La militarizzazione della Calabria è fallita

Dom, 22/11/2020 - 11:00

Avevo deciso di non scrivere in questo periodo perché concordo assolutamente col Presidente Sergio Mattarella: massima unità dinanzi al nemico. E in questi momenti il nemico è uno e uno solo: il Coronavirus. Tuttavia, dinnanzi a quanto sta succedendo in Calabria, chiamarsi fuori mi sembra viltà.
Premetto di non aver mai conosciuto Domenico Tallini, Presidente del Consiglio Regionale della Calabria, e di essere fieramente avverso alla sua parte politica, che considero corresponsabile d’un sistema marcio, mafioso e coloniale che opprime la Calabria.
Ma il suo arresto, in questo particolare momento, mi fa letteralmente paura.
Pur avendo letto attentamente le 350 pagine di ordinanza, non sarei in grado di dimostrare la sua innocenza. Meno che meno si colgono le prove della sua colpevolezza.
Saranno i giudici a stabilire le sue responsabilità. Ma una domanda è d'obbligo dal momento che i presunti reati, Tallini li avrebbe commessi essenzialmente nel 2014 e i fatti sono cristallizzati nelle carte dell'inchiesta e, pertanto, non soggetti a manomissioni: che bisogno c'era di arrestare Domenico Tallini a novembre del 2020?
Che necessità e urgenza c'era di arrestare il Presidente del Consiglio Regionale in un momento drammaticamente difficile per il popolo calabrese?
La storia recente della Calabria mi induce a sospettare, non poco, di questi arresti che arrivano con una puntualità da orologi svizzeri. Mi inquieta il nome dell’inchiesta, “Farmabusiness”, che potrebbe indurre i più sprovveduti a pensare che ci sia un legame tra lo sfascio sanitario di cui tanto si parla in questi giorni e gli arresti di oggi.
Tallini mi sembra una vittima sacrificata sull’altare mediatico da coloro che vogliono nascondere decenni di rovinosi fallimenti.
Che sta succedendo in Calabria?
Per capire meglio dobbiamo far qualche passo indietro nel tempo.
La sanità calabrese è da molti anni prigioniera di lobby regionali e nazionali, di affaristi, di cosche, di giri oscuri di crediti fittizi nei confronti delle ASP che sembra siano quotati sul mercato europeo perché ad altissimo tasso di interesse.
Una fabbrica di voti più che di salute. Voti che servono ai “partiti” nazionali e agli inesistenti e subalterni “partiti” calabresi per perpetuare la colonizzazione della Calabria. Una potenza di fuoco che ha cancellato la politica.
La sanità assorbe i ²/₃ del bilancio regionale. Chi controlla la sanità calabrese possiede il pacchetto azionario di maggioranza in un sistema perverso che, tra l’altro, sceglie, quasi sempre, gli eletti a vari livelli. Dai parlamentari ai posti di sottogoverno. Chi non si adegua è fuori. E se non riescono a cacciarlo le lobby si fa in modo che intervenga la magistratura.
Sono queste le “leggi” che regolano la vita politica, economica e istituzionale in una colonia. E la Calabria è colonia.
Nel 2005, in pieno giorno, venne assassinato Domenico Fortugno, Vicepresidente del Consiglio Regionale, un omicidio riconducibile al mondo della sanità. La tragedia suscitò una forte e giusta onda di indignazione in Calabria e in Italia.
Da quel momento la sanità si modificò in peggio, perché invece di riformarla in profondità e liberarla dai parassiti, mandarono una triade, coordinata da un ammiraglio, a occuparsi della salute dei cittadini. Ripeto: un ammiraglio!
Fu, questo, un ulteriore passo verso la progressiva quanto dannosa militarizzazione della Calabria. Una Regione in cui una “retata” non aspetta l’altra. Ogni anno vengono arrestate migliaia di persone, tra cui moltissimi innocenti, ma stranamente sistema "mafioso" di potere che governa la Calabria regge e consolida le proprie posizioni.
Lo "Stato" risponde inviando nei posti di comando prefetti, magistrati, colonnelli, questori, ufficiali della Guardia di Finanza, della Forestale, dei pompieri, dei Vigili Urbani. Si preparino i marescialli, i brigadieri e gli appuntati, i cancellieri e gli applicati. Tutti nominanti col compito di "liberare" la Calabria. E senza che i calabresi possano dire una sola parola.
E tutti costoro non avrebbero potuto fare, non hanno fatto e non faranno un tubo.
Il sistema entra in crisi con la vicenda del Generale Saverio Cotticelli, comandante di corpo di armata e, forse, uomo dei servizi segreti. Inviato da “Roma” e accolto come un liberatore da coloro che contano nella Regione.
Un altissimo ufficiale con tanto di medaglia d'oro appuntata sul petto scende in Calabria per ripristinare il primato della legge. E infatti dichiara solennemente: «Da vecchio militare la prima soglia che ho varcato è stata quella della Procura della Repubblica di Catanzaro». Quasi fosse il Sancta Sanctorum di una nuova Chiesa.
Ovviamente Cotticelli non modifica d’una virgola la sanità, si affida a “Maria”, ma si dimentica degli ospedali, degli ammalati e finanche di allestire un reale piano “anticovid” in piena emergenza. Così scivola su una buccia di banana lasciata cadere durante la trasmissione “Titolo V” e fa vedere la drammatica realtà che s’è tentato di nascondere col batter di tacchi, tintinnar di manette, luccicar di visiere, sfoggio di toghe.
Cotticelli non è una marionetta, ma è il re a esser nudo. Ed è questo che i cittadini non devono vedere.
Il “caso Cotticelli” grida al mondo che la militarizzazione della Calabria è fallita, che la sospensione della Costituzione ha solo consentito alle lobby di rafforzare il loro potere. Che il golpe “politico-mediatico-giudiziario” è stato funzionale alla riduzione della Calabria in colonia dominata dai peggiori gruppi del potere regionale e nazionale.
È questo il contesto in cui viene arrestato Tallini e dato in pasto a una opinione pubblica in cerca di un colpevole.
Tallini non è una vittima perché, in questi anni di permanenza nelle Istituzioni, s'è impegnato a combattere questo sistema di cui, probabilmente, è stato parte.
Lo diventa, però, perché il sistema ha deciso di immolarlo pur di salvare se stesso. Adesso Tallini è solo. Già abbandonato dai suoi amici politici da Matteo Salvini a Antonino Spirlì, Presidente facente funzione della Regione. Il tritacarne mette paura e svela le diffuse viltà. Ora, gli inviati speciali che scenderanno in Calabria dopo averla presentata come terra irredimibile e senza speranza e dopo aver già fatto ridere mezza Italia presentando i commissari alla sanità come personaggi da operetta piovuti dal cielo, potranno concentrare la potenza di fuoco mediatica sul "mafioso" Tallini e sulle cosche di Cutro.
Trovati i "carnefici" e individuati i “liberatori” il teatro continua e, ancora una volta, si troverà il modo di rovesciare le responsabilità sul popolo calabrese. Già ci mette l'infame timbro Nicola Morra, presidente dell'antimafia, che senza ritegno è senza vergogna dichiara: «Tallini è stato il più votato nel collegio di Catanzaro, se non il più votato in Calabria. È la dimostrazione che ogni popolo ha la classe politica che si merita».
Il gioco è fatto!

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