L’attesa delle file: storie di quotidiana insofferenza

Sab, 31/05/2014 - 18:03

Dal medico. Dodici persone in fila, due rappresentanti (aventi diritto ad entrare ogni tre pazienti). Ventilatore rotto. Sguardi che si scrutano con occhio semisocchiuso, con l'intento di voler cercare un qualsiasi dettaglio per annientare l'altro. Lamentele con tema ricorrente: la salute (prima di tutto), i soldi (che mancano). I più giovani usano la tecnologia per distrarsi con la poca accortezza di abbassare la suoneria dei giochi: i “dlin dlin” dei punti che guadagni sembrano fare a gara coi colpi di tosse dell'anziano signore. Mentre coloro in età possono solo ripassare quei quattro poster attaccati lì dai tempi di Baggio: vari stadi di un polmone degradato, le micosi dell'unghia e, in chiave più moderna, i problemi di impotenza nell'uomo. Il paradosso è che, lì, in mezzo a tutti questi mali immortalati, il paziente si sente al sicuro. Sospiri. Donne in età con la borsa sulle gambe, stretta tra le mani come se contenesse un bottino: se le apri, invece, ci trovi un vecchio portamonete e le caramelle alla menta. Qualche esterno entra per un'affacciata, se non c'è molta gente, si fermerà anche lui a far la fila. Ed è un coro di “buonasera”, pronunciato a cori alterni.  Inevitabilmente, arriva la classica urgenza: un tizio che sta male e deve entrare per forza. Nessuno può appellarsi a questo.
Appena il signore entra per essere miracolato dal dottore, iniziano le frecciatine, spigolose e taglienti. “E certo, non poteva andare al pronto soccorso… Tra poco torna mio marito dal lavoro, cosa mangerà se sono ancora qui? Io peggio, signora, che oggi a pranzo ho i nipotini”. Ognuno ha una situazione scomoda da risolvere a casa, a causa di questa lunga attesa.
E allora sale la tensione: cominciano le telefonate a “Maria, sugn'ancora cca”, e si rinforza il concetto vittimistico di questa mala avventura; come se non lo si meritasse una cosa del genere, con tutti i pensieri che già uno ha.
In farmacia, la fila è un'altra cosa. è il papà che dopo una giornata di lavoro cocente viene chiamato a dovere dalla moglie di comprare lo spray nasale per il piccolo, mentre gli anziani, premurosi, hanno portato direttamente la scatola del farmaco, altrimenti non ne ricordano il nome. E anche qui tutti si spazientiscono, perché l'appena cinquantenne divenuta da poco single, sta chiacchierando col farmacista (svergognata), e questo diventa motivo per additarla e riferirlo, nel pranzo domenicale, a tutti i parenti.
La fila alla posta, poi, supera il comico. Entri che è ferragosto. Gli sportelli sono denominati come qualcosa tipo A, B, C, D mentre l'erogatore dei numeretti con 1, 2, 3 e 4. E no, non corrispondono allo stesso ordine. Alla posta ci sono sempre pochi soldi e qualcuno se ne esce imprecando. I vecchietti più furbi, per salvaguardarsi da sguardi indiscreti, vanno a depositare il loro patrimonio negli uffici postali dei paesi limitrofi.
E al supermercato, quando al banco salumi tu che vieni da una famiglia umile prendi il cotto più buono (e più caro) e lei, che coi soldi potrebbe farsi un vestito chiede quello in offerta, allora non ci sono santi che tengano (“ma guarda sta pirchja”). Vi rincontrate alla cassa dove lei paga col bigliettone verde (“nommu 'andavarria u 'nci mancanu”). Non importa che la legge preveda strisce per garantire la privacy: l'occhio e l'orecchio umano sono stati formati per andare oltre questi simbolici confini, perché anche in mezzo al caos più totale riuscirebbero a cogliere quel particolare per distruggere il malcapitato. Avanti il prossimo.

Autore: 
Sara Jacopetta
Rubrica: 

Notizie correlate