La scuola che verrà: docenti o PC?

Lun, 22/06/2020 - 12:30

Ho attraversato la scuola, da studente a docente in pensione, in tutte le sue sfumature, da quando si usava il gesso sulla lavagna di ardesia ai tablet, passando dai libri cartacei a quello digitale, dalle fotocopie dei libri, al copia e incolla sulla rete.
Sembra, come si dice, sia passato un secolo.
Negli ultimi dieci anni si è assistito a trasformazioni velocissime, che a seguirle si rimane spiazzati.
Il ruolo del docente e il rapporto con gli studenti è stato mediato spesso dall’utilizzo della tecnologia, della comunicazione e dell’informazione.
Spesso si è assistito a improvvise proposte didattiche non ben meditate, che spesso sono state abbandonate o male utilizzate.
Aggiornamenti continui da parte dei docenti, affidati spesso alla buona volontà di qualche collega che voleva emergere e non sempre adatto al ruolo.
Dalla FAD, Formazione A Distanza, basata su un archivio di un PC della scuola, sul quale venivano inseriti gli “appunti” e gli esercizi del docente, alla DAD, Didattica A Distanza, ultima innovazione di lezione online, con la voce del docente che “invade” le case delle famiglie.
E poi gli acronimi: dalle TIC (Tecnologie dell’Informazione e Comunicazione), spesso basate sulle LIM (Lavagne interattive Multimediali) per finire alle Classi 2.0.
Tutto questo si è abbattuto su una classe docente, spesso di età compresa tra i 50 e 60 enni, esausta e, grazie alla riforma delle pensioni, costretta a rimanere al lavoro anche con 40 anni di servizio.
Si aggiunga che questi professori hanno trovato molte difficoltà a passare dalla lavagna di ardesia a quella elettronica, dal libro cartaceo a quello elettronico, spiazzati dalle comunicazioni con le famiglie non più mediate dal libretto da firmare, ma da una comunicazione sul registro elettronico, se non da un messaggio di posta elettronica.
Allo stesso tempo, bambini e giovani, sull’onda delle trasformazioni indotte dall’evoluzione informatica,  cresciuti con smartphone e tablet, hanno dimostrato capacità di utilizzo migliore di tanti docenti.
Per non parlare di studenti che spesso utilizzano le possibilità offerte dal PC preparando lezioni con audio e video, al posto della presentazione con slide.
In questo contesto di una scuola già fortemente penalizzata dai tagli al personale e dalle chiusure e portata avanti dalla presenza perenne di precari con molti anni sulle spalle, si inserisce il Covid-19.
La scuola, come la sanità, non è mai stata vista come investimento basilare, a fondamento di un paese moderno, ma come gallina da spremere per ridurre il deficit del debito pubblico e, spesso, per spostare nel privato queste “prestazioni” fondamentali.
Ritengo sia nel rispetto di questa logica che, ultimamente, si è sentito parlare di educazione online come sostituto della relazione che si crea in un’aula, che si è immaginato di cambiare la scuola attraverso l’introduzione di un docente facilitatore, sostituito da un PC, che a distanza offre tutte le indicazioni di studio.
Ma una soluzione di questo tipo, mi domando, non trasformerebbe la scuola in un’appendice delle multinazionali che detengono i diritti delle piattaforme informatiche o delle case editrici?
Saremmo di fronte a una scuola di Stato o a una scuola delle imprese? La privatizzazione della formazione appaltata alle aziende!
L’auspicio è che il Governo bocci in toto questa proposta continuando a lavorare sull’idea del ritorno in aula, comprendendo che servono più aule, con spazi più grandi, ambienti piacevoli e non grigi, classi meno numerose, dotazioni informatiche nelle scuole di ogni paese, fibra ottica in tutto il territorio e formazione continua per i docenti, magari introducendo la possibilità dell’anno sabbatico per conseguire questo scopo.
Una visione più consona alla funzione della scuola, per la quale la tecnologia offre opportunità lasciando spazio al docente per allevare il cittadino!

Autore: 
Francesco Martino
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