La Rosa di Francesca

Sab, 30/05/2020 - 10:30
I frutti dimenticati

Ferruzzano Superiore, nell’immediato dopoguerra, contava tremila abitanti, e ora solo un nucleo familiare vi abita, animato da sensibilità ecologica e per protesta contro il modello cittadino di vita.
In un orto di Ferruzzano Superiore, ora abbandonato, nella parte che guarda verso ponente, c’era un orto ben coltivato posto sul limite degli appicchi di arenaria alti più di trenta metri, che orlano a strapiombo quella parte del paese.
La parte non difesa dal precipizio era circondata da case e anche quando la famiglia che lo coltivava, che prima abitava in una casa vicina, si era trasferita a Ferruzzano Marina, continuava a coltivarlo con amore per rispetto degli antenati che l’avevano fatto per centinaia di anni.
Dentro l’orto ben difeso vi trovavano riparo alcuni alberi da frutto, e tutta la parte rivolta verso il precipizio era orlata da piante di carciofi che offrivano i loro frutti precocemente, già alla fine di dicembre.
Numerose erano le piante ornamentali, tra cui gigli e alcuni cespi di rose, che specie a maggio fiorivano ed emanavano una grande fragranza, in quanto appartenevano alle varietà antiche.
Personalmente avevo avuto una casettina con orto attiguo e ammiravo la cura e l’amore prodigati nei riguardi delle piante che vi crescevano nello spazio dei miei vicini e parenti.
Alla fine degli anni ‘90 furono consegnati, alle poche famiglie di Ferruzzano Superiore che non erano emigrate all’estero, una quarantina di alloggi che erano stati costruiti dalla Lodigiani di Milano per supplire alla ricostruzione mancata del paese, in seguito alla distruzione totale a opera del terremoto del 23 ottobre del 1907, che fece subito 163 morti e tanti altri per le ferite riportate e le malattie contratte. Il paese si spopolò del tutto, diventando un centro fantasma, e tutti gli orti che vi si trovavano all’interno e nelle aree contigue esso furono infestati dai rovi.
I miei parenti e vicini di orto a Ferruzzano Superiore continuarono a curare il loro e non smisero di prosperare i gigli e i rosai tra cui spiccava la rosa senza nome, a cui i miei parenti davano il nome improprio di Ddombescina (Damascena).
Il paese abbandonato, frattanto, continuava a divenire oggetto di vandalismo a opera di straccioni che, per recuperare qualche strumento della civiltà contadina, non esitarono a sfondare porte e finestre, per cui anche l’orto dei miei parenti, dopo che erano state abbattute le porte delle case che lo proteggevano, fu aperto a fameliche capre che pascolano anche nel paese fantasma.
Tutte le piante furono brucate e, tra esse, il rosaio che produceva delle rose di una bellezza inarrivabile, che era stato messo a dimora da Francesca quando si era sposata, circa sessant'anni prima.
Fortunatamente ella, assieme alle figlie, aveva recuperato qualche talea e l’aveva messa a dimora nell’orto della loro casa a Ferruzzano Marina e miracolosamente essa era attecchita ed era cresciuta prodigiosamente.
A maggio dell’anno scorso, sbirciando negli orti abbandonati e nei campi, avevo avuto la fortuna di individuare sei o sette varietà di rose antiche nel comune di Ferruzzano e, in seguito all’invito del tecnico di alimentazione Antonio Elia, meditai, assieme al mio amico Santino Panzera, un progetto di salvataggio, da estendere nei paesi vicini al nostro e anche più distanti, dove esisteva il culto per le rose antiche, cominciando a creare una rete di collaboratori.
Antonio, ai primi di luglio del 2019, volle ritornare a Ferruzzano per rivedere i rosai e verificare se fossero in fiore o meno.
Girammo nel paese e, a un certo punto, restammo estasiati di fronte all’immagine di una rosa prodotta dalla varietà del rosaio che era prosperato a Ferruzzano superiore per centinaia di anni, trasmesso da madre in figlia.
Qualcuno ci ha visto fermi di fronte al rosaio, sbalorditi per la bellezza e intenti a scattare foto ed evidentemente, quando noi andammo via, egli si sarà recato a sua volta a guardare dentro l’orto.
Dopo cinque o sei giorni ripassai dalla mia parente che, desolata, mi comunicò che la notte prima qualcuno, con una zappa, aveva estirpato la pianta.
Sicuramente l’azione infame era mirata ad avere quella pianta e speriamo che essa sia stata piantata e che sia attecchita, altrimenti la perdita è irreparabile perché ormai sopravviveva solo quell’esemplare.

Autore: 
Orlando Sculli
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