L’Antica Enotria in un bicchiere grazie a un eroe dei nostri tempi

Dom, 03/07/2016 - 14:38
Orlando Sculli non intende fermarsi. Dopo aver scrutato per 14 lunghi anni tra i vigneti della Locride e salvato 270 vitigni, vuole che questo ricco arsenale si trasformi in una grande chance di rilancio del nostro territorio.

 “Il buon Orlando è per voi una grossa fortuna. Ha salvato 270 vitigni tra biotipi e genotipi. Per realizzare il suo lavoro occorrerebbero anni e ingenti risorse. Lui ha fatto tutto da solo. È dal 1988 che si occupa di biodiversità. La Calabria ha un patrimonio immenso di cui fare tesoro e nessuno finora ha colto questa opportunità. Non riesco a capacitarmi di come sia potuto accadere”. Angelo Caputo è un agronomo del CRA, il Centro di ricerca in Agricoltura che da anni si occupa di recupero e valorizzazione delle principali varietà locali e dei vitigni autoctoni minori, così da individuare i migliori biotipi di vitigni locali in grado di assicurare un miglioramento della produzione di un territorio.
Angelo conosce Orlando Sculli da diverso tempo e in comune hanno un’ambiziosa passione: mantenere la biodiversità viticola a livello locale. Di Orlando Sculli vi avevamo già parlato lo scorso aprile. Era venuto a trovarci in redazione per raccontarci dalla sua immane impresa. Da 14 anni Sculli, professore di lettere in pensione, va in cerca di vitigni autoctoni da salvare. Vitigni che appartengono all’epoca bizantina, romana e addirittura greca. Ha riportato alla luce un ricco arsenale di cui avvalersi per porre un freno all’erosione genetica. 
“I vitigni salvati da Orlando potrebbero stravolgere la vitivinicoltura locale per la tipicità e la naturalità, dando un calcio a quel processo avviato con la globalizzazione che ha portato a standardizzare ogni prodotto, tanto da non riuscire più a identificare un territorio” - prosegue Caputo. 
Insieme a Sculli e Caputo, sabato sera seduto allo stesso tavolo a sorseggiare del buon vino, in uno dei locali più “in” di Mammola, anche Claudio Marcianò docente di Economia agraria all’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria. Insieme vorrebbero avviare un progetto per approfondire gli elementi di conoscenza della viti-vinicoltura del nostro territorio, sia a livello varietale che enologico, al fine di migliorare gli standard qualitativi esistenti, creare nuove opportunità di mercato con la riscoperta e la valorizzazione dei vitigni autoctoni. In un contesto enologico internazionale di forte competizione, caratterizzato prevalentemente da pochi vitigni dominanti risulta, infatti, quanto mai importante puntare su produzioni vitivinicole peculiari e ben riconoscibili, capaci di rappresentare le tipicità locali. 
Un ricchissimo patrimonio quello delle tipicità locali che, in Calabria, è stato messo in pericolo, all’inizio degli anni ‘50 del ‘900, con l’emigrazione di massa verso l’Australia, gli Stati Uniti, il Canada e l’Argentina. A mettere ulteriormente a rischio la biodiversità di una tradizione millenaria anche i rapidi processi di globalizzazione dei prodotti e dei mercati e la nefanda politica comunitaria che, a partire dagli anni ottanta, dava incentivi per estirpare i vigneti.
“Divenne una prassi obbligata – ci aveva raccontato Sculli lo scorso aprile – ricorrere nella costituzione di nuovi vigneti, a vitigni internazionali o a pochi viti calabresi, quali il Magliocco, il Greco Nero, il Greco Bianco, il Mantonico, il Gaglioppo, la Guardavalle, la Greca Bianca. E così, nello spazio di pochi anni, lo scenario della costituzione dei vigneti in Calabria è profondamente mutato”. Si è assistito, dunque, a una diminuzione del numero di vitigni coltivati in favore di pochi che hanno trovato un’ampia diffusione grazie alla loro facile adattabilità alle diverse condizioni pedoclimatiche. 
Per fortuna, a questa tendenza d’omologazione dei gusti e delle produzioni ha fatto da contraltare la ricerca, di una parte di consumatori, di sapori diversi legati al territorio, alla sua coltura e alla sua tradizione. Orlando Sculli è uno di questi eroi. Grazie al suo infaticabile lavoro di esplorazione per i vigneti della Locride sarà possibile recuperare la memoria di un passato che fa capolino solo nei libri di storia, ricreare i vigneti di quella che fin dal secondo millennio a.C fu definita dai greci come “la terra della vite coltivata con il sostegno di un palo”, ovvero Enotria. Di quest’area fanno parte la Calabria, la Basilicata e parte della Campania, ed è stata identificata come Centro Terziario di Domesticazione della vite: qui si attestano pratiche colturali evolutesi nelle regioni mesopotamiche e anatolico-siriache dal tardo Neolitico, quando ebbe origine la viticoltura. 
I 270 vitigni recuperati da Sculli sono stati inviati al CRA di Turi (BA) e di ognuno di essi sarà estratto il DNA e verificate le eventuali omonimie e sinonimie con i vitigni noti e iscritti al registro nazionale delle varietà di vite da vino; nel caso in cui venissero rintracciati profili molecolari unici si potrà affermare di aver portato alla luce una varietà inedita. A tutti quei vitigni le cui caratteristiche ampelografiche e descrittive non rientrino in varietà note, saranno indirizzati gli sforzi futuri così da scoprire varietà autoctone che possano garantire caratteristiche uniche e originali ai vini calabresi.
Non solo: i vitigni autoctoni rappresentano la soluzione migliore per far fronte al caos climatico, in quanto si tratta di varietà resistenti sia agli stress biotici (derivanti dall’azione di organismi terzi) che abiotici (derivanti da carenze o eccessi di sostanze abiotiche, quali i nutrienti o l’acqua).
“Potrebbero non essere vitigni eccezionali dal punto di vista enologico – precisa Caputo - però un cattivo vitigno potrebbe presentare un gene di resistenza interessante e pertanto su di esso si potrebbe avviare un piano di miglioramento genetico che interessi altre varietà. E ci tengo a precisare che non stiamo parlando di OGM: si tratta di un processo rigorosamente naturale”.
Applicando tecniche tradizionali (ampelografiche e ampelometriche) e tecniche di recente introduzione (indagini biomolecolari), in diverse regioni d’Italia è stato possibile ampliare le conoscenze sull’identità varietale del proprio patrimonio genetico, raggiungendo anche l’importante obiettivo della conservazione extra situ del germoplasma viticolo con la costituzione di collezioni colturali presso aziende sperimentali di proprietà del CRA. Così è successo per esempio in Basilicata con il progetto Basivin che ha portato alla sorprendente scoperta di ben 42 vitigni completamente sconosciuti, individuati tra le circa 480 accessioni reperite negli antichi vigneti della Val d’Agri, del Pollino e del Vulture. Un progetto durato 8 anni, che ha potuto contare su un contributo storico: 200 mila euro. Orlando Sculli ha fatto tutto da solo senza chiedere nemmeno un centesimo. “Certo occorrerà catalogare il materiale con un metodo più scientifico – sottolinea Caputo – ma la base di partenza è a dir poco pazzesca!”. Qualche privato, in verità, l’ha già capito e ha chiesto a Sculli di cedergli la sua “collezione” per 100 mila euro. Ma al buon Orlando i soldi non interessano: lui vuole che si faccia qualcosa per continuare a salvare le nostre radici e, se si deciderà di creare un campo sperimentale di salvataggio, che lo si faccia in Calabria.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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