La felicità del vivere in piccolo

Lun, 20/02/2017 - 19:58
Il libro della scrittrice Dominique Loreau sostiene che in pochi metri quadrati si vive meglio e la Keret House ci convince che le dimensioni non contino, e che soltanto restando piccoli si riuscirà a diventare felici.

La classe media scompare anche nell’abitare: per ogni fantastiliardario che si costruisce una casa da megalomane, milioni di case minuscole spuntano in ogni città del mondo. Le ragioni sono ovvie: crisi economica, mancanza di spazio, sovrabbondanza demografica. Ma il genio del mercato è anche saper ribaltare la sfortuna in moda e la necessità in virtù. Così ci si convince che le dimensioni non contino, e che soltanto restando piccoli si riuscirà a diventare felici. È la tesi di un libro: Vivere in piccolo della scrittrice francese Dominique Loreau. Nel libretto fioccano citazioni di Henry David Thoreau e Richard Bach, insieme a proverbi cinesi e massime di oscuri maestri taoisti. E si leggono frasi di sconcertante banalità: «Gli appartamenti piccoli attirano meno i ladri», «più lo spazio è limitato e più la mente è illimitata» o, ancora, «è più facile mettere in disordine un grande appartamento che uno piccolo». Tuttavia se l’entusiasmo di Loreau lascia il tempo che trova, è anche vero che alcune delle cose interessanti che accadono in architettura sono minuscole. Il successo dei minicottage inglesi, delle tiny houses americane e delle case prefabbricate, smontabili e trasportabili, sono segnali che la casa è sempre meno concepita in funzione dell’eternità, e sempre più come qualcosa da usare. Il celebre Cabanon di Le Corbusier, la cabina 3,6 x 3,6 metri a Cap Saint Martin in Costa Azzurra dove il grande architetto passava le estati, da bizzarria architettonica diventa un modello. Il mito della casa di proprietà che nel secolo scorso costituiva insieme alla famiglia la base della nostra organizzazione societaria sta tramontando. La casa è concepita come servizio . È lo stesso principio di Uber, di BlaBlaCar e di Airbnb. A Hong Kong, è possibile visitare la casa di Gary Chang, un architetto celebre per l’ossessività con cui ha riprogettato i 32 metri quadri della stanza in cui abita in modo da utilizzare ogni centimetro grazie a pannelli di metallo, mobili a scomparsa, tende che si trasformano in schermi. Certo Hong Kong è un’isola strappata al mare dove ogni centimetro è importante e l’ossessione di Chang non è un fatto privato. Nella maggior parte degli appartamenti di Hong Kong ormai ci sono solo il letto, la lavatrice e il bagno. Lo stesso avviene a Pechino, San Francisco, New York a Tokio . La cucina, per esempio, tende a scomparire perché si mangia sempre fuori. L’erosione dello spazio privato determina una parallela trasformazione dello spazio pubblico. La città diventa un enorme pianoterra diffuso; infatti, sempre più spesso, bar e ristoranti sono arredati come case, con divani, camini, tappeti. Il ridursi dello spazio abitativo spinge a rafforzare quello pubblico, a mettere in comune servizi; così spunta la biblioteca comune ricavata dalla portineria di un condominio al numero 12 di via Rembrandt, nel quartiere Lorenteggio, a Milano. Sfumando i confini tra interno ed esterno, la soglia arretra e al contempo scompare. È il tema del co-working, dei ristoranti in casa, degli asili o degli orti di condominio, tutti sintomi, magari momentanei, di un ritorno a modi di abitare più simili alla cascina e alla casa di ringhiera che alla chiusura a tenuta stagna della casa borghese. È anche un effetto delle tecnologie. Se le reti entrano in casa e la collegano al mondo, la pervasività della sfera pubblica virtuale induce anche a reagire, a uscire davvero per verificare la permanenza del mondo reale. Dentro la casa non abita più soltanto chi c’è: in ogni istante si convive con i gruppi WhatsApp delle classi dei figli o del lavoro, e l’identità si libera dall’ancoraggio a un unico luogo, che però diventa ancora più forte, perché più intimo. Ma nessuna casa svela i propri segreti e angoli bui. Il piccolo è misterioso almeno quanto il grande. La casa-guscio, estensione del corpo, avvolge ma può fare paura. Fa paura perché “il piccolo” apre la strada all’esplorazione di un mondo sconosciuto, di una nuova frontiera; ed è per questo che c’è molto da imparare dalla casa più stretta del mondo (dai 72 ai 122 centimetri) di 14 metri quadri costruita dallo scrittore israeliano Etgar Keret in memoria dei propri antenati deportati a Varsavia. Si tratta di un alloggio che si estende verticalmente dove c’è tutto: cucina, bagno, camera da letto. Non manca nulla. Nonostante questo, per la legge, casa Keret non può essere classificata come un vero e proprio spazio abitativo, ma è considerata un’installazione artistica. Chi l’ha visitata ha detto che la felicità non si misura per metro quadro.

Autore: 
Pasquale Giurleo
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