Le duplicazioni informatiche e le prove a sorpresa

Mar, 14/01/2020 - 20:30
Giudiziaria

Sono utilizzabili le duplicazioni informatiche nel processo penale. È quanto stabilito da una recente sentenza della Corte di Cassazione che riguardo a un’eccezione difensiva sul punto rileva che, in tema di intercettazioni, va rappresentato che il Giudice dell'udienza preliminare aveva rilevato che il P.M., in sede di stralcio, aveva provveduto alla duplicazione dei supporti informatici delle registrazioni (non essendo in ogni caso più in uso, con le nuove tecnologie, nastri o bobine) e che gli stessi, come prevede l'art. 269 cod. proc. pen., erano conservati presso il P.M. non dovendo gli stessi essere materialmente presenti nel fascicolo delle indagini preliminari.
«Anche questa questione