La tendopoli della morte e il decreto insicurezza

Dom, 09/12/2018 - 11:40

Non era bastata la tragica fine di Becky Moses a dirci che la tendopoli di San Ferdinando doveva essere immediatamente smantellata. Non è servito nemmeno l’agghiacciante omicidio di Sacko Soumayla a farci comprendere quanto grave fosse il problema sicurezza che ancora oggi si vive nella Piana di Gioia Tauro. In meno di un anno solare, la storia si ripete e la “tendopoli della morte”, titolo da film horror assegnato al ghetto di San Ferdinando, miete una terza vittima, la seconda legata a doppio filo alla nostra Locride.
Jaiteh Suruwa aveva appena 18 anni. Veniva dal Gambia, minuscolo stato dell’Africa occidentale che ha conquistato la propria indipendenza dal Regno Unito solo nel 1965 e, arrivato nel nostro Paese ancora minorenne, aveva ottenuto la protezione umanitaria e l’ospitalità dello Sprar di Gioiosa Ionica. Jaiteh non era arrivato nella nostra accogliente Italia con intenti di conquista. Non voleva vivere del sussidio statale concesso ai rifugiati, non voleva fare accattonaggio e non era venuto qui nemmeno per ingrossare le fila della criminalità, organizzata e non. Jaiteh stava solo cercando di (ri)costruirsi una vita grazie al percorso di integrazione che lo Sprar di Gioiosa Ionica riserva tra mille difficoltà a tutti i ragazzi stranieri che restano nel nostro comprensorio. Frequentava la scuola di italiano, si impegnava duramente negli allenamenti di calcio ed era pronto a concludere la sua formazione con un tirocinio che, dalla prossima primavera, gli avrebbe permesso di fare quelle “cose buone” che aveva dichiarato agli operatori di voler realizzare nella propria vita e, magari, di coronare anche il sogno di andare a lavorare in Germania da cittadino europeo.
La vita di Jaiteh, invece, è terminata, prima ancora di cominciare, la notte tra l’1 e il 2 dicembre, avvolta dalle fiamme di un destino bastardo, del quale dovrebbe sentirsi responsabile più di una generazione di governatori. Dalle prime ricostruzioni, Jaiteh si trovava nella tendopoli per trovare un cugino e altri connazionali. La conformazione della baraccopoli, infatti, che assume sempre più i tragici connotati di un terribile ghetto, la rende una piccola Africa in cui ritrovarsi, comprare prodotti etnici, sentirsi tra amici e, nonostante il freddo dell’inverno, trascorrere una serata che faccia sentire anche questi disgraziati meno lontani da casa. Non si sa bene che cosa abbia innescato l’incendio che ha strappato Jaiteh alla vita e, secondo alcuni, ci sarebbe da fare chiarezza anche in merito alle circostanze che hanno permesso a tutti gli occupanti delle baracche distrutte dalle fiamme di salvarsi mentre il solo diciottenne rimaneva bloccato all’interno della fatiscente struttura in lamiera e plastica.
Appresa la notizia, il prefetto di Reggio Calabria, Michele di Bari, ha convocato immediatamente, presso il municipio di San Ferdinando, il Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica, ribadendo ancora una volta la sua intenzione (rimasta di fatto tale nonostante l’inanellarsi delle tragedie avvenute durante il suo mandato) di avviare un discorso serio con il governo affinché la crisi infinita della baraccopoli venga risolta e si proceda allo smantellamento. Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in questa circostanza stranamente silenzioso, aveva detto la sua in merito alla tendopoli lo scorso luglio, quando a seguito di un sopralluogo aveva pronunciato parole di speranza per i ragazzi stipati nel ghetto e per i cittadini giustamente preoccupati per il degrado che si viveva a poche centinaia di metri dalle loro case.
«Non si può vivere così - aveva affermato Salvini. - Questi vivono in questa schifezza. Promettiamo che civiltà e legalità torneranno parole d’ordine anche per questo luogo».
Parole che, purtroppo, non sono state seguite dai fatti.
Anzi, la giusta attenzione del Ministro dell’Interno al problema sicurezza e il suo frenetico tentativo di mettere una pezza al lassismo della sinistra in merito alla questione immigrazione, sta generando mostri che potrebbero far aumentare in modo esponenziale il numero dei Becky Moses, Sacko Soumayla e Jaiteh Suruwa che saremo costretti a piangere nei prossimi anni.
Come giustamente fatto notare dal sindaco di Gioiosa Ionica Salvatore Fuda, infatti, il giro di vite sui richiedenti asilo sta progressivamente svuotando gli Sprar che, di qui a pochi mesi, potranno fornire il proprio servizio di integrazione a un numero infimo di migranti giunti nel nostro Paese. Se questo da un lato permetterà ai residenti dei nostri paesi di incrociare la strada di meno ragazzi di colore, dall’altro gli stranieri dirottati in centri di smistamento e tendopoli come San Ferdinando saranno in numero esponenzialmente maggiore.
Nonostante gli sbarchi sulle nostre coste siano sensibilmente diminuiti, infatti, il loro numero è ancora lungi dall’essere prossimo allo zero come la propaganda leghista vorrebbe farci credere e saranno ancora migliaia gli stranieri senza diritto di asilo che dovranno essere smistati dalle nostre forze dell’ordine. Non avendo dei centri di accoglienza regolamentati in cui inserire questi ragazzi, sarà gioco forza dirottarli al ghetto facendo affluire alla Piana forze fresche per i caporali e per la ‘ndrangheta, che, da buona imprenditrice, resterà alla finestra ad osservare i flussi per comprendere al meglio come poterli sfruttare.
Ecco come il decreto sicurezza tanto sbandierato dal governo si trasformerà in un decreto insicurezza, obbligando chi di dovere a non poter prendere provvedimenti nei confronti di una tendopoli sempre più satura e nutrice del mito dell’uomo nero, tornato in città per delinquere spinto dalla disperazione mentre il Ministro dell’Interno sarà impegnato a registrare la sua ultima diretta social…

Autore: 
Jacopo Giuca
Rubrica: 

Notizie correlate