Le basi storiche dell'identità calabrese

Dom, 04/10/2020 - 17:30

Dopo il periodo magno greco e gli anni dell’impero romano, con la scomparsa delle città magno greche e con il trasferimento della popolazione dai siti marittimi ai siti collinari, la Calabria – in passato denominata Italia, nome che si estese a tutta la Penisola - venne identificata per secoli secondo luoghi comuni come regione arcaica, abitata da individui violenti, selvaggi, ribelli a ogni forma di governo, traditori, deicidi, definiti in modo dispregiativo Bruzi.
Dopo Cassiodoro seguì un periodo di quasi tre secoli nel corso dei quali non si ha notizia di scrittori calabresi; soltanto nel X secolo si iniziarono a vedere nella regione scrittori e uomini di cultura.
Successivamente, nel corso del del XVI secolo, quasi in coincidenza con la nascita di Tommaso Campanella, la Calabria registrò la pubblicazione di alcuni scritti che gettarono le basi per la formazione di una identità regionale, tendenti a sconfessare luoghi comuni che la identificavano come la terra dei “selvaggi d’Europa”.
La prima opera fu il volume “De Antiquitate & situ Calabriae”, pubblicato nel 1571 dal frate francescano Gabriele Barrio di Francisca.
Questo volume di storia calabrese pose la basi per una visione della Calabria come regione unitaria, delineata geograficamente, con una propria identità storica e culturale.
Barrio esaltò il glorioso passato della Calabria, facendo conoscere altresì la situazione sociale dei suoi tempi.
Lo storico di Francisca, sulla situazione della Calabria di fine XVI secolo, tra l’altro, scrisse: “Il Lamento della Calabria - Poiché, dunque, la Calabria è regione tale, e di molto vantaggio per i Re, dovrebbe essere libera da ogni peso, anche giusto, ed essere ornata di degni onori.
“Ma, o tempi, è travagliata non solo con le ordinarie esazioni, ma è vessata anche con ingiuste e gravi estorsioni. Perciò molti tagliarono le vigne per l'eccessiva stima del censo di esse.
“Aggiungi il fatto che l'una e l'altra parte marittima della regione ogni anno è infestata molto gravemente dai pirati; onde città e villaggi sono frequentemente esposti al saccheggio, al sangue e al fuoco; le messi sono bruciate, i vigneti, gli oliveti e gli altri alberi sono distrutti; armenti e greggi e, ciò che è più miserabile ed infelice, uomini, dell'uno e dell'altro sesso e di ogni età, sono fatti preda.
“Per questo motivo città e villaggi sono privi di abitanti e i campi in molte zone sono non lavorati. Non vi è nessuno che protegga i mari, renda sicuri gli itinerari infestati da predoni e ladroni, numeri così grande schiera di prigionieri, e li riscatti dalla schiavitù ai barbari e li restituisca alla libertà cristiana; ma vi sono di quelli che per alcuna necessità di guerra numerano le popolazioni, di ogni sesso ed età, ogni lustro, ed esigono tributi anche dai più poveri. Cosa che non avveniva in nessun modo presso i Romani, ma un denaro soltanto per ogni capo ogni anno era pagato all'Impero. [...] Aggiungi il fatto che la regione stessa abbonda di mostruosità, mi riferisco ai piccoli sovrani locali e ai tiranni che la saccheggiano e la scorticano, e come altri Campani Lestrigoti, per l'inestinguibile sete e l'inesausta avarizia, si nutrono ogni giorno delle fatiche dei mortali.
“Per questo motivo, perché molto li vessano, chiamano i popoli loro soggetti vassalli, cioè vessati, mentre i Romani per modestia li chiamavano non soggetti, ma alleati.
“I più esercitano inoltre una mercatura di cose vili, indegna di uomini liberi. Presso i Romani, in un impero così grande non vi erano affatto tante fameliche ed insaziabili arpie che si nutrivano delle fatiche dei mortali.
“Ma, in verità, molte famose città scossero le molestissime bipenni dal capo, perché non erano capaci di sopportare il giogo della dura schiavitù.”
