necessarie due ore di cammino da Gioiosa o da Roccella: a Junchi allora c’erano la scuola e la chiesa parrocchiale attorno a cui erano sparse, anche in altre contrade, alcune migliaia di persone, ma niente strade per arrivarci. Annotava padre Schirato, in una relazione ancora in larga parte inedita, che Junchi «manca di tutto: casa canonica, asilo, oratorio, edificio scolastico. Non c’è luce elettrica».
E la pioggia? La pioggia, che allora sbarrava la strada ai viandanti, ingrossando la fiumara, oggi minaccia di far franare pezzo a pezzo la provinciale, resa carrabile qualche anno dopo la visita del missionario. Una sorte beffarda, quella per cui rischia di rimanere senza strade, per una contrada che si è popolata nel luogo in cui la strada che portava da Motta Gioiosa a Castelvetere (le odierne Gioiosa Jonica e Caulonia Superiore) si affacciava sul fianco delle alture, aprendo la vista al mare. Questa felice posizione è probabilmente anche la ragione della prima menzione di “Yunchi” in un documento, la platea di Giovan Battista Carafa, del 1534: questo luogo, infatti, con la fontana di Pirgo e la chiesa di S. Sebastiano (oggi di S. Rocco) di Gioiosa segnava il limite lungo la via di Castelvetere della foresta marittima della Contea di Grotteria, facendo da porta per i colli. E veramente chi oggi raggiunge Junchi, soprattutto da Marina di Gioiosa, costeggiando Camocelli, ritrova quella suggestione, che nel linguaggio burocratico degli antichi documenti è solo accennata.
Se dovessi cercare di esprimere a parole questo sentimento, direi che Junchi non è luogo di passaggio, ma di congiunzione. Per noi oggi il transito è anonimo: lunghe lingue di asfalto stese su colate di cemento. Comode ma insignificanti. A Junchi invece la fascia marittima e la campagna, il colle e la valle, le due Gioiosa e Roccella trapassano gli uni nelle altre senza confondersi. Per queste ragioni cogliere la bellezza di questo luogo è difficile con la fotografia: qualunque punto si scelga per puntare la macchina, ci si lascia alle spalle qualcosa di non insignificante. Se ci si volge verso i colli non si vede il mare, guardando il mare non si vede l’abitato e le tracce della vita degli uomini e così via.
Bisogna tornare a Junchi. Ci dovrebbero tornare, prima di tutto, quelli che non sanno neppure più cosa sia quella parte di Locride adagiata sull’antica via che congiungeva Gerace a Castelvetere e, quindi, stanno anche dimenticando i moderni paesi tra Locri e Caulonia Marina. Senza conoscenza non solo non ci sarà mai sviluppo turistico (e sarebbe il danno minore), ma neanche agricolo, artigianale, industriale e, soprattutto, umano.
Certo un discorso lungo per una frazione di poche case e una chiesa, ma il piccolo sta per il grande e, forse, fin dall’inizio abbiamo scritto di tutta la Calabria.

Autore: 
Vincenzo Tavernese
Rubrica: 

Notizie correlate