La mia prima scelta di vita: una bambina dagli occhi neri

Dom, 04/10/2020 - 19:00

Ai miei nipoti

Era il giorno della festa del Patrono: Sant’Ilarione Abate. La statua rappresenta un vecchietto ricoperto di stracci e scavato nelle carni. La “storia” popolare racconta di un anacoreta dai lunghi digiuni che è vissuto nella nostra valle nutrendosi di erbe e lupini. Ed è questa la nostra inoppugnabile verità, anche che se fior di studiosi sarebbero pronti a dimostrarci la fallacia delle nostre convinzioni. Ma solo “noi” che conosciamo il “nostro” Santo da oltre mille anni sappiamo con assoluta certezza che ci ha mandato la pioggia dopo lunghe siccità e ci ha restituito il sole dopo ogni alluvione. Ha protetto i nostri soldati in guerra e difeso tutti coloro che non avevano altri a cui rivolgersi, ha fatto fiorire gli ulivi e germogliare il grano.
È vissuto nella mente e nel cuore dei miei bisnonni, dei miei nonni, dei miei genitori, di tutto il mio paese. E, se anche non fosse mai esistito, per “noi” c’è stato e, così, la credenza diventa certezza, la leggenda si tramuta in “storia”.
Il giorno dedicato a Sant’Ilarione è il 14 ottobre, a Caulonia come a Kiev, ma si festeggia(va) la   seconda domenica del mese.
Era la grande festa.
Da fuori arrivavano i “ferari” e, assieme a loro, i commercianti di animali che portavano muli, asini, cavalli, vitelli, maiali, greggi interi da vendere o scambiare.
Le vie del Paese si trasformavano in un grande mercato all’aria aperta.
In ogni angolo si suonava l’organetto e gruppi improvvisati ballavano la tarantella mentre il vino scorreva come l’acqua.
Il giorno del Patrono, per antica consuetudine, molti ragazzi del paese ricevevano la “fera”, una moneta di carta, solitamente cinque o dieci lire, da spendere a piacimento e, in previsione di ciò, da qualche tempo, amoreggiavo con un triangolo di surrogato di cioccolato esposto in bella mostra nel bar principale del Paese.
Ancora il cioccolato non era alla nostra portata e, per alcuni, neanche il pane.
Così, dopo la messa, mi fu consegnata la “fera” e fu un tutt’uno con la mia corsa verso “Bar Italia”, con l’insegna in legno colorata in bianco, rosso e verde.
Il surrogato si avvicinava, ero già lì, avrei dovuto solo varcare la soglia ma… dinanzi al bar, una bambina della mia stessa età vendeva castagne.
Aveva gli occhi neri come le more di rovo. Scalza, i geloni alle gambe mentre sulle mani erano evidenti i segni lasciati dai ricci da cui aveva dovuto estrarre le castagne. I capelli disordinati ma d’un color nero brillante, bello e selvaggio. Indossava una gonna scura e un giacchino di lana, rattoppato in più punti e colorato dai tintori locali con un forte color “rosso granato”.
Era seduta su dei sacchi di tela, in attesa che qualcuno comprasse le sue castagne.
Guardava la folla che, indifferente, le passava dinanzi e, nel suo sguardo, c’era tanta luminosa dignità.
Non implorava pietà ma la sua fiera bellezza pretendeva rispetto.
Per quanto incredibile possa sembrare mi sono subito "innamorato". Anzi, ne sono certo, ci siamo subito amati così come ci si ama a sette, otto anni: un amore infinito e senza alcun pretesa di un ritorno.
A quei tempi, in casa mia, avevamo una sola cosa in abbondanza: le castagne. Ne avevamo così tante che ne regalavamo, le mettevamo da parte per i “poveri” che allora si aggiravano tra le case. Le più brutte le destinavamo ai maiali… che dovevano pur mangiare.
Dovetti scegliere: cioccolata o castagne?
Scelsi le castagne. In verità scelsi la bambina dagli occhi neri che incominciò a contarle nelle mie mani a tre per volta, e ogni volta che i nostri sguardi si incontravano e le nostre mani si sfioravano c’era come un fluido che correva tra il suo sguardo e il mio.
Sono certo che lei sapesse che non avevo alcun interesse per le castagne.
E se non fosse stata seduta su quei sacchi sporchi a vendere castagne l’avrei amata ugualmente?  So con certezza che io ho amato contemporaneamente le sue ferite e i suoi occhi, le gambe arrossate dai geloni e i capelli arrabbiati, le vesti stracciate e i sacchi sporchi su cui era seduta. Le sua castagne. Il suo esser “montanara” dignitosa e ribelle.
Il suo muto rifiuto di un ordine sociale in cui non mi sarei mai riconosciuto.
Su quella bambina c’erano scritte tante cose con caratteri che solo un bambino innocente avrebbe potuto leggere. E io allora sapevo ancora “leggere".
Con le mie castagne mi sedetti dall’altra parta della strada proprio di fronte a lei. Ci guardavamo facendo finta di non guardarci, ci parlavamo senza parole.
Arrivò la processione, preceduta dalla banda musicale e dal Santo, circondato dai “pistunari” con l’archibugio in spalla. Salii tre gradini per poterla ancora vedere oltre l’onda umana che ci separava.
La festa stava per finire; “Viva Larione” gridavano i portatori. “Larione Viva” rispondeva la folla. La banda continuò a suonare mentre la processione si sciolse e la folla si disperse. E anche lei prese la via del ritorno.
La vidi sparire sul sentiero sconnesso e scivoloso che portava verso le montagne.
Sono passati quasi settant’anni.
Ho accarezzato altre ragazze e ho ammirato altri occhi. Ho sfiorato capelli neri, castani e biondi. Da lungo tempo amo i capelli, oggi bianchi, di mia moglie… ma sento ancora l’attrazione per  quella bambina di cui non ho saputo mai il nome.
È inutile che mi soffermi sul sarcasmo e gli scherzi dei miei quando ritornai a casa con le castagne nelle tasche. Avrei potuto dire la verità quantomeno ai miei genitori, sicuramente mi avrebbero compreso e abbracciato, ma non lo feci!
Come un vero innamorato tenni per me il segreto, anzi mi appartai e, mentre mi scendevano copiose le lacrime, masticai le castagne pensando a quella bambina dagli occhi neri.
La cercai ogni domenica, giornata di mercato, ma non la rividi mai più; continuai però a vedere i suoi occhi, anche se in altre persone, e ogni volta ho provato la stessa scossa al cuore.
A volte la cerco e la vedo ancora ancora, soprattutto in sogno.
Voi dovete immaginare la vita di vostro nonno come un’ellisse molto schiacciata ai lati e con quella bambina al centro.
Nella maggioranza dei miei giorni ho scelto il triangolo di cioccolato e la mia vita è stata senza sapore, senza odore e senza scopo. Anzi, sento ancora in bocca il disgusto per il surrogato che ho mangiato.
In altri giorni ho avuto la forza di scegliere le castagne. Sono state giornate di festa e piene di sole, le uniche che oggi considero degne di esser vissute e che, seppur lontane nel tempo, continuano a riscaldarmi il cuore.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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