L’incanto della serenità: “Bombilari” di Paolo Landrelli

Lun, 03/08/2015 - 17:22
Recensione del libro che verrà presentato giovedì 6 agosto 2015, alle ore 21.30, nella Frazione Bombile di Ardore, in Piazza Vittorio Emanuele

Sono versi, dolci, tenui, lievi come le onde di un lago al tramonto. E la loro musica ha il sommesso suono del mormorio della risacca e come questo è destinato a riecheggiare…
Sono foglie ingiallite di antichi autunni i versi di Paolo Landrelli, e nessun vento potrà portarle via. E si accartocciano nelle nostre memorie occupandone il posto più bello: quello dei dolci rimpianti per un Eden perduto ma del quale percepiremo sempre gli echi che con l’avanzare dell’età, invece di affievolirsi, diventano sempre più forti e penetranti.
Son versi, dolci, tenui, lievi come le onde di un lago al tramonto. E la loro musica ha il sommesso suono del mormorio della risacca e come questo è destinato a riecheggiare per sempre nell’animo di chi quel “Mundu anticu”, che se non è già morto sicuramente sta agonizzando, l’ha vissuto e lo ricorda come una favola, talora la sola della propria esistenza.
È un inno, un monumento a una civiltà e a un millenario modo di vivere, il libro “Bombilari” di Paolo Landrelli, edito, con la risaputa sobrietà di stile, dalle Arti Grafiche GS di Mimmo Garreffa. Ed è un commovente omaggio al suo borgo, Bombile d’Ardore, che dislocato da madre natura lassù su una splendida collina, è noto anche per essere la sede del Santuario della Madonna della Grotta. È bella Bombile con le sue luci. E a guardarla di notte e da lontano sembra una meraviglia dell’altro mondo, sospesa com’è lassù tra cielo e terra. È di una bellezza struggente e antica Bombile così come lo è la nostra terra che, per quanto disprezzata e derelitta, o forse proprio per questo, quasi per redimersi, ogni tanto, ti regala le sorprese più belle. E una di queste piacevoli sorprese è Paolo.
È un dono eccezionale Paolo, che senza nemmeno lontanamente sognarsi di disturbare le mitiche muse dell’arcaicità, s’ispira al piccolo mondo che gli sta intorno e alla sua grande interiorità per regalarci dei versi che ci prendono, ci avvolgono, ci coinvolgono, ci trasportano in un’altra dimensione e ci regalano il riverbero di una perduta serenità, dandoci quel conforto che solo le ali della poesia sanno soffiare. E nei suoi versi echeggia, sin quasi a impadronirsi di tutto il contesto, la dolce e benefica fata del passato E la poesia si sublima in fiaba. E un limpido ruscello sgorgato da monti di cristallo ci narra di un mondo nel quale l’uomo valeva per quel che era e salutava persino le porte chiuse delle case come se lì ci fosse qualcuno. Perché, a differenza di oggi, che non si rispettano nemmeno le persone, allora si rispettavano persino le cose.
E ascoltiamo con dolce e nostalgica malinconia quella fiaba nella quale magari non crediamo più, ma alla quale ci aggrappiamo ugualmente, così come un naufrago all’ultimo relitto, per rivivere, pur se solo nella memoria, quel tempo meraviglioso durante il quale fummo felici, e che ben sappiamo non ritornerà più. Ed è un capitale immenso, una inesauribile riserva di cultura, quella che i nostri nipoti rischiano di non conoscere mai. Per questo va conservata come una reliquia, va protetta come una reliquia e riverita come una reliquia.
Con la mente immersa nel placido lago delle memorie e con versi musicali, Paolo narra di un Eden in cui la vita scorreva a misura d’uomo, senza fretta, con ritmi naturali che poi, una tecnologia imposta e totalmente estranea alla nostra civiltà agro-pastorale, ha violentato.
Questo e non solo questo è Paolo Landrelli. Un poeta che ci presenta un mondo reale che per quanto tale, pare perennemente circonfuso in alone di magia e ci popone, insieme a tante altre, anche una delle immagini più tenere: la schiusa delle uova con la chioccia che orgogliosa della sua nidiata la portava a spasso per tutta la casa.
Ci sarebbero tante altre cose da dire su quest’opera che ci narra di un angolo di terra che, però, come le antiche bolle di sapone, riflette tutto un mondo. Un mondo che sta morendo, così come sono morti chigli cunti ‘o focularu, tutt’ ‘i cosi bell’assai/ che ‘a sorti prestu ndi’ scippau di’ mani. E infine, quasi un atto di ribellione del poeta che non vuole arrendersi alla scomparsa di questo mondo, sta morendo pure “na ruga, queta, queta/ ma campa nte ricord’ ‘i ccocchj vicu/ fin’a chi nc’esti l’urtimu poeta.
Ed è consolante sapere che finché ci saranno poeti della sensibilità di Paolo, ci sarà sempre anche “l’urtimu poeta” a ricordarci quel vecchio, nostro caro mondo, che non scambieremmo mai per nessun altro.
Grazie Paolo, per questi tuoi versi che somigliano a quelle antiche nenie, tanto più struggenti perché sappiamo che nessuno ce le canterà più. Grazie Paolo perché grazie ai tuoi versi possiamo dire con orgoglio “Anche noi siamo Bombilari!”.

Autore: 
Mario Nirta
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