La battaglia di legalità di Pietro Fuda

Dom, 06/10/2019 - 11:00

Sabato, in tarda mattinata, mi arriva un messaggio sul telefonino: “Hanno respinto il ricorso”. Nel giro di pochi istanti realizzo che il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha rigettato il ricorso che gli amministratori di Siderno, guidati dal sindaco Pietro Fuda, avevano presentato contro il DPR del 9 agosto del 2018, con il quale il Presidente della Repubblica decretava lo scioglimento del Consiglio Comunale. Decisione sofferta, arrivata stranamente a più di tre mesi di distanza dalla data dell’udienza, che ricordiamo essersi svolta il 19 giugno di quest’anno. Caso più unico che raro, quello di Siderno, ma questa non è che una delle tante anomalie di questa vicenda.
Una vicenda che vede coinvolte molte persone sia emotivamente sia politicamente, dato che oltre ai componenti dell’Amministrazione Fuda direttamente interessati, molti altri sono coloro che sentono sia stata compiuta l’ennesima ingiustizia nei confronti di una comunità che, dopo anni di splendore, è finita in un oscuro tunnel del quale ancora non riesce a scorgere l’uscita.
La storia inizia il 3 gennaio del 2015, quando Pietro Fuda, stanco di sentire offeso e denigrato il suo paese, decide di candidarsi alla carica di sindaco su invito di un centinaio di professionisti del posto che gli chiedono questo sforzo. Sì, perché Fuda ha già realizzato una discreta carriera politica, è stato Senatore della Repubblica, Assessore regionale per due legislature e Presidente della Provincia di Reggio Calabria e ha lavorato nella Pubblica Amministrazione per oltre trent’anni. Il 31 maggio dello stesso 2015 viene eletto con una coalizione di centro sinistra ottenendo quasi l’84% dei consensi. Dopo che il paese riesce finalmente a vivere una nuova stagione fatta di lavoro, entusiasmo, e attività politica, il 23 ottobre del 2017 viene notificata dalla Prefettura di Reggio Calabria la nomina di una commissione d’accesso per indagare su una possibile infiltrazione mafiosa nel comune di Siderno, indagine che dura i canonici sei mesi, terminati i quali si dovrà aspettare il verdetto del Consiglio dei Ministri fino all’8 agosto, data in cui viene decretato lo scioglimento del’Amministrazione.
Da quel giorno parte una battaglia di legalità e di dignità che il sindaco Pietro Fuda ha combattuto a nome e per conto dei cittadini che durante questi lunghi mesi di attesa hanno creduto in lui. In questa battaglia Fuda è stato lasciato solo da tutta la classe politica (i timorati dei Prefetti), sindaci in testa, che credono erroneamente che la scure del commissariamento non li toccherà mai, anche se la storia recente del nostro comprensorio ci insegna che anche chi crede di essere immune può venire inaspettatamente colpito dalla Prefettura, tranne in rari e significativi casi di immunità allo scioglimento o di protezioni provvisorie. Mentre Pietro Fuda continuava la sua battaglia, non è stata convocata né un’assemblea né un incontro, niente di niente. Distante, dobbiamo sottolinearlo, si è dimostrata anche la Chiesa, con il vescovo della nostra diocesi che, vista la sua posizione (so che capirà il mio inciso), avrebbe potuto pretendere un rigore processuale e giuridico che la lettura della sentenza non presenta, in questo come in altri casi di comuni sciolti. La società civile, i partiti, tutti sono rimasti a debita distanza da Fuda per evitare di rovinarsi una reputazione che, la storia ce lo insegna, non dà alcuna garanzia.
Questa battaglia è stata importante, al di là del risultato, perché ha messo in evidenza tutte le storture di una legge che distrugge quello che c’è di buono, che distrugge la fiducia dei cittadini in uno Stato lontano e sbagliato. Quello che emerge è un’ingiustizia che trasforma la gente per bene in mafiosi.
Proprio per questo va fatta una riflessione sulla legge stessa, perché in questa sentenza, come nelle relazioni che hanno portato allo scioglimento, il dato che emerge è che non ci sono fatti precisi di corruzione o di vantaggio per la criminalità organizzata, ma gli avvocati della difesa sono chiamati a dimostrare che le procedure contestate, tutte relative a piccoli appalti e affidamenti diretti, siano state invece eseguite correttamente. Un vizio di forma legato alla struttura amministrativa più che alla composizione politica dell’Ente, che non permette ai legali di basare la strategia di difesa su un’accusa diretta, obbligandoli invece a dimostrare la bontà di procedimento che, in quanto non convenzionale, potrebbe aver favorito la criminalità organizzata. Ancora più assurdo è che in queste relazioni, come nella sentenza, non si facciano i nomi degli elementi della criminalità che avrebbero ricevuto vantaggi dalla condotta dell’Amministrazione comunale, né si parla di come e in che ambiti questi avrebbero condizionato la gestione dell’Ente. Tutti questi elementi rendono assurda la lettura di queste carte, allucinante pensare che questa sia giustizia, impossibile intuire che attraverso queste azioni si voglia veramente eliminare la criminalità. E ancora più grave è che la stessa sentenza appare davvero claudicante, non esprime con chiarezza nessuna accusa e nessun colpevole. Mancando questi elementi, manca una verità certa, la sicurezza che ci sia stata l’infiltrazione, che ci sia stato il coinvolgimento. Senza queste certezze la sentenza è vuota e la comunità ne esce sconfitta.
La battaglia di Pietro Fuda, ne sono certo, continuerà su tutti i tavoli possibili, e sono certo anche che alla fine la verità riuscirà a trionfare.
In uno Stato giusto e onesto, chi ha lavorato a Siderno nelle forze dell’ordine dovrebbe avere il coraggio di ribellarsi e di raccontare chi sono Pietro Fuda e Paolo Fragomeni, e come si può pensare di trasformarli in persone diverse.

Autore: 
Rosario Vladimir Condarcuri
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