La scuola del dopo

Sab, 02/05/2020 - 20:30

Le attenzioni dei docenti
Attenzione, relazione, comunicazione. Al ritorno in aula ai docenti si chiede una sensibilità ancor più significativa su questi aspetti, per ritrovare il rapporto con gli studenti, costretti in questo periodo nelle loro case per far fronte all’emergenza da COVID-19.
Il riprendere delle attività scolastiche, per il singolo come per il gruppo, porta con se diversi rischi, fra cui quello di voler colmare repentinamente il programma didattico non svolto, con possibili situazioni di stress nei discenti. Per tale motivo, nel momento insegnamento- apprendimento, si dovranno mantenere ben consapevoli alcuni aspetti metodologici che accompagnino lo studente al ritorno alla normalità nei tempi e nelle modalità più coinvolgenti e meno traumatici possibili.
Il ritorno alla “normalità” vedrà sicuramente gli studenti travolti dalla pressione dei docenti e delle famiglie per il recupero delle nozioni e dei programmi trascurati. Oggi i ragazzi sono privati della scuola, dei rapporti quotidiani con i compagni ed i docenti, di tutte le attività proposte dalle diverse agenzie educative: sembra che un piccolo grande gigante abbia pigiato sul tasto “pausa” e tutto si sia fermato. Anche per loro è iniziata una vita diversa, rallentata, impoverita di relazioni. Per fortuna ci sono tanti esempi di iniziative promosse sia dalla scuola per mantenere viva la comunità di classe e il senso di appartenenza tramite la didattica a distanza (la nota del Ministero dell’Istruzione n. 388 del 20.03.2020 è un capolavoro di pedagogia e di civiltà) sia dai social, istituzionali e no, che hanno proposto stimoli motivanti per non far sentire il senso di lontananza (e qui corre l’obbligo di citare la RAI per il suo impegno).
Con trepidazione speriamo che al più presto la vita torni a scorrere normalmente, che le scuole riprendano il loro prezioso ruolo e che insegnanti sensibili e competenti accolgano i ragazzi in aula.
E a questo momento, ormai differito a settembre, occorre arrivare preparati. L’ansia da prestazione e del “programma” da colmare rischierà di travolgere tutti. A questo punto è decisiva l’azione del docente, competente anche nella gestione di questa nuova sfida che gli si para davanti, mostrando oltre alle indubbie doti di intelligenza anche quelle di sensibilità, dimostrando di avere a cuore il ragazzo e non solo la prestazione.
Riflettiamo. Il docente è competente quando sa comunicare, osservare, motivare, progettare, organizzare, coinvolgere e valutare. Quando l’emergenza COVID-19 finirà dovrà essere in grado di esprimere al massimo queste competenze, perché l’impazienza di colmare il “non fatto” può creare fretta, che è sempre una cattiva consigliera nelle situazioni di insegnamento-apprendimento.
La domanda che possiamo porci è: Cosa deve fare allora un docente competente?

  • Saper comunicare: saper cogliere le paure dei ragazzi, dedicare qualche minuto all’inizio della lezione ad ascoltare quello che hanno fatto in questo lungo periodo, a farli verbalizzare per esprimere quanto sia loro mancata la scuola, ha a che fare con l’empatia e la capacità relazionale e concorre a far capire, qualora ce ne fosse bisogno, che il professore è accanto a loro, li capisce e li guida;
  • Saper osservare: di che cosa hanno bisogno gli studenti dopo un lungo tempo lontani dalla scuola? Di rientusiasmarsi al sapere. Le prime lezioni dovranno essere le più belle ed entusiasmanti che mai il docente è stato capace di mettere in campo, ricche di stimoli, riflessioni, rimandi ad altre situazioni. Insomma dobbiamo riaccendere più che mai il “cognitivo” e “l’emozionale” degli studenti;
  • Saper motivare: lezioni con ingredienti giusti come quelli suindicati catturano la motivazione degli studenti, pur prevedendo che dopo tanto tempo in solitario, siano di per sé motivatissimi a stare con gli altri. Si tratta di non spegnere tanto entusiasmo;
  • Saper progettare: anche i docenti sono stati ai box, ma per recuperare e risalire la china del programma non devono sovraccaricare gli studenti. Devono condividere il progetto educativo, adesso più che mai, con la famiglia, facendo ancora una volta intendere che la scuola è una comunità che ha cura ed educa insieme;
  • Saper organizzare e saper coinvolgere: è qui che i docenti dimostreranno la capacità di lavorare insieme realizzando un progetto organico che superi le, alcune volte sterili, dichiarazioni contenute nel PTOF, dove il cognitivo ed il socio-relazionale siano due volti di una stessa medaglia.

Il tempo sospeso del Covid-19
Dare una risposta valida e puntuale ad oggi, in questo momento storico, alla domande di noi docenti, diventa complesso. Quello che in questi giorni ci troviamo ad affrontare ed attraversare è un evento “unico” nel suo manifestarsi, che in modo repentino sta mettendo in discussione i sistemi relazionali, sociali, sanitari, economici e politici di tutto il mondo.
Il diffondersi dell’epidemiologia da COVID-19 è da considerarsi un evento “psicologicamente” critico, impattante e nuovo per tutti noi. Uso il “noi” perché l’attenzione che dobbiamo porre è sull’intero sistema scuola e coinvolge studenti, docenti, dirigenti, personale scolastico ed anche famiglie e territorio. Per questo non possiamo esimerci, in quanto educatori, di dare uno spazio di riflessioni che riguardano sia il futuro benessere psicofisico dello studente che del docente. Solo un atteggiamento psicologico congruo, solido e valido dell’adulto (docente) può aiutare non esclusivamente chi lo attua, ma può essere d'aiuto anche agli altri, in questo caso i nostri ragazzi. La prima attenzione è su noi docenti, sulla personale “auto esplorazione”, ovvero la chiara consapevolezza ed onestà individuale di conoscere noi stessi, come stiamo vivendo e come stiamo reagendo a questa drammatica situazione.
È innegabile che stiamo assistendo ad una indubbia ed intensa traumatizzazione individuale e collettiva, che può portare la persona a distorcere e amplificare la percezione del rischio e che potrebbe condizionare la vita futura di ognuno di noi. L’aspetto psicologico in un momento di vulnerabilità come questo che stiamo vivendo è fondamentale, in quanto le attuali condizioni di vita potrebbero lasciar spazio a reazioni ansiogene e vissuti di evitamento, che facilmente trasmettiamo a chi è intorno a noi.
Non solo, ma quanto probabilmente il rimanere chiusi in casa avrà condizionato le nostre abitudini, la nostra quotidianità in termini di socialità e di rapporti con gli altri? Questa condizione che ripercussioni avrà per i nostri studenti?
Vorrei condividere con voi il pensiero del neurofisiologo Stephen Porges: “Noi siamo portati istintivamente alla socialità e alla relazione. La nostra socialità è un bisogno innato che noi abbiamo e attraverso la relazione con le persone importanti e significative per noi, ci crea la possibilità di autoregolarci”.
Questo significa che quando noi non abbiamo la possibilità di stare con gli altri e quindi di socializzare, questo può avere degli effetti negativi importanti, soprattutto rispetto alla autoregolazione. Dobbiamo mantenere questa possibilità di stare con gli altri, anche perché in questo momento il nostro Sistema Nervoso spinge per la socialità, per lo stare con l’altro e invece dobbiamo fermarci e tentare di non rispondere al nostro bisogno innato. Per questo noi tutti esseri umani, viviamo in un paradosso e il paradosso è questo: il nostro sistema nervoso spinge per avere una risposta di socialità e per rispondere al nostro bisogno innato di stare con l’altro, perché è un bisogno di sopravvivenza che ci permette di autoregolarci, purtroppo in questa condizione noi non possiamo dare una risposta al nostro sistema nervoso, perché per proteggerci dal virus dobbiamo rimanere isolati. (cfr: “Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.”,Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, capitolo XXI)
Tuttavia, per evitare le conseguenze negative e per rispondere comunque al bisogno di relazione, dobbiamo mantenere la connessioni e oggi la tecnologia ci supporta, per esempio con video messaggi o video chiamata. Visualizzare e sentire la voce delle persone importanti, come l’insegnante per lo studente, può dare significato in questa momento per garantire la continuità della relazione.
Per tanto lo studente non avrà delle difficoltà a risocializzare dopo, alla ripresa delle attività, ma quanto piuttosto adesso, noi dobbiamo mantenere una connessione sia tra di noi docenti, che con l’istituzione, le famiglie e gli studenti.
Ecco perché ritengo necessario che la riflessione di oggi debba essere sbilanciata inizialmente su cosa è possibile fare in questo momento per noi e per gli studenti, per poi riprogettare e fare ipotesi di attività in aula, a settembre.
Il primo traguardo e il focus di questo momento, dove il tempo rimane sospeso e dove si vive una dimensione in cui la comunicazione e la socialità sono giocate in un “non spazio” della “non Vicinanza”, è quello di preservare e consolidare la relazione con i nostri studenti. È fondamentale che loro si sentano tenuti e mantenuti dentro una relazione che si prende cura di loro e trasmette fiducia. L’obiettivo è far vivere ai ragazzi questo periodo di crisi, il più possibile con serenità e ottimismo, trovando e strutturando tutti i modi per mantenere una relazione, anche a distanza.
Far sentire che loro sono un nostro pensiero positivo ricorrente, probabilmente uno dei pensieri più belli, ma che può lasciare spazio anche alla tristezza, all’idea che dovrà passare ancora altro tempo per rivederci. Come trascorreremo questo tempo per continuare a mantenere la relazione? Dovremmo chiedere ai ragazzi di reinventarsi (probabilmente come sta facendo ognuno di noi), in uno spazio e un tempo che forse non immaginavamo neanche esistesse, di scrivere un elenco di tutti gli aspetti positivi del loro stare a casa, dando valore a questo tempo passato senza vedersi. Sarà anche materiale importante per noi per comprendere come stanno vivendo questo momento, cosa sta accadendo nel loro contesto familiare, esplorare i loro vissuti emotivi, le loro emozioni e poterle condividere con le nostre e scoprire insieme che siamo sintonizzati sulle stesse paure, angosce e speranze.
Sarà importate una approccio graduale alla ripresa delle lezioni e avere una reale situazione di ciò che avrà vissuto ogni singolo ragazzo, chiedendo anche in questo caso, eventualmente, la collaborazione dei genitori. In quel momento della ripresa, cosi come è per il periodo di forzata distanza, il ragazzo dovrà sentirsi al sicuro, noi daremo quella sicurezza e solidità di cui lo studente avrà bisogno e si sentirà libero di partecipare alle attività, di rifare delle cose cognitivamente coinvolgenti e ci vedrà non certo come persone spaventate o allarmate, ma ci percepirà di nuovo come quell’adulto significativo, calmo e capace di trasmettere affetto al quale potrà chiedere, con cui potrà emozionarsi e vivere una nuova esperienza in un posto al sicuro: l’aula scolastica.

La ripresa della normalità
La prima cosa che mi viene in mente è quello che si può definire “disorientamento esistenziale”. Credo sia la situazione che vivranno i docenti e principalmente gli studenti quando ritorneremo alla normalità. Non sappiamo ad oggi quando si ritornerà a scuola, ma per certo sappiamo che il sistema d’istruzione si è stravolto con l’introduzione della DaD (acronimo di didattica a distanza). I docenti e gli allievi si sono ritrovati loro malgrado catapultati in un sistema poco conosciuto ed ancor poco usato, fatte salve le dovute lodevoli eccezioni. Nelle righe precedenti viene detto che un insegnante competente deve oltre al saper osservare e progettare, anche saper motivare. Quali saranno le motivazioni forti che dovranno essere agite per aiutare gli studenti alla ripresa delle attività? Quali le motivazioni che possono suscitare interesse nella ripresa della scuola? Questi credo siano degli interrogativi ai quali noi docenti dobbiamo cercare di dare una risposta valida ed esauriente.
Qui si tratterà di fare una scuola di qualità, di alta qualità sotto tutti i punti di vista. Vediamo dunque quali potranno essere gli accorgimenti pedagogici che dovranno usare gli insegnanti alla ripresa delle attività. Credo che mai come nella fase della ripresa l’insegnante dovrà essere un “mediatore didattico”, o per dirla con Carl Rogers un “facilitatore di apprendimenti”. Sarà compito, non facile, del docente quello di attivare i processi psichici che portino ad una forte motivazione intrinseca, atta a ristabilire l’equilibrio fra il “dolore” della situazione che stiamo vivendo, ed il “piacere” di ritrovarsi in aula insieme ai compagni per riprendere a frequentare le lezioni in maniera positiva. Avendo alle spalle settimane di forzata segregazione entro le mura domestiche, e contatti solo con i componenti del nucleo familiare, le attività didattiche che potranno essere proposte saranno ad elevata solidarietà sociale. Solidarietà sociale che aiuterà gli studenti a superare il senso di vertigine dovuto al lungo periodo di non attività collettiva. Bisognerà aiutare i ragazzi a ritrovare in aula, con l’aiuto delle proposte dell’insegnante, il senso di efficacia, ricostruendo il valore globale del sé. In altre parole proporre attività che aiutino i ragazzi a sentirsi sicuri nello svolgimento e soddisfatti del contesto. Il vero problema di queste giornate è la scarsa frequentazione dei loro coetanei, quindi le proposte didattiche dovranno tenere conto dei processi di interazione, del misurarsi di nuovo con i compagni. Ovviamente l’approccio del docente sarà di tipo sistemico, analizzando i diversi fattori che dalla famiglia (microsistema) alla situazione congetturale del paese (macrosistema) hanno portato nello studente una serie di comportamenti che si sono innestati su presunte o vere paure. Stiamo combattendo una guerra, è quasi un algoritmo che da settimane si ripete. E quando purtroppo le guerre o le catastrofi toccano da vicino gli adolescenti, in loro si manifestano paure non proprie dell’età: paura della morte, paura di esser lasciati soli, paura dell’abbandono, paura della perdita delle persone care. Credo che al rientro in aula le competenze relazionali dei docenti saranno messe a dura prova. La relazione educativa che si riuscirà ad instaurare e gli ambienti di apprendimento che si riusciranno a creare saranno le mosse vincenti contro ansie, paure e pregiudizi.
Ecco alcune delle attività che potrebbero esse messe in campo dagli insegnanti al rientro per aiutare gli studenti a gestire lo stress accumulato durante la permanenza in isolamento. L’insegnante durante le attività didattiche dovrebbe incoraggiare l’ascolto attivo, specialmente nei primissimi giorni. Ogni studente avrà cento e cento cose da raccontare. Non tenere conto di questo “bisogno” potrebbe generare nei ragazzi una serie di comportamenti di chiusura o di eccessiva dipendenza dalle figure adulte. Gli adolescenti si sentono sollevati se possono esprimere e comunicare la loro inquietudine per il momento passato, e la paura che si possa ripresentare, in un ambiente sicuro e di supporto. Si propongano attività che utilizzando gli strumenti propri della nostra didattica, aiutino i ragazzi ad esprimere le loro emozioni. Ricordiamo, però, noi docenti che i ragazzi colgono i segnali emotivi degli adulti di riferimento, quindi sarà importante la modalità con la quale gli insegnanti sapranno gestire le loro emozioni. Non sarà compito facile, come abbiamo detto, ma sarà il banco di prova della tenuta disciplinare (intesa come argomento della singola disciplina o materia), didattica e relazione di tutto il sistema scolastico. Altro punto da tener presente riguardo al periodo di “quarantena” e che se è vero che le nuove tecnologie stanno rendendo meno difficile la quotidianità, tuttavia sono molti i ragazzi che non hanno accesso ai dispositivi digitali o a una connessione sufficiente a garantire il mantenimento delle interazioni con i coetanei e la continuazione degli apprendimenti (e di questa situazione si sta facendo carico anche il Ministero dell’Istruzione). Si tratta di un problema sociale che potrebbe accentuare le disuguaglianze durante il periodo di crisi e nelle fasi successive. Sarà anche questo un fattore da tener presente al rientro in aula.
Non sappiamo ancora quali saranno le ricadute sulle attività delle singole istituzioni scolastiche, ma in ogni caso le domande a cui dobbiamo rispondere saranno, eventualmente, soltanto rinviate di qualche mese. Siano i docenti pronti, vigili ed attenti a cogliere ogni piccolo particolare che possa portare i ragazzi ad atteggiamenti di chiusura o di rifiuto, ed organizzino le attività in aula con attenzione ai bisogni degli adolescenti, e con un occhio lungo rivolto anche alle ansie, giustificate, delle famiglie che affidano i loro figli.

Prof. Antonino De Giorgio- Docente di Filosofia e Scienze Umane- Liceo “G. Mazzini” Locri

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