La rivoluzione di Bregantini

Mar, 07/02/2006 - 00:00

Siamo ancora soli, con la nostra disgrazia sociale e morale di appartenere allo Stato italiano? Soli come sotto le bombe inglesi e americane? Soli come con la fame e la prostituzione del dopoguerra? Soli come quando partivamo con la valigia di cartone in cerca di un padrone e di un pane? Soli come quando il poeta cantava, “Siamo i treni più lunghi d’Europa” ? Soli come quando Africo, Canolo, Caulonia e mezza provincia calarono a mare, galleggiando e affogando nelle acque, ché i boschi - periodicamente rasi al suolo dall’ultimo conquistatore, o civilizzatore che dir si voglia, a partire dall’imperiale conquista di Roma - non trattenevano più? Da qui a non molto il governo nazionale archivierà il problema Locride, come ha fatto migliaia di altre volte con le richieste di buongoverno salenti dal Sud ?
L’urlo di dolore dei giovani locridei reggerà o si spegnerà? La missione di Bregantini tra noi - ciechi, sordi, insensibili, atoni a qualunque sopraffazione- ha marcato con un segno duraturo la dialettica politica locale, o si dileguerà, come nebbia, al sole del comando romano, che ormai da centocinquat’anni strangola il Sud con i tentacoli del clientelismo liberal-massone, imperial-ruralista e resistenzial-ingordo?
Soli come sempre, i giovani sfregiati in volto, sferzati dal sangue dell’ultimo agnello sacrificale, questa volta hanno reagito.Ci hanno mostrato che il sangue dell’Innocente macchiava anche le nostre mani. In un rigurgito di umanità, ci siamo ritrovati tra noi, assieme profittatori in politica e politicamente immuni. Ed è questo il fatto nuovo, inaspettato. Ma durerà o si esaurirà? Il vincitore riuscirà ancora una volte a dividerci, a metterci l’uno contro l’altro?
Dipende da noi. Roma, le provvidenze dello Stato padano e padanista, la lotta antimafia, il superprefetto, non c’entrano. Sono persino un disturbo. Le proclamazioni di fraternità e di patria solidarietà non c’entrano. Siamo noi, noi e non altri, il motore della nostra libertà.
Libertà è una parola astratta, che mai si realizza pienamente. Solo i fatti ne concretizzano una frazione più o meno grande. Ma qual mai fatto ci dice che siamo liberi e eguali? Da quando il cavourrismo ha lo scettro su tutta la Penisola, il Sud, lacerato al suo interno tra la vocazione allo stipendio romano della borghesia cadetta e la disoccupazione endemica di giovani e meno giovani, vede la faccia dell’officiante la libertà e la democrazia soltanto dopo che il municipio è stato incendiato. L’officiante arriva con un secchio d’acqua in mano, spegne la fiamma e se ne va, lasciando i ruderi dell’edificio al libero ed egualitario esplicarsi dei bisogni corporali di residenti e forestieri. Potrei aggiungere che oggi siamo lontani dall’attenzione maniacale del tirannico dinasta Ferdinando II verso i suoi sudditi, che pure erano esclusi dalle libertà democratiche e costituzionali, ma darei un dispiacere a chi sventola arditamente il tricolore e corre, con la sua desta immaginazione, a passo di bersagliere dietro le patrie fanfare (e fanfaluche). In un momento in cui Torino cerca di rattoppare con le olimpiadi il crollo occupazionale nelle fabbriche Fiat e nell’indotto, le miserie calabresi sono poca cosa. L’importante era che nevicasse. E pare che il Padreterno abbia acconsentito. W la Juve.
Sono vissuto troppo a lungo e ho dovuto e voluto vedere troppe cose della realtà politica italiana per credere alle promesse romane (come dire nordiste). Dico di più: per credere ai fatti concreti, che una volta “fatti”, svaniscono nel nulla. Di questi potrei fare un lungo elenco, dalla Programmazione economica calabrese (miliardi dissipati a beneficio di programmatori/fattucchieri milanesi) alle Officine Meccaniche Calabresi (Omeca), alla vergognosa dissipazione, a beneficio di avventurieri e capitalisti padani e nostrani maestri di democrazia, degli 80 mila miliardi investiti in Irpinia. Ma anche in questo caso darei un dispiacere ai nostri bersaglieri in spirito, che vibrano di rutilanti ardori in Piazza del Quirinale, quando non piove.
E’ finalmente cambiata qualcosa? “La Riviera” di domenica scorsa ha pubblicato un’intervista di Alessandra Tuzza e Sisinio Zito, ex senatore socialista e oggi sindaco di Roccella, che mi sembra contenga più cose di quelle esplicitamente dette. Per esempio che l’assemblea dei sindaci della Locride è un corpo ancorato al luogo, da cui trae forza, e non invece la sommatoria di esponenti locali dei partiti nazionali; cosa che da sempre ha funzionato perversamente a rendere muto il Sud, anche quando parla, e sordi gli altri, anche se grida.
