La valutazione degli elementi indizianti nel giudizio di legittimità

Lun, 28/10/2019 - 16:40
Giudiziaria

«È opportuno evidenziare che in tema di misure cautelari personali, allorché sia denunciato, con ricorso per cassazione, il vizio di motivazione del provvedimento emesso dal Tribunale del riesame in ordine alla consistenza dei gravi indizi di colpevolezza, alla Corte suprema spetta solo il compito di verificare, in relazione alla peculiare natura del giudizio di legittimità ed ai limiti che ad esso ineriscono, se il giudice di merito abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che l'abbiano indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario a carico dell'indagato e di controllare la congruenza della motivazione riguardante la valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi di diritto che governano l'apprezzamento delle risultanze probatorie (Sez. 4, n. 26992 del 29/05/2013, P.M. in proc. Tiana, Rv. 25546001)». Lo scrivono i giudici della Corte di Cassazione in una recente sentenza che riguarda la fase cautelare di uno degli indagati dell’operazione “Pollino”.
I giudici rilevano: «Va inoltre precisato che, dal punto di vista indiziario, nella fase cautelare è sufficiente il requisito della sola gravità (articolo 273, comma 1, cod. proc. pen.), giacché il comma 1 bis del citato art. 273 (introdotto, appunto, dalla suddetta legge) richiama espressamente i soli commi 3 e 4, ma non il comma 2 dell'articolo 192 cod. proc. pen., che prescrive la precisione e la concordanza accanto alla gravità degli indizi: derivandone, quindi, che gli indizi, ai fini delle misure cautelari, non devono essere valutati secondo gli stessi criteri richiesti per il giudizio di merito dall'articolo 192, comma 2, cod. proc. pen., e cioè con i requisiti della gravità, della precisione e della concordanza (Sez. 4, n. 6660 del 24/01/2017, Pugiotto, Rv. 269179; Sez. 4, n. 37878 del 06/07/2007, Cuccaro, Rv. 237475)».
«Sotto questo profilo – si legge ancora oltre - l'ordinanza impugnata manifesta di avere seguito un adeguato e corretto percorso logico-argomentativo, avendo dato conto, in maniera precisa dei risultati dell'indagine, quali si evincono dal contenuto delle conversazioni intercettate e da tutto l'apparato investigativo richiamato nella ordinanza».
In seguito i magistrati rilevano che: «L'esame del provvedimento impugnato rivela un costrutto logico, esauriente e plausibile che non consente a questa Corte di individuare i vizi lamentati. La completa visione di insieme delle emergenze proposte dai giudici e l'inquadramento sistematico dei fatti, secondo un ordine che risponde a criteri dì piena logicità, escludono la possibilità di ravvisare nel tessuto argomentativo le incongruenze di cui si duole (in relazione al) contenuto della ordinanza impugnata sulla base di una inammissibile parcellizzazione delle risultanze investigative. Basterà qui ricordare come le parti delle conversazioni riportate nella motivazione siano idonee a rendere conto in modo sufficiente, secondo il parametro valutativo della gravità indiziaria, della partecipazione del ricorrente all'associazione delineata nel capo A) della rubrica ed ai singoli reati scopo riguardanti l'illecito commercio degli stupefacenti».
«La ricorrenza dell'aggravante dell'agevolazione mafiosa - si legge - è stata adeguatamente rappresentata, in motivazione, attraverso il richiamo alla esistenza del clan Pelle-Vottari (accertata in numerose precedenti pronunce) ed ai legami di collaborazione tra i soggetti operanti nel sodalizio finalizzato al traffico di stupefacenti ed esponenti della consorteria mafiosa».
«Per quanto concerne infine la correttezza delle valutazioni operate dal Tribunale in ordine alle esigenze cautelari - concludono i magistrati -, il Tribunale ha richiamato la doppia presunzione relativa di cui all'art. 275 co. 3 codice di rito, in relazione ai titoli di reato contestati, non mancando di evidenziare l'attualità delle esigenze cautelari in relazione all'epoca recente in cui si inseriscono le condotte osservate e la mancanza di elementi dai quali sia possibile desumere circostanze sintomatiche di una eventuale risoluzione di legami del ricorrente con i contesti associativi del territorio».

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