La “civiltà contadina” nei versi di Salvatore Filocamo

Sab, 14/06/2014 - 17:01

Salvatore Filocamo è un grande poeta calabrese, un pensatore contadino, un uomo di grande saggezza.
Non è per niente facile recensire il suo libro “voci e valori del mio tempo”, edito da Pangallo. Non è facile perché i suoi scritti sono stati già recensiti e commentanti da illustri intellettuali e critici letterari come Pasquino Crupi, Mario La Cava, Saverio Strati, Antonio Piromalli ed altri ancora.
Salvatore Filocamo è poeta della civiltà contadina di cui è capace di cogliere con intuito profetico la fine, con un filo di nostalgia «...nta stu rigugghiu chi tuttu rivota/ i belli usanzi antichi si perdiru/ chilli genti sinceri scumpariru…». Tutta la sua poesia è percorsa da una lieve malinconia per i “cosi i na vota” che  diventa struggente rimpianto. Eppure Egli come pochi aveva  denunciato le ingiustizie, le disuguaglianze e l’insopportabile divisione del mondo in ricchi e poveri presente in quella civiltà millennaria «U riccu a menzujornu mangia mata: primu, secundu, terzu, frutta e vinu; doppu mangia si faci a passijata, pò si ndi vaji e jioca a lu casinu… U poveru finisci la jornata e trasend’inta jetta nu sospiru, videndu la mugghieri ncandilata e li figghjoli chi ciangiunu n’ngiru...».
Filocamo canta il mondo contadino ma rifiuta la cultura subalterna.
Nei suoi versi è evidente una grande voglia di rivolta dinanzi alle ingiustizie che il Poeta locrese propugna in nome di quella saggezza contadina che aspirava ad un mondo giusto in quanto creato da nostro Signore “ cu reguli e misuri” . Filocamo individua nella interessata rottura di tali regole la causa di un mondo che va a “rumbuluni” cioè si muove  a passi lesti  verso la catastrofe. I ricchi hanno sottomesso i poveri e ciò comporta una eterna lotta tra gli uomini.
Lotta che Filocamo in linea di principio rifiuta così come rifiuta la violenza da qualsiasi parte provenga perché “sutt’o celu simu tutti frati”.
Sa leggere la realtà aldilà delle superficie e dei ruoli sociali.
Nella poesia “si non criditi lejti i giornali” parla di un contadino che denuncia un furto d’uva nella sua vigna ma i carabinieri completano l’opera dei ladri, rubando ciò restava e arrestando il contadino. Egli ammonisce .«..la storriella  pot’esseri mbentata, ma e tempi d’oji sunnu fatti veri… e n’arrobbanu sulu i carbineri...». Ruba gran parte della classe dirigente ma non lo si può dire altrimenti ti arrestano. Un’ amara conclusione che dimostra la capacità del Poeta di scavare la verità oltre le apparenze. Ci sarebbe un gran bisogno  di una cultura autentica che non si adagi sui luoghi comuni...
Egli sogna un altro mondo e non è difficile comprendere quale. Chiama Togliatti, segretario dei comunisti italiani: “amatu capu” e Sandro Pertini, il presidente partigiano, “amatu Presidenti”.
Non sopporta le ingiustizie e quando coglie l’impossibilità di cambiare si rivolge al Cielo e dà voce alla sua dissacrante protesta“ E vui, Signuri, chi tuttu viditi, pecchì sti cosi storti i supportati/Ddui sunnu i cosi: o Vui non ci siti/ o puri vui d’i ricchi vi spagnati”.
Struggenti i versi per la perdita della moglie amata  a cui è stato si sentiva legato da “cordi di azzaru” e il suo dolore diventa “focu vivu chi non si poti astutari”. Il tempo attenua il dolore soprattutto quando i numerosi figli ed i tanti nipoti diventano conforto della vecchiaia: “ndaju na curuna chi m’adorna, cu tant’affettu sti capilli janchi: i figghi e di niputi na culonna, e su’ cchjù riccu di cchjù grossi banchi”
Arguzia, sarcasmo, sottile ironia, tanta allegria  nelle farse popolari, il teatro di strada tendente a divertire ed a divertirsi durante il periodo di Carnevale.
Era il momento in cui si poteva dire tutto o quasi. Il mondo per pochi giorni veniva rovesciato, il padrone faceva finta di non sentire ed il popolo era finalmente libero di dire la verità.
Filocamo compone dei capolavori che meriterebbero di andare in scena ancora oggi perché conservano tutta la freschezza e l’attualità. Poeta contadino, ribelle, saggio, misurato. Poeta di un mondo che fu.. ma sempre  attuale perché attuali sono gli eterni problemi che appartengono agli uomini di tutti i tempi ed i tutti i continenti: la giustizia, la felicità, la bellezza, il dolore, la morte. Un libro molto bello che vorrei fosse letto in tutte le scuole, in tutti i paesi della Calabria ed oltre. Introdotto con intelligenza da una bella prefazione del professor Ugo Mollica e con la pregevole nota biografica dell’indimenticabile Carmelo Filocamo.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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