La stola, i ghiri e la paura della pandemia

Dom, 22/03/2020 - 16:00

Ho paura. Non la Paura ancestrale per la morte. È paura per la vita monca. Sono cresciuta con delle certezze, la mia famiglia me le ha date. Per la verità è opera di mio padre anche se ora lo vedo trascinarsi in una sequenza di giornate inutili. Egli è stato un grande protagonista della vita sociale e politica degli anni ‘70 e ’80: sindacalista tenace contro l’amministrazione che ha fronteggiato a muso duro. Difendeva i lavoratori, diceva; raddrizzava i torti, diceva; sempre dalla parte dei più deboli ed esposti, diceva; gli piacevano i ghiri (sì proprio quel simpatico roditore - glis-glis è il suo nome scientifico - di cui è vietata la caccia) e non si preoccupava di chi fossero i commensali con cui si sedeva a tavola, servi o padroni purché fossero cucinati a dovere. Per la verità si preoccupava di sapere chi li avesse puliti e che non gli fosse stato sparato; il piombo nei corpicini lo rattristava, che fossero di trappola o tagliola ma non “addimurati”, che non fosse passato troppo tempo tra la morte e la padella! La pratica sindacale non prescrive anche lo schieramento a tavola, specie se vi sono ghiri in pentola. Il fatto che si trattasse di un animale protetto non lo imbarazzava affatto, la tradizione e il gusto avvezzo agli antichi sapori non ammettevano deroghe legali. Sono cresciuta in questo ambiente in cui la condotta veniva dettata a voce e per iscritto ma la linea di confine tra il dire e il fare era labile, quasi invisibile. Vizi privati, pubbliche virtù. Questa la massima che ho sentito spesso aleggiare in casa. Da grande volli vedere il film omonimo, girato in Croazia, che mette a nudo la vita dissoluta dei nobili, e ho trovato grande affinità con quella condotta da una nuova casta che combatteva a parole l’aristocrazia e la borghesia corrotte e ne scimmiottava i comportamenti, in privato. Sono stata abituata ad avere il meglio perché la scala sociale l’avevamo risalita grazie alle scelte politiche di mio padre, che lo hanno portato a confrontarsi e darsi del tu con i vertici dell’azienda in cui, nominativamente, lavorava e con i potenti della politica regionale e nazionale. Ci si può dare il tu anche con chi combatti e puoi andare a cena insieme, chiacchierare e scherzare raccontando qualche sconcia storiella. Col tempo capii che i mugugni di mia madre derivavano soprattutto dal fatto che egli usava il locale sindacale per ricevere le donne da tutelare, usava il termine ricevere come eufemismo; cercava di non intavolare discussioni sul tema davanti a me e mia sorella, ma col tempo cominciammo a decifrare il linguaggio in codice. Dalle tutelate, meglio se giovani e avvenenti, esigeva un corrispettivo, oltre alla delega sindacale, che lo legittimava padrone di un harem. Si sentiva un dio e a noi chiedeva di sentirci dee, eccetto mia madre, che doveva restare una serva giuliva. Siamo cresciute pensando che questo fosse l’ordine delle cose. Sono cresciuta circondata dall’affetto vero dei miei e dall’affetto finto degli altri (chi per invidia e chi per sano moralismo) di cui non mi sono resa conto. Mi sono laureata, a differenza di mia sorella, che avendo troppo presto addentato la mela ci è rimasta, ma ha trovato nel marito la figura contigua a quella del padre. Lei non è diventata una serva giuliva ma un’oca, sì, giuliva. Ha dei figli e si veste in ghingheri per accompagnarli a scuola, torna a casa e si cambia, sempre in ghingheri, per uscire a fare spesucce, rientra e si ricambia per la terza volta per andare a prendere i figli all’uscita della scuola. Passa il pomeriggio tra manicure, parrucchiere e una sana serie TV. La sera gioca a Scala 40 con le amiche. Cena preparata dalla colf e poi a letto a guardare la TV, quando rientra il marito qualche volta fanno l’amore (pardon: una scopatina) anche se lei l’amore lo ha altrove e ha 15 anni meno di lei. Io ho resistito e mi sono sposata tardi, ho seguito i consigli di mio padre, che voleva soddisfazione almeno da parte mia. Sono una professionista affermata, una cinquantenne piacente e corteggiata, ho una famiglia che dirigo con polso fermo e mio marito assomiglia molto a mia madre. Le mie figlie rigano dritto e promettono bene. Ho un ruolo politico e sociale oltre che professionale. Ci tengo molto a vestire alla moda ma non disdegno i viaggi alla Capitale per approfittare dei saldi. Quando esco di casa sono sempre in ordine e tutti mi guardano, sia gli uomini, per desiderio, che le donne, per invidia. Anche quest’anno l’ho fatto, sono andata a Roma in aereo a fine gennaio per comprare qualcosa da mettere addosso. Ho avuto una grande occasione, in via del Corso, una Stola realizzata con un pregiato filo di Vicuña da Loro Piana, misura 70 x 200, al prezzo stracciato di 1.000 euro contro i 4.330 di valore. Non stavo nella pelle al pensiero che l’avrei indossata alla prima occasione facendo scoppiare d’invidia le amiche (sic!). Ma ho paura che questa dannata pandemia di Covid-19 non mi consentirà di indossarla e uscire per la via. Questa è la vera pandemia, una spesa che si può rivelare inutile ed il prossimo anno sarà fuori moda. Perdio, mi sa che la indosserò sul balcone alle 12 per battere le mani e alle 18 per cantare e suonare. Ognuno partecipa come può a esorcizzare il virus. Ma poteva starsene in Cina e non venire a scassare i cabassisi qui. Una vera catastrofe, Amen.

Una professionista tanto anonima quanto scocciata

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