L’addio agli aspri monti

Dom, 05/07/2015 - 18:59
Nel suo ultimo libro Vito Pirruccio ritiene che il nuovo fenomeno dell’emigrazione giovanile con tablet e iphone sia irreversibile. È davvero così?

La storia personale di Vito Pirruccio spiega bene quali siano state le motivazioni che l’hanno spinto a fare la scelta di pubblicare il suo ultimo libro.
L’emigrazione vista di vicino - Storia di ordinaria emigrazione di una famiglia calabrese, tra racconto e intervista può infatti intendersi come l’autobiografia del professore, che ripercorre le vicissitudini della propria famiglia.
Ma il libro che andiamo a presentarvi non è un semplice romanzo o un saggio. Si tratta invece di un lavoro articolato, nato nell’ormai lontano 2005 quando, all’interno di un progetto scolastico interdisciplinare, all’Istituto Tenico per il Turismo presso il quale Pirruccio insegnava di Diritto ed Economia, venne sorteggiato il tema dell’emigrazione come argomento da approfondire in tutte le materie affrontate dai ragazzi. Nello scrivere, Pirruccio tiene a mente quanto gli italiani abbiano contribuito alla crescita economica estera, ritrovandosi in linea con la volontà di celebrare i nostri emigrati nella giornata dell’8 agosto (giorno in cui avvenne, nel 1956 il disastro di Marcinelle, in cui 136 italiani, tutti meridionali, persero la vita in miniera), espressa per la prima volta dal Ministro Tremaglia nel 2001. La pensava allo stesso modo anche papà Antonio, classe 1922, democristiano di razza, che soleva rabbrividire dinanzi alle arringhe demagogiche di un Bossi irriconoscente e testone, incapace di comprendere che il meridione sia stato il pilastro sul quale è stata eretta la Nazione.
Emigrato in Argentina prima e in Svizzera poi, papà Pirruccio sarebbe stato tanti anni lontano da una Calabria mai dimenticata, nella quale sarebbe ritornato arricchito con l’obiettivo di regalare un futuro migliore ai propri figli, che non voleva calzolai per via ereditaria. Il confronto non sempre semplice con il padre, dal quale l’autore si discosta soprattutto in ambito politico, gli ha permesso di compiere una riflessione sulla filosofia sulla quale basa il proprio viaggio l’emigrante, oggi evolutosi anche grazie al contributo di persone come il padre.
«All’emigrante che rimaneva con il pensiero a casa - ci racconta Pirruccio - oggi si è sostituito quello che se ne va per non tornare. Le esigenze che spingono questi ragazzi ad andarsene sono le stesse dei nostri padri. Ma se nel primo caso l’assenza di lavoro era dettata da una povertà emanazione di una società e di una tradizione specifiche, tanto che ad andarsene erano persone disperate e senza mezzi, oggi essa è il prodotto dell’impegno dei primi emigranti che, con l’obiettivo di dare un futuro migliore ai propri figli, hanno squassato le fondamenta di un antico sistema impiegatizio, sovvertendo la linearità del lavoro e impedendo il rinnovo generazionale per garantire un benessere responsabile dell’esportazione delle intelligenze».
Il risultato più evidente di questo sistema è una perdita del senso di nostalgia, ucciso da una generazione di genitori che si è concentrata sulla trasmissione di altri valori ma, soprattutto, da una terra in cui lo stile di vita imposto dagli amministratori nega la meritocrazia e la valorizzazione del cittadino. La rescissione del legame con la propria terra si trasforma fino a divenire un trapianto di tradizioni e feste popolari nel luogo di accoglienza. Mentre Australia, Germania, Belgio, Spagna e decine di altri Paesi si arricchiscono del bagaglio culturale di oltre 30 milioni di italiani migrati nell’ultimo secolo, però, ciò che rimane di quell’Italia in grado di produrre eccellenze è un guscio vuoto, intaccato da una politica assistenziale che ha ammorbato i propri abitanti.
«Oggi - sostiene Pirruccio - la politica dell’assistenza ha tolto etica al lavoro soprattutto al sud Italia, non dando garanzie alla generazione entrante. La stessa pubblica amministrazione è divenuta “parassitaria”, facendoci per questo perdere punti rispetto al nord e, soprattutto, al resto d’Europa. L’assistenza è una malattia cronicizzata dal sud e ci impedisce di avere forme concrete di riscatto. Per questo se ne vanno le persone dalle qualità migliori lasciando che questa terra muoia mentre l’estero emerge grazie alle nostre fatiche».
Ciò che più è rimasto impresso nei ricordi dell’autore, comunque, sono le parole del padre, che spiegava come l’emigrazione non si affrontasse per un capriccio fine a se stesso, ma fosse un’avventura complicata che lo aveva obbligato ad affrontare un viaggio della speranza che solo in pochi particolari differisce da quelli a cui assistiamo tutte le estati.
Considerando nel dettaglio le condizioni di vita di chi scappa, riflette Pirruccio, la follia leghista che invoca di imbracciare i fucili pur di respingere i migranti crolla come un castello di carte. Così come i nostri padri non hanno avuto paura di imbarcarsi clandestinamente su una nave a vapore anche se minacciati dalle pistole delle forze dell’ordine straniere, la disperazione che queste persone portano come un bagaglio farà sempre pensare loro che correre un rischio simile sarà mille volte meglio che tornare indietro.
Gli esiti di questa ricerca si concretizzano in una disillusione che non lascia speranze. Se lo sforzo del padre di Pirruccio è certamente stato fondamentale per centrare l’obiettivo di regalare un avvenire migliore ai giovani, la generazione dell’autore, che doveva essere quella del cambiamento politico e socioeconomico, della rinascita di un Paese che sognava il sano riscatto postbellico, si è invece rivelata un totale fallimento del quale si devono pagare le conseguenze.

Autore: 
Jacopo Giuca
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