La Calabria di oggi è quella che è

Dom, 18/10/2020 - 17:00

La Calabria di oggi è quella che è!
E noi continueremo ad amarla perché terra generosa e ribelle. Ma anche terra di tiranni e di schiavi e, purtroppo, la seconda è spesso prevalente sulla prima.
Per fare qualche esempio storico potrei parlare della “legge Pica” o della fucilazione di cinque ragazzi, a Gerace, tra il “popolo” e il clero plaudenti. Fucilati perché colpevoli di aver sventolato il Tricolore sul quale, tredici anni dopo, i loro giudici-carnefici giureranno fedeltà ai Savoia.
La Calabria del 1600 ci fa inorridire per la moltitudine di “banditi” che si aggiravano per le campagne quanto per il cupo clima repressivo da parte dei baroni, dei magistrati e degli sgherri del vicereame spagnolo. E in questa Calabria nasce e trascorre la sua giovinezza Tommaso Campanella, viaggiando senza sosta tra i paesi adagiati su monti e calanchi che uniscono l’Aspromonte alla Sila. Campanella è un autentico ribelle, anzi, il prototipo del calabrese ribelle ed apparentemente “fuorilegge”, a cui si contrappone la figura del calabrese “domato”, sottomesso e collaborativo con la tirannide.
Qui, fra i nostri monti, Il grande filosofo respira il Genius loci e ne diventa l’interprete più autentico.
Tra le tante sue opere conosciute e importanti mi soffermo su due sonetti molto belli: “Il carcere” e “La Plebe”.
Non lo faccio per dare sfoggio di cultura (che non ho) ma perché molte opere del nostro grande Conterraneo ci aiutano a comprendere meglio la realtà attuale.
Già allora Fra Tommaso vedeva ciò che noi, molto spesso, ancora non riusciamo a vedere. Per esempio capiva perfettamente che "l'inferno estremo”, cioè il carcere, serve poco nel contrastare il crimine, ma è indispensabile al “potere” per esercitare “la tirannia segreta”. Cioè serve a terrorizzare i cittadini comuni e a mettere fuori gioco chiunque comprenda la realtà storica e la denuncia, perché è “come una donnola che timente e scherzante va in bocca al mostro che poi la divora”.
È l’impari sfida tra “l’uomo libero” e il “potere”.
La donnola è l’“audace l’amante” della libertà destinata a fermare le “proprie piante… nell’inferno estremo”.
È cambiato molto. da allora? No! Il meccanismo è lo stesso e il Filosofo è ancora più esplicito nel sonetto “La plebe” dove, con sorprendente e notevole anticipo sui pensatori dei secoli successivi, si domanda perché il “popolo” tenda a comportarsi come una “bestia grande e grossa ch’ignora le sue forze; e però stassi a pesi e botte di legni e di sassi, guidato da un fanciul che non ha possa e ch’egli potria disfar con una scossa”.
Cerca di darsi una risposta: gli uomini tanto più sono pacifici quanto più obbediscono per la paura dei “bombassi che i sensi gli ingrossa”.
Molto probabilmente Campanella intende, col termine “bombassi”, le minacce contenute negli “editti” reali, nei proclami, nelle “leggi”, nei “bandi” dei baroni, così come oggi “i bombassi” si annidano nelle giustizia sommaria dispensata a piene mani dalla nuova tirannide.
E i tiranni, a vari livelli, riescono ancora a presentarsi con l’aureola della giustizia, dell’ordine e della sacralità della loro funzione.
Certo, occorre creare il “nemico” che, ai tempi del Campanella, era il “turco”. E, per la paura (spesso indotta) del “turco” il popolo si degrada in plebe fanatica, tanto da rinunciare alla propria libertà e alla stessa vita consegnandola in mano ai tiranni. Gli uomini, nati liberi, si trasformano in sgherri del potere e costruiscono prigioni e forche che saranno utilizzate contro loro stessi: “Cosa mirabile… il popolo s’appicca e imprigiona con le man proprie, e si da morte e guerra per un carlin di quanti egli al re dona.”
Campanella conclude: “Tutto è suo (del popolo) quanto sta tra cielo e terra, ma nol conosce. E se qualche persona di ciò l’avvisa? L’uccide e lo sotterra!”
Se ne avessi la capacità vorrei dimostrare l’estrema attualità del pensiero del Campanella quantomeno nei due sonetti che abbiamo esaminato.
Nel buio attuale abbiamo bisogno della sua voce che, nonostante siano passati quattro secoli, giunge a noi forte e chiara anche quando noi ci tappiamo le orecchie con la cera. La Calabria è terra di secolare impunità per i potenti e di devastanti ingiustizie per i deboli; terra di grandi sceneggiate tese a nascondere una realtà drammatica.
Non è senza significato che, proprio in Calabria, poteri convergenti stiano costruendo la più grande “aula bunker” del mondo. Una moderna piramide di Cheope per dimostrare la forza e la continuità del “potere”. Ma se il “Covid-19” dovesse diffondersi nel territorio calabrese troverebbe una situazione più o meno simile a quella del mese di febbraio o di marzo. Un disastro senza pari. Forse (e il forse è di troppo) ci sarebbero molti morti malgrado la sanità regionale sia stata retta da un generale tutto d’un pezzo e quella provinciale da tre commissari antimafia che operano da Reggio.
Ancora, come ai tempi di Campanella, la “plebe” non costruisce ospedali, ne “case della salute”, e ancor meno luoghi di crescita civile e culturale. Non viene impegnata a rendere verdi le nostre vallate e azzurro il nostro mare ma, triste e pigra, innalza “forche e galere” che generano “turchi” e “banditi” che al potere sono essenziali come l’aria.
Ma un “popolo” inutilmente incazzato quanto “fiaccato”, e non per colpa propria, preferisce chiudere gli occhi, oggi come 400 anni fa, ed acclamare i tanti "liberatori" che calpestano la nostra terra. A volte mi verrebbe da sussurrare: “Dormi popolo. Dormi, sogna e vaneggia come chi ha assunto dosi massicce di droga.”
E se qualcuno cerca di svegliarlo?
Risponderebbe Campanella: “L’ammazza e lo sotterra!”

Autore: 
Ilario Ammendolia
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