Lavoro e Caporalato

Lun, 09/11/2015 - 12:13

Nella Milano da bere, all’Expo si è lanciata la sfida del futuro promuovendo il ritorno alla terra, facendone un punto fermo per la rinascita del paese. Ma nelle campagne del Mezzogiorno, da decenni e ancora oggi, si vivono ancora situazioni di sfruttamento, di violenza, e di negazione dei più elementari diritti umani proprio in nome, spesso, di quella stessa agricoltura così tanto reclamizzata. I ritmi sono massacranti e disumani, i lavoratori agricoli si alzano di mattina presto e alle sei vanno in campagna fino alle dodici. Poi hanno un’ora di tregua, è il caso di dire, per mangiare e riposare, prima di riprendere, dall’una fino alle sette di sera, specialmente in estate perché imbrunisce più tardi e c’è più luce, sempre col fiato dei caporali sul collo. Ma non è finita, perché in tempo di raccolta bisogna preparare le cassette per il mercato estero. E allora, alla sera, dopo i campi, senza interrompere,vanno a preparare tutto nei grandi magazzini. Dalle otto di sera fino a mezzanotte. In estate è sempre così, tutti i giorni, domenica inclusa. In tutto sono 15-16 ore di lavoro, a volte anche 18. Tutto per un compenso di mille euro, ovviamente in nero. Però il padrone, così lo chiamano i raccoglitori, non paga sempre puntuale. Spesso li fa aspettare, chiedendo loro di avere pazienza, già, la pazienza, ma non si lamentano, perché sanno bene che al minimo cenno di disappunto saranno licenziati. Però così non è lavoro, è riduzione in schiavitù. Un’imprenditoria agricola che vorrebbe apparire sana, ma che in sostanza è sinonimo di criminalità organizzata.
Padrone e schiavitù, sono termini che ormai tutti, o quasi, pensiamo che dovrebbero sparire dal vocabolario di una civiltà. Un esercito di lavoratori sottopagati, per la maggior parte migranti, al servizio dei cosiddetti ‘caporali’, a loro volta al soldo dei potentati terrieri.
E allora, in Puglia nel Lazio e anche in Calabria come in tutto il sud, diventa importante parlare e portare all’attenzione di tutti e soprattutto delle istituzioni il fenomeno del ‘caporalato’ e prendere atto di una triste realtà che esiste da tanto tempo e che distrugge la dignità e la vita stessa dell’uomo. Le storie recenti di braccianti uccisi dalla dura e massacrante fatica mentre raccoglievano l’uva o i pomodori nei campi del meridione, sono emblematiche, ma non sono le prime, né saranno le ultime vittime del lavoro criminale. Dalle stime della Flai-Cgil, ne viene fuori un quadro inquietante: le persone coinvolte nel lavoro agro-industriale sarebbero addirittura circa 400 mila. Tantissimi di loro vivono in condizioni di schiavismo. La maggior parte non ha accesso ai servizi igienici e all’acqua corrente, e più della metà si ammala durante il ciclo del lavoro stagionale.
E, nonostante i salari bassissimi, gli orari improponibili e le condizioni abitative spesso invivibili, nessuno, in alto, si assume l’onere e soprattutto l’onore, di prendere i dovuti provvedimenti, per restituire un minimo di moralità al lavoro in genere, ma soprattutto a questo tipo di lavoro, e soprattutto rispetto e dignità a questi lavoratori.

Autore: 
Pasquale Aiello
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