La storia di Pino Astuto e dei manicomi in Calabria

Dom, 08/12/2019 - 10:30

Jane Austen scriveva: “Più conosco il mondo, più ne sono scontenta”, io, invece, dico: “Più conosco il mondo, più trovo disumanità”. Sembra che l’uomo, con la sua evoluzione, si sia dimenticato di portarsi dietro l’umanità, altrimenti non si spiega perché un bambino sano, all’età 9 anni, sia stato rinchiuso in manicomio per 32 anni. La storia di Giuseppe, detto Pino, raccontata dall’inviata delle iene, Nina Palmieri, mi ha lasciato scioccata e come me tanti telespettatori, poiché in quelle parole semplici, pronunciate in dialetto calabrese, è palese la rabbia di chi non si capacita di aver subito tante ingiustizie. Tutto ha inizio nel 1967 a Girifalco (Provincia di Catanzaro), quando un bambino viene mandato dalla sua mamma a comprare il pane. Siccome aveva molta fame, lo mangia durante il tragitto, ma temendo di essere picchiato, ritorna indietro per rubare un’altra pagnotta, rimanendo però chiuso dentro il mercato. Lì dentro assaggerà di tutto: carne, formaggio, castagne e alla fine sazio si addormenterà. Al suo risveglio ha inizio il suo incubo: ritrovato dai carabinieri, verrà condotto in manicomio. La tragedia, in questa prima parte della storia, è quando racconta che la madre è sollevata non appena apprende che non rivedrà più suo figlio. “Non mi ha mai potuto vedere, non so perché”, racconta Pino. Verrà ricoverato con la seguente diagnosi: “Carenza affettiva, ricoverato per ragioni umanitarie”. Starà così insieme ai malati psichiatrici, con i medici. “Mi hanno spogliato nudo – racconta – e con una scopa mi hanno spinto sotto la doccia. Erano schifati”. Rimasto senza scarpe per sette anni, senza cibo per 20 giorni, in condizioni disumane, ammalatosi di bronchite, trattato da malato per oltre 30 anni, costretto a prendere delle pillole, chiamate “Caramelle”. Soli, marchiati con un numero, tenuti fermi con il camice di forza. Questo era il manicomio, difficile per un adulto, per un bambino sicuramente sarà stato terrificante. Nel 1983-84 esce in paese per la prima volta, dura per lui visto che i paesani lo additano come “il pazzo”. Nel 1999 lascia, definitivamente, l’ospedale psichiatrico, ma la vita fuori è difficile, così chiede di ritornare dentro quelle mura, ricevendo un rifiuto. Oggi ha 61 anni, vive con una pensione di 270 euro insieme alla moglie Angela, l’unica da cui abbia ricevuto amore. È riuscito a chiedere, tramite il suo avvocato, Serenella Galeno, un risarcimento di 50 mila euro per il danno di non essere stato inserito in una famiglia. Soldi che non gli restituiranno la vita, ma che gli serviranno anche per regalare alla sua adorata moglie un vestito, una piega dal parrucchiere e i denti. Intanto, grazie alla giornalista delle Iene, ha realizzato il suo sogno, quello di andare a scuola utilizzando, finalmente, tutta la sua collezione di penne. Dopo aver conosciuto questa drammatica storia, ho iniziato le mie ricerche, così ho scoperto che la storia dei manicomi calabresi inizia a Girifalco nel 1878. Per questo il paese è stato definito dallo scrittore Domenico Dara “Archivio della follia calabrese per oltre un secolo”. Al suo interno veniva segregato, non solo chi era effettivamente malato, ma anche i cittadini ritenuti non presentabili. Quello di Girifalco, con la complicità di autorità locali, diviene il nascondiglio di vagabondi, mendicanti, alcolisti, ritardati, anziani dementi, malati o persone in fin di vita. A queste categoria si aggiungono tantissime donne, donne che non rappresentavano l’ideale di sposa e madre esemplare, quelle che si ribellavano alla violenza dei mariti, dei padri o dei fratelli; le adultere o presunte tali, le madri di figli illegittimi e le vittime di stupro. E non mancavano i casi di internamento di oppositori politici o di uomini considerati effeminati. Tutte queste persone erano povere e analfabete; i ricchi, infatti, beneficiavano di un padiglione separato, ricevendo attenzioni umane. Il 13 maggio 1978 la legge Basaglia impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio. Ciò ha fatto dell’Italia il primo paese al mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici, riconoscendo i diritti e le necessità dei pazienti. Ma nonostante l’attuazione della legge il manicomio di Girifalco e quello di Reggio Calabria (gli unici presenti in Calabria) saranno chiusi molti anni più tardi: quello di Reggio nel 1992, oggi è diventato una scuola Allievi dell’Arma dei Carabinieri; l’altro, che prima era un convento di frati minori, oggi è un complesso monumentale che ospita una struttura Residenziale psichiatrica, una Residenza Sanitaria Assistenziale per anziani e disabili, e un centro valutazione demenze con attività ambulatoriali dell’ASP di Catanzaro. Un libro intitolato: “Storia del manicomio di Girifalco” di Domenico Marcello racconta oltre della storia di questa struttura, anche una lista dei medici che vi hanno lavorato, tra cui risulta un medico di Locri: Francesco Filastro che ha iniziato, a Girifalco, la sua attività nel 1987, ed oggi è responsabile del Centro disturbi cognitivi e demenze del distretto di Soverato.
Ma in questi giorni sono riuscita a mettermi in contatto telefonico con Pino, che è molto emozionato dal ricevere tante attenzioni. La prima cosa che le chiedo è come ha fatto a resistere tutti quegli anni chiuso in quel luogo. Lui con il suo italiano impacciato mi ha detto: “Non ero scemo, ho imparato presto i punti deboli e quelli forti dell’ospedale, insomma ho imparato a sopravvivere”. Poi ha continuato: “Alcuni anni fa sono stato al Maurizio Costanzo Show, dopo Natale andrò ai Fatti Vostri, ma solo Le Iene mi hanno aiutato davvero. Io, comunque, i miei anni più belli li ho bruciati lì dentro”. Gli chiedo poi se ha rivisto la madre o i suoi fratelli, ma la sua risposta è stata amara: “No, mia madre era già morta quando sono uscito, i miei fratelli non li ho mai più rivisti, preferisco stare solo che male accompagnato”. Poi gli chiedo come ha conosciuto Angela: “In strada, ci siamo parlati, io sono 20 anni più grande di lei, ma le ho detto sposiamoci e in qualche modo faremo. Oggi sono quasi 16 anni che stiamo insieme”. Prima di chiudere, gli ho chiesto di farmi una promessa: “Pino, mi prometti che imparerai a leggere e scrivere?”. E lui: “Sì, te lo prometto”! E poi ha aggiunto: “Vorrei ringraziare tutti quelli che mi stanno aiutando, sto ricevendo tutto l’affetto che non ho avuto 50 anni fa, tutto questo mi fa piangere, perché non ho mai conosciuto tanta gioia in vita mia, finalmente ho visto la luce del sole”.

Autore: 
Rosalba Topini
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