La classe politica (come classe per sé) si muove agevolmente tra destra e sinistra, tra efficienza e inefficienza, a secondo gli impulsi che scendono dall’alto - nel nostro caso dalla classe dei grandi capitalisti padani, padroni dei giornali e delle televisioni - o che salgono dal basso, dalla gentecomune, che è poi anche l’elettorato attivo. Ma in determinate circostanze storiche e sociali essa può ergersi a intellettuale collettivo, organico alla gente. Se tale passaggio avviene è doveroso sostenerla.
I suggerimenti che seguono sono parabole. La metafora sarebbe questa: l’ipotetica provincia locridea non dovrebbe essere un organo periferico della politica “nazionale”, gestito dai mandatari dei partiti romani, ma il progetto locrideo, che si allarga alla società civile o quantomeno al settore privato della produzione.  
Uno. Se la Locride vuole veramente fare un passo avanti, la sovranità provinciale è inevitabile. La sua creazione mette al riparo da un eventuale sovradimensionamento del municipio locrese nei confronti degli altri municipi della zona.
Due. Non è proprio il caso di farsi infinocchiare con un nostro ipotetico dovere di lottare la mafia. La mafia è qui, i soldi sono a Milano, anzi al momento a Torino, fra le nevi. Se chi afferma di voler lottare la mafia fosse sincero, allora commissarierebbe per molti anni i comuni, le province  e la regione, introdurrebbe la droga di Stato, vieterebbe il subappalto delle opere pubbliche, abolirebbe almeno qui le banche private, lascerebbe il compito della  raccolta del risparmio alle Poste e creerebbe una banca pubblica del tipo Cassa Depositi e Prestiti, i cui esercizi finanziari fossero resi di pubblico dominio.
Tre. Stando ai prezzi correnti, esiste oggi un grosso spazio per la rinascita delle produzione ortaggere, un tempo persino sovrabbondanti nella zona. Il lavoro di un agricoltore non sarebbe più sottoremunerato,  ma equiparabile a quello di un artigiano/riparatore. Ci sono parecchi modi per vincere il cartello cripto-mafioso dei fruttivendoli e per consentire ai contadini la vendita diretta al consumatore. Personalmente ricordo come Aurelio Albanese, vicesindaco di Siderno al tempo del mercato nero postbellico,  riusciva a regolare i flussi dell’olio in partenza per Napoli e Roma, affinché il prezzo su piazza non andasse in alto. Eppure, ad aiutarlo nell’impresa c’erano soltanto due vigili urbani e, proprio nei momenti più difficili, una pattuglia di carabinieri.
Quattro. Se tutti gli abitanti della Locride sottoscrivono un euro a testa, si mettono insieme circa 150 mila euro, con i quali  si può finanziare una azienda artigiana. Se gli stessi sottoscrivono 10 euro a testa si mette insieme un milione e mezzo di euro, con il quale si possono fare molte cose. L’antica Amalfi, l’antica Genova! Chi ha un’idea in testa la rende pubblica. Per esempio su Riviera. Se l’idea è buona, il popolo la finanzia. Una volta si chiamavano società o compagnie di ventura. Chiamiamole  come vogliamo, ma non cadiamo nella trappola che se una cosa non viene da Milano, come le banche e il panettone, non è buona.
Cinque. Evitiamo l’impianto di altri supermercati. Senza più botteghe, le strade dei nostri paesi diventano un’autostrada  che corre fra le porte chiuse. E poi, con i supermercati, per un padrone che guadagna, ci sono cento dipendenti che debbono accontentarsi di un modestissimo salario.
Meno supermercati, meno macchine in giro, meno solitudine delle persone, meno anonimato.            
Sei. Nel settore turistico, la concorrenza del Centronord è micidiale. Inoltre la costa jonica è svantaggiata rispetto alla tirrenica. A questi inconvenienti si è aggiunta la magniloquenza degli alberghi a molte stelle, che lavorano pochi mesi e lamentano il vuoto di clienti per il resto dell’anno.
La Locride è tipica in Calabria per due ragioni. Primo: il susseguirsi di una decina di consistenti centri abitati su appena circa 50 chilometri di costa.  Due: il susseguirsi degli insediamenti collinari corrispondenti alle marine. Insomma due parallele che non s’incontrano, diversamente da quelle celebri dell’onorevole Moro.
In una situazione del genere, l’azienda alberghiera sta meglio in paese che nello spazio libero tra un paese e l’altro. Al più, fuori paese va insediato qualche particolare centro ricreativo, ma non di più. Non possiamo dare all’ospite cose che non abbiamo o non sappiamo fare. In giro c’è troppa tamarria. Tuttavia la  gente è accogliente, ospitale. Perché, allora, fare il vuoto intorno al turista? Il forestiero che stabilisce in paese un’amicizia, torna sicuramente. L’ho constatato con alcuni amici che sono tornati a Siderno per decenni e decenni, finché hanno potuto farlo.   
Ora, i borghi collinari sono anche più ospitali e spesso più graziosi delle marine. Possiedono un sapore di antica rusticità che le marine, molto recenti, non hanno. E poi c’è più verde, il verde autentico della campagna.  E il bosco, nuovamente cresciuto, è ancora più vicino.
Chiudo con le banalità.  Volevo dire  che, quando la politica si eleva a intellettuale collettivo, non rappresenta più sé stessa, ma l’intera collettività. Non capita spesso, ma capita
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Autore: 
Nicola Zitara
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