L’associazione per droga nel contesto mafioso

Mer, 19/02/2020 - 09:30
Giudiziaria

L'aggregazione criminale esaminata nel processo “Recupero – Bene Comune”, relativa al contestato reato di associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti «ha dignità esponenziale sul piano associativo mafioso, per ciò solo travalicando il fenomeno della mera correità di persone nel reato ai sensi dell'art. 110 cod. pen., e assumendo valenza di fenomeno condiviso, organizzato e legittimato dal potere mafioso». È quanto scrivono i giudici della Cassazione nelle motivazioni della sentenza del filone dell’ordinario del maxiprocesso che ha interessato imputati in gran parte di Siderno.
I ricorsi proposti dagli imputati pongono due questioni di fondo, dubitando da un lato che sia possibile desumere da una condotta che esprime il ruolo dell'agente all'interno del sodalizio mafioso anche la partecipazione del medesimo soggetto all'associazione prevista dal T.U. Stup., art.74, tanto più se il traffico di sostanze stupefacenti costituisca una delle finalità della stessa associazione ex art. 416 bis cod. pen., perseguita mantenendo l'assoggettamento dell'intero settore e la sua stabile gestione da parte della consorteria; contestando, dall'altro, l'esistenza stessa di una struttura associativa ex art. 74, della quale difetterebbero i requisiti della stabilità del vincolo, di un comune progetto, della predisposizione di comuni risorse strumentali e finanziarie, di una suddivisione di ruoli.
Rilevano i giudici: «Mette conto rilevare che si tratta di censure già mosse con gli atti di appello e che il giudice di seconde cure non ha mancato di valutare. Va, infatti, ribadito che i reati di associazione per delinquere, generica o di stampo mafioso, possono concorrere con il delitto di associazione per delinquere dedita al traffico di sostanze stupefacenti, anche quando la medesima associazione sia finalizzata alla commissione di reati concernenti il traffico degli stupefacenti e di reati diversi». Del resto: «Non vi è alcuna preclusione di principio in ordine alla individuazione di una associazione finalizzata al traffico di stupefacenti costituita da membri di un'associazione mafiosa, anche quando quella sia ideata e viva quale articolazione del sodalizio mafioso. Il canone che permette di escludere la medesimezza del fatto, e quindi l'indebita duplice ascrizione di un solo comportamento trasgressivo, è rappresentato dall'almeno parziale alterità dei beni giuridici tutelati e anche dalla struttura della fattispecie in parola giacché il delitto di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74 presenta degli elementi specializzanti rispetto a quello di cui all'art. 416 bis cod. pen., perché a tutti gli elementi costitutivi della associazione per delinquere – vincolo tendenzialmente permanente, indeterminatezza del programma criminoso, esistenza di una struttura adeguata allo scopo - aggiunge quello specializzante della natura dei reati fine programmati che devono essere quelli previsti dal D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73. Ne consegue che, laddove l'associazione venga costituita al solo scopo di operare nel settore del traffico degli stupefacenti, gli agenti non potranno essere puniti a doppio titolo, ovvero per la violazione dell'art. 416 bis cod. pen. e del T.U. Stup., art. 74; ma se l'associazione ha lo scopo di commettere traffico di stupefacenti ed anche altri reati, è ben possibile che gli agenti vengano puniti per entrambi i delitti». Tanto chiarisce che la motivazione impugnata: «è corretta, perché in linea con i principi giuridici che governano la materia».
Nel dare risposta alla deduzione difensiva, secondo la quale la condotta degli imputati intranei al sodalizio mafioso, certamente tipica in relazione all'associazione prevista dall'art. 416 bis cod. pen., non potrebbe di per sé essere ritenuta concretante partecipazione al delitto di cui all'art. 74, il giudice d'appello ha evidenziato come sia rimasto accertato, attraverso gli eloquenti dialoghi intercettati, l'autonomia e l’autosufficienza dei due organismi: «L'associazione funzionale alle coltivazioni di cannabis capace "di giovarsi dell'aurea e della protezione" della cosca mafiosa; quest'ultima interessata a dirigere il business delle attività illecite redditizie, svolte nel contesto territoriale controllato, a mezzo di alcuni sodali che non a caso occupavano nella prima i posti di maggiore attivismo criminale».

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