La retorica della legalità

Lun, 28/11/2005 - 00:00

Il delitto dell’amico Francesco Fortugno, le cui doti sono state riconosciute, purtroppo, dopo la sua tragica morte, ha richiamato all’attenzione del mondo politico, sull’onda emotiva, i mali vecchi e nuovi di questo estremo lembo della Calabria che il prof. Incorpora, in un suo libro, ha definito: “ La terra dei Greci, dei Romani, dei Normanni, ..la terra di tutti”, ed io aggiungo “di nessuno”, perché a nessuno interessa che questa terra risorga, o perché, in buona fede, ritiene che così le cose poi non vadano tanto male, o per una atavica assuefazione al degrado, o per non vedere svanire quei privilegi acquisiti in uno stato crepuscolare della morale e della ragione.
L’arrivo a Reggio Calabria del Presidente della Repubblica Carlo Azzeglio Ciampi per rendere omaggio alla salma del povero Franco, e portare, nello stesso tempo, il conforto della Repubblica ai familiari, la partecipazione al solenne funerale, a Locri, delle massime autorità politiche e amministrative nazionali, arrivate quasi da tutte le regioni d’Italia, hanno voluto testimoniare che il vaso è ormai traboccato e che questa volta lo Stato intende fare sul serio. I primi a chiederlo e a crederci sono stati i ragazzi di Locri che hanno inventato, esibendolo, il lenzuolo bianco, a dimostrazione che dinanzi ad un atto così efferato ai danni di un uomo buono e mite, qual era Franco Fortugno, nessuna parola basterebbe.
Eppure in Calabria, e nella Locride in particolare, il delitto di stampo mafioso, è quasi all’ordine del giorno, sia che riguardi persone importanti come politici, primari ospedalieri, imprenditori, sia che coinvolga giovani sconosciuti la cui vita però sul piano ontologico, morale e religioso ha la stessa importanza di quella dei morti eccellenti. Tutti i delitti però creano una grave turbativa dell’ordine pubblico, di quello morale e religioso, perché siamo stati educati a considerare sacra la vita umana di cui solo il sommo Creatore ne dispone.
Perché questa volta, a differenza degli altri omicidi eccellenti e no, archiviati dalla memoria collettiva in poco tempo, e forse anche dalla magistratura, la gente ha reagito, spinta anche dal coraggio di tanti giovani che hanno detto basta alla violenza che non giova poi nessuno? Penso che tutta la mobilitazione dei media, della politica, della società civile sia dovuta al fatto che la tragedia s’è consumata ai danni di un uomo giusto, mite, disponibile, generoso, e poi per il modo spavaldo, incurante del rischio con cui i killer hanno agito, nonché per il luogo e la circostanza delle elezioni primarie con cui quella parte del Paese che vuole il cambiamento si stava cimentando.
In pratica potremmo dire che l’omicidio di Franco Fortugno ha fatto esplodere un bubbone già maturo ed ha fornito a tutti l’occasione per discutere non solo del fenomeno mafia, ma della legalità da tempo compromessa, e non solo nelle Locride, e della crisi dello Stato di diritto, se non dello Stato tout court.
Abbiamo così assistito all’arrivo a Locri della carovana antimafia di Don Ciotti e di altri intellettuali e politici che stanno attraversando in lungo e in largo il Paese per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, distratta dall’Isola dei famosi e dei rapporti tra Al Bano e la Lecciso, sulla gravità del fenomeno mafia ormai assurto a problema nazionale, alla grande fiaccolata, sempre a Locri, con la partecipazione del gotha della politica nazionale, alla fine della quale Romano Prodi, che secondo i sondaggi più accreditati guiderà nei prossimi cinque anni le sorti del Paese, ha detto finalmente chiaro e tondo: “ Non vogliamo i voti della mafia”!