La seconda opera che pose le basi per una identità calabrese fu il volume “Croniche et Antichità di Calabria” di Girolamo Marafioti di Polistena, pubblicato nel 1595 e ristampato nel 1601.
Sulla scia di Barrio, Girolamo Marafioti cercò di volgarizzare la storia della Calabria scritta dal Franciscano per renderla accessibile a tutti, esaltando anch’egli la gloriosa tradizione magno greca. Egli raggruppò tutta la storia antica e recente della Calabria nelle quattro repubbliche della Magna Grecia: Reggio, Locri, Crotone e Sibari.
Un altro contributo alla costruzione dell'identità calabrese lo diede padre Giovanni Fiore da Cropani con la sua opera “La Calabria Illustrata”, scritta tra il 1672 ed il 1683 e pubblicata nel 1691, nella quale raccolse quanto più notizie sulla storia, la geografia, i personaggi, la mitologia che riguardavano la Calabria per dimostrare che era la migliore regione del mondo e non solo d’Italia.
Altri illustri scrittori e personaggi calabresi che diedero un ulteriore contributo alla costruzione della identità storica e culturale della Calabria, furono l'economista Antonio Serra, precursore del pensiero meridionalista, Francesco Grano con il suo scritto in versi “De Situ, Laudibusque Calabriae”.
Anche fra’ Tommaso Campanella contribuì all'affermazione dell'identità della Calabria.
Nel 1589, soggiornando nel convento domenicano di Altomonte, un gruppo di estimatori tra i medici e i gentiluomini del luogo, tra cui il medico Giovanni Francesco Branca di Castrovillari, Muzio Campolongo, barone di Acquaformosa, il medico Plinio Rogliano di Roggiano, Giovanni Paolo Gualtieri, Luigi Brescia da Badolato, gli procurarono il volume “Pugnaculum Aristotelis adversus principia Bernardini Telesii” di Giacomo Antonio Marta, nel quale l'autore, difendendo le dottrine di Aristotele, ridicolizzava Telesio.
A difesa di Telesio, tra il mese di gennaio e quello di agosto del 1589 iniziò a scrivere la “Philosophia Sensibus Demonstrata”, criticando la filosofia aristotelica, definendo Marta un filosofastro presuntuoso ed esaltando nella prefazione dell'opera la gloriosa tradizione filosofica della Calabria che aveva le radici nella cultura della Magna Grecia.
Nella prefazione della “Philosophia Sensibus Demonstrata” scrisse: “[…] sappia questo saccente che chiama con disprezzo Telesio ora Bruzio ed ora Calabrese, sappia che la Calabria è la migliore e la più antica di quasi tutte le regioni. Questa regione incominciò ad essere abitata dopo il Diluvio per la fertilità del sito da Aschenez, nipote di Noé, nei pressi di Reggio.
“Fu chiamata Ausonia per essere fertile di ogni bene, come ora è detta Calabria, il cui nome significa quasi ‘regione abbondante’; fu anche detta Enotria, Morgezia, Sicilia, Magna Grecia, per distinguerla dall’altra Grecia, la quale veniva superata da essa in tutte le cose.
“E fu detta anche Italia, da cui ora è derivato il nome a tutta l’Italia, che è una parte dell’Europa [...].
“Fu anche detta Brettia da Brento, figlio di Ercole, che una volta fu re di questa regione, come narrano nelle loro storie gli antichissimi scrittori, Stefano, Eustazio ed Antioco [...].
“Presso i Calabresi trovano vigore anche tutte le discipline e l’intera scienza umana, e quella che ora s’insegna nelle scuole trae origine dalla Calabria. Platone infatti e il suo discepolo Aristotele furono allievi di Calabresi [...].
“Platone infatti si portò da Atene in Calabria, e qui apprese tutto da Timeo, Euticrate ed Arione, tutti di Locri [...].
“La scuola di Pitagora fiorì presso Crotone, e da tutto il mondo venivano a lui filosofi e re, come narrano svariati scrittori; e dopo la sua morte la sua scuola fiorì a Locri e a Reggio sotto diversi maestri; e a quel tempo in tutta la regione non si contavano i filosofi e le donne sapienti che scrissero molte opere.”

Autore: 
Domenico Romeo
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