Le cento case di LocriEpizefiri

Ven, 14/06/2013 - 18:24

La donna è stata sempre, nel tempo,  ispiratrice di pensieri e azioni presso il proprio uomo oltre che solida garanzia del perpetuarsi della specie: innegabile fautrice, dunque, dell’evoluzione storica di intere società anche quando ancora le veniva negato qualsivoglia attivismo di carattere politico. Nell’antica Locri Epizefiri  vigeva addirittura  una società matrilineare per cui i figli assumevano il nome ed ereditavano i beni non dal padre ma dalla madre. E torna così il ricordo all’aristocrazia delle Cento Case i cui discendenti  avevano ereditato nome, beni e titolo nobiliare da alcune nobili donne attorno alle quali esiste una suggestiva leggenda: Mentre Troia era in preda alle fiamme, Aiace Oileo commise grave sacrilegio entrando in armi nel tempio di Atena e violentando la sacerdotessa Cassandra. L’ira della dea fu terribile: Aiace venne incenerito da un fulmine mentre, ancora sulla nave, si accingeva a tornare in patria; i miseri compagni, appena sbarcati, vennero invece colpiti da una terribile pestilenza. L’oracolo allora decretò che tale flagello avrebbe avuto termine solo se, per almeno mille anni, fossero state inviate annualmente due fanciulle vergini ad Ilio perché svolgessero i sacri uffici presso il tempio della dea. Così fu fatto e la pestilenza cessò. Le vergini inviate a Troia venivano scelte tra le giovani appartenenti alle cento famiglie aristocratiche più in vista del luogo, cioè tra le nobili delle “Cento Case”. Nel VII sec. a.Cr. alcune donne di queste famiglie partirono con i coloni alla volta del promontorio Zefirio collaborando, così, alla fondazione di Locri all’interno della quale l’aristocrazia  delle “Cento case” avrebbe costituito la classe dominante. Ad una società chiaramente matriarcale si ispira anche la leggenda della “Portatrice dell’anfora”, usanza che i Locresi avrebbero assunto dagli indigeni che erano soliti far precedere le processioni dei sacrifici da un giovane, scelto tra i più nobili ed illustri, recante tra le mani un’anfora. I Locresi,  invece, sostituirono al fanciullo una giovinetta vergine “…in quanto essi consideravano più nobili le donne” (Polibio).

Autore: 
Daniela Ferraro