Che dire dell’arrivo a Reggio Cal. del super prefetto e super poliziotto dott. De Sena, le cui doti professionali sono note a tutto il Paese, inviato dal Ministro Pisanu che possiede ancora il senso dello Stato di diritto e sa molto bene che è possibile combattere la mafia, anzi le mafie che infestano la nostra società senza compromettere la nostra giovane democrazia?
Si tratta di fatti importanti che si sono verificati dopo la morte di un uomo giusto, ma che certo, da soli, non bastano né a combattere la mafia/ le mafie, né a ripristinare lo stato comatoso della legalità in Calabria e nel resto del Paese. Sulla lotta alla mafia, per usare un linguaggio corrente, cito le parole del dott. Nicola Gratteri, un magistrato in prima linea da diversi anni, e che di mafia certo se ne intende, “ La lotta alla criminalità organizzata è da impostare con il coraggio di creare centinaia e migliaia di modifiche normative contestuali, atte a cambiare l’intero sistema non solo giudiziario penale e repressivo, ma anche di gestione della pubblica amministrazione: vedi gestione degli appalti e dei bandi di gara”.
E sempre il dott. Gratteri aggiunge: “Qui la criminalità non si combatte con decine di posti di blocco, ma con una lotta efficace che va fatta in silenzio, lentamente, mimetizzandosi più dei mafiosi stessi”.
Un altro punto caldo, all’attenzione dei politici, dei media e del pubblico, è quello della illegalità diffusa sulla quale si fanno progetti, convegni, organizzati spesso da coloro che nella loro condotta quotidiana la ignorano, con la partecipazione di politici di ogni orientamento, sindacati ed i soliti studenti, anche della scuola dell’infanzia o materna come si diceva una volta.
Nelle scuole calabresi si sta celebrando la giornata della legalità per educare i ragazzi al rispetto socratico della legge (vuoi vedere che infine risulta che la responsabilità dell’illegalità sia proprio dei ragazzi?) Nessuno però ha suggerito di guardare nella P. A., nella quale, spesso per ignoranza e incapacità d’interpretare una norma, si consumano quotidiane violenze ai danni dei cittadini.
Non siamo certo noi a dire che gli incontri per discutere di legalità non servano e che le giovani generazioni non vadano educate al rispetto delle leggi. Ma, su questo argomento, il dott. Gratteri osserva: “…secondo questo assunto, si dovrebbero attendere altri venti anni affinché i giovani di oggi possano occupare posti di potere, per riuscire ad assistere ad un cambiamento, che sarebbe possibile solo quando loro avranno posti direzionali in campo amministrativo e statale”.
Ma come si è arrivati alla illegalità diffusa che oggi si sente il bisogno di combattere con le giornate della legalità? La legalità è forse un abito domenicale o festivo? In quali settori della vita pubblica o privata si manifesta? Su queste domande vorremmo delle risposte perché, se si parla di illegalità diffusa, evidentemente esiste una ricca e documentata letteratura sulla stessa. E’ stato monitorato il contenzioso che esiste presso i T.A.R. e i tribunali ordinari che testimonia lo stato di crisi irreversibile della P.A., distrutta dalle riforme sbagliate che hanno di fatto cancellato la burocrazia in Italia? La fenomenologia è chiara, mancano invece leggi chiare e controlli su tutti gli atti della P. A., e su tutti gli enti che, a diverso titolo, gestiscono potere. Ma allo stato manca una classe politica capace di risolvere i problemi del Paese, che poi sono i problemi della gente onesta che costituisce la stragrande maggioranza, anche in Calabria ove si parla solo di mafia, ignorando le grandi risorse della cultura, dell’imprenditoria, del volontariato, specialmente giovanile, che aspettano il ritorno alla legalità per potere operare. In sostanza mafia/e e illegalità si combattono solo con le buone leggi e ripristinando un sano sistema di controlli, ma queste cose oggi vengono viste come prediche inutili.

Autore: 
di Bruno Chinè
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