La storia intellettuale, letteraria, culturale alta della nostra terra

Ven, 23/08/2013 - 17:42
Vito Teti ricorda Pasquino Crupi

Ho incontrato la prima volta Pasquino Crupi  a una manifestazione del primo maggio a Monterosso Calabro. Erano i primi anni Settanta: ancora le bandiere rosse, l'Internazionale, la festa del lavoro avevano un carattere militante, gioioso, fondante di memoria e di speranza. Ancora la nostra terra si apriva al futuro e non aveva rinnegato le sue tradizioni e le sue vocazioni, non si era arresa e rassegnata e i suoi gruppi dirigenti non erano tutti fiacchi, incapaci e asserviti, come poi li avrebbe descritti Pasquino Crupi nei decenni successivi.
Parlava, allora - da un balcone con le bandiere rosse, con il suo inconfondibile garofano nel taschino della giacca - di libertà, democrazia, dignità del lavoro, riscatto del Sud, giustizia sociale. Declinava queste parole con concetti efficaci, con quel suo gesticolare inconfondibile, il suo parlare diretto, teatrale, avvincente. Questo è rimasto Pasquino Crupi per il resto della sua vita. Con fatica. Con tenacia. Con fedeltà alla terra, ai ceti popolari, agli ultimi. Le sue narrazioni e le sue indagini letterarie sono state sempre tese a individuare il carattere sociale della narrativa e della poesia: alla fine per lui il bello e l'artisticamente valido avevano senso se contribuivano a liberare gli individui dal bisogno e dalla soggezione. Per questo egli dava la stessa dignità e attenzione sia all'opera del grande e noto autore calabrese che ai versi di uno sconosciuto poeta dialettale. Una delle tante iniziative che ci ha visto insieme è stata la presenza in una giuria di premi della poesia dialettale. E poi quella, nel 2009, sempre voluta da Pasquino, sull'indimenticabile e grande Micu Pelle. Pasquino, con le sue iniziative, cercava di dare la giusta dignità ed attenzione ad autori "minori", solitari, periferici, che altrimenti sarebbero stati dimenticati. Egli ha operato ai margini, ai confini, nelle periferie che producevano umanità, sentimenti, valori, desiderio di giustizia, tra contrasti, difficoltà e lacerazioni. Dallo scavo nell'anima e nelle ombre dell'universo popolare, dalle religiosità della madre e delle altre donne, Pasquino arriva a un suo senso del sacro e del religioso, che convivono con il gusto per la dissacrazione e l'irrisione per i convenevoli e i formalismi elitari.
Le sue «provocazioni» non erano gratuite o animose, erano letteralmente un «vocare per»: un invito alla riflessione, alla consapevolezza, ad adoperare uno sguardo diverso da quello dominante e dall'ufficialità, dalle mode e dalle circostanze. Pasquino prendeva di mira le idee che riteneva sbagliate, mai le persone. Aveva la capacità di ricredersi e di rivedere le proprie posizioni che conciliava con la sua intransigenza, con il suo apparente, e a volte ricercato, «integralismo».  La sua ironia e autoironia, le sue battute fulminanti e i suoi giudizi taglienti e divertenti, avevano la capacità di fare riflettere, di segnalare che il re è nudo, che la verità è nascosta e insieme evidente, come gli suggerivano la tradizione carnevalesca, la poesia popolare, la cultura del mondo di appartenenza a cui è rimasto sempre fedele, a volte, forse, troppo fedele.
Anomalo, controcorrente, organico alla gente, indipendente, pungente, irridente, in trincea: si sono sprecati, e anche a ragione, le definizioni per Pasquino.  Egli era se stesso, era quello che pensava e quello che sceglieva. A volte  certe sue posizioni mi risultavano non condivisibili, ma capivo che le sue esagerazioni ed esasperazioni erano comunque legate alla storia e all'antropologia, alla geoantropologia dei luoghi che lui conosceva e frequentava nei loro molteplici aspetti e paradossi. Riflettevo sempre su quanto sosteneva perché sapevo che non parlava mai per conto terzi, era organico soltanto al suo pensiero e alla sua libertà, ai suoi umori che potevano anche mutare ma con i quali riusciva a fare i conti. Amava profondamente la Calabria e per questo amore probabilmente aveva scelto di difenderla, proteggerla, tutelarla anche quando appariva indifendibile e incomprensibile, irriconoscibile.  Non emetteva giudizi definitivi: era libertario e garantista.
Ho visto Pasquino sempre alle prese con la sua fatica, la sua scrittura, il suo lavoro, che compiva miracolosamente, non si sa bene in quali ore del giorno e della notte, visto che poi si spendeva in convivialità, manifestazioni, iniziative, comizi cui partecipava con passione e dedizione per il piacere di essere riconosciuto e accettato come voce libera e scomoda. Irruento ed affettuoso, sarcastico e garbato, irridente e signorile: senza smentirsi, pronto a mettersi in discussione, con l'arte di un antico uomo di teatro greco: sapeva che la vita è anche conflitto, contrasto, amarezza, dramma. Ha saputo vivere con autenticità anche le contraddizioni e le solitudini proprie degli intellettuali e delle persone che incarnano, in maniera profonda, le ferite, le bellezze, le luci di una terra mobile, vaga, in fuga, dove chi resta, forse, deve scontare qualcosa in più quasi per essere punito e per punirsi di una  scelta solo apparentemente comoda, ma in realtà difficile, spaesante, inquieta, quando fatta in maniera convinta e persuasa. Quanti - e sono stati tanti - come me, hanno avuto la fortuna e il piacere di frequentarlo in situazioni private, lontano dalla dimensione ufficiale, dove comunque ognuno di noi recita o cela una parte, hanno potuto sperimentare la sua disponibilità, la sua capacità di ascolto. Presentava a volte una maschera ruvida e forse così nascondeva anche la sua delicatezza, che si traduceva in affettuosità e in senso antico dell'amicizia. Dei mille ricordi di una vita, mentre scrivo mi torna in mente quello di una sera in cui da Bova Marina dovevamo salire a Bova dove in una serata con i poeti dell'area calabro-greca e della Locride, mi consegnava un riconoscimento per un mio libro. Ci fece girare per più di un'ora lungo le marine dei suoi paesi fino a quando non trovò un garofano rosso che mise nel taschino della giacca. Era la sua identità e il suo costume, il suo segno distintivo, il simbolo di un'appartenenza e di riconoscimento: disse che era anche un omaggio per gli ospiti e per chi incontrava.
Avremmo dovuto, in questi giorni, presentare il suo libro, in maniera ufficiale, nella sede del Consiglio regionale. Non abbiamo fatto in tempo per qualche distrazione delle istituzioni. Una copia di quel libro sulla questione meridionale era nella sua bara. Portava con sé gli autori e i temi a cui è stato fedele, quasi l'ultimo dei meridionalisti (assieme a pochi altri) e che non riteneva superato il meridionalismo classico perché antichi e nuovi sono i problemi e le contraddizioni del Sud. Tante copie gireranno e resteranno perché Pasquino ha scritto libri e articoli che appartengono alla storia intellettuale, letteraria, culturale alta dell'ultimo difficile, controverso, faticoso cinquantennio della nostra terra.

 

Autore: 
Vito Teti
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