La festa del maiale

Sab, 28/01/2012 - 13:07
La festa del maiale

  Sono salito ad Africo Vecchio, rimasticando lungo l’impervia strada tutto l’amaro delle pagine, che un intellettuale del Nord amico delle genti del Sud, Umberto Zanotti-Bianco, aveva dedicato allo sperduto e disperato paese nel 1928. Non ho ripescamenti piii immediati. Africo di Corrado Stajano, che, se non inaugura, prosegue it filone della cultura del Nord con le spalle girate verso la Calabria, non mi serve. E, poi, it mio amico Bruno S., conservatosi nell’aspetto, nelle abitudini, nella parola antico, quasi primitivo, guida e torce la mia testa verso it passato.
Mi racconta la sua vita di ieri ad Africo e la vita di tutti net vecchio paese dove it Diavolo rapiva bambini, abbandonandoli su rupi scoscese, e, trasformandoli in muli, prendeva a calci la mano furente del giovane mandriano. Dio era morto, e gli Africoti chiedevano grazie a S. Leo, che trasformava la pece in pane. Di lenticchie. Di grano sarebbe stato troppo anche per it Grande Santo, che, per(), non ce la faceva proprio a sfamare tutti. Infatti i bambini morivano per denutrizione e i vecchi di inedia, e i giovani venivano prelevati dal paese per essere scaraventati nella fornace ardente della guerra, dove venivano saziati con panini di piombo.
Il mio amico e compare Bruno S. qualcosa ci guadagnO dalla guerra: un paio di scarponi, che, al rientro in paese, servivano a parecchi dei suoi compaesani per non entrare in chiesa con le gcalendredde» o, addirittura, scalzi it giorno del matrimonio. La guerra gli regal() anche una malattia polmonare per cause di servizio. Un posto statale non glielo avrebbe tolto nessuno, solo che nel lungo cammino da Botricello ad Africo it mio amico e compare Bruno S. si fumO ii foglio di congedo per motivi di salute. La carta era sottile, carta-velina,
meglio delle cartine che non aveva, e accartocci6 sigarette di trinciato. Pazienza! Chi e nato povero, destinato a morire povero.
Stiamo per arrivare ad Africo, in fondo a un pauroso salto, tra abissi fumanti, avrebbe detto Umberto Zanotti-Bianco. Ma prima ci attende, come m’informa con la sua voce cavernosamente melodiosa mio compare Bruno S., it ppasso da zzitag,
passo della fidanzata. Da tempo immemore, lo chiamano a quel modo, raccontando gli antichi di generazione in generazione che da quell’orrendo strapiombo si gett6, ammazzandosi, una giovane mentre tornava dalla celebrazione del matrimonio con un uomo che le era stato imposto.
Finalmente Africo. Non ci abita ormai che un piccolo grappolo umano che se n’ê voluto restare quassii quando it paese fu travolto nel 1950, da una rovinosa alluvione.
Ci viene incontro festoso compare Turi P., che qui ci aveva invitati in occasione della macellazione del maiale. Mio compare Bruno S. gli canta: «Cu mmazza u porcu é cuntentu n’annu, cu si marita
cuntentu un jornuo E compare Turi annuisce, anche se questi non sono piu i tempi in cui Berta filava e la notte si copriva di fantasmi per tenere i
ladri lontani dalle povere terre e dai magri frutti, che davano.
Hanno atteso not per ammazzare ii maiale, che continua a mangiare nella «zzimba». Tranquillo: fino a quando quattro pastori non mettono a dura prova tutta la loro forza per trascinarvelo fuori, rovesciarlo per terra, legargli le zampe e immobilizzarlo. Ii maiale lancia grugniti che perforano le orecchie. Non vuole davvero morire e non muore subito quando compare Turi gli ficca in gola un coltellaccio, che stenta ad entrare. Mae fatta.
Acqua bollente versano le donne, e compare Turi comincia a depilare it maiale. Ora bisogna squartarlo, e non a caso. Compare Turi e esperto. Taglia le orecchie, i piedi, i «gambuni», la coda, la lingua, cotenna attaccata al lardo, ii mu so, estrae pancia, cuore, milza e costate. E’ it materiale per le frittole. La caldaia e pronta e allegra su un treppiedi sotto it quale arde it carbone. Compare Turi, con una ritualitd, che sembra quasi sacra, depone dentro la caldaia per primi i «grassi», cioê cotenne e lardo, che sciogliendosi in strutto, in «sugna», diventano l’elemento naturale in cui si cuoceranno le frittole. Intanto, le donne lavano le budella per insaccare la came per la salsicce, le soppressate e i capicolli.
Indaffarate e mute le donne lavorano tutte.
Una si tiene discosta dalla caldaia e dalla lavorazione della came. Strano! Non ci sono disutili nel giorno della festa del maiale.
Mio compare Bruno S. mi ha raccomandato di non rivolgere mai la parola alle donne. Il tempo é’ rimasto fermo. Si manca di riguardo ai loro uomini, per Bacco! Ma io debbo sapere di quella donna, che mi sembra privilegiata nel suo ozioso assistere in disparte. Chiedo permesso e mi allontano con mio compare.
«Perch6 comare M. se ne sta con le mani in mano?», gli chiedo. Ha le cose», mi risponde. g Le cose, che cose?», insisto. «Le cose delle donne», risponde delicato mio compare. «Quando le donne hanno le loro cose, non possono toccare la came, altrimenti frittole e salame riescono guastati». Sara. Torniamo alla caldaia. Ci vorranno otto ore per la cottura. Aspettiamo incominciando a mangiare fegato arrosto, avvolto nel velo. Siamo in pochi. La famiglia di compare Turi, qualche parente intimo, mio compare Bruno S. ed io. Compare Turi va e viene dalla caldaia. Deve «governare» it fuoco: aumentarlo e diminuirlo perchê le frittole vengano buone. Ci siamo. Le frittole stanno per uscire dalla
caldaia. Compare Turi toglie dalla caldaia per prim le costate, le cotenne, attaccate al grasso, poi : pancia e it muso, quindi i piedi e i gambonig , infir la coda, la lingua e le orecchie che, essendo pi dure, sono le ultime a cuocersi.
Ma none finita. La carve si e staccata dai pez oculatamente scelti per le frittole, e galleggia nell «sugna»; viene raccolta con un lungo cucchiaio messa nei tegami. Quella massa oleosa e carnos, raffreddandosi dares forma ai «curcuci», che n corso dell’inverno la famiglia utilizzerd per condi: la minestra o spalmerd sul pane caldo. Roba
stomaci forti. Ma it meglio to si raggiunge quandc «curcuci» finiscono in padella insieme alle uova.
Ci chiamano a tavola. Sono arrivati i parenti e amici piu intimi. La festa del maiale e una festa cl raccoglie parecchia gente e ai vicini si manda piatto di frittole.
Quel che rimane, se rimane, depositato nei «cugnetti», in vasi cilindrici: frittole «sugna» al fine di una forte conservazione. In prim; vera, quando la campagna dares le fave, e un piace mangiarle cucinate.
«Tornate in primavera», ci dice compare Tu] mentre it vino scintilla nei bicchieri alla fiamma d vetusto focolare, e scivola nello stomaco e luccica
testa, che non va, che resta nel paese omerico dove la luce degli occhi e tersa come la luce delle stelle che in questa notte piove sulle case arse dalla malattia della Storia.
Domani ripartiremo. Stasera siamo ebbri: in tutti i sensi. Non vogliamo, tra l’altro, incontrare al «passo» la «zzita» che, come sussurrano, esce alle stelle se mai in quel chiarore, che non spaura, ci sia chi, vivo, voglia ascoltare la sua morta giovinezza.

Autore: 
Pasquino Crupi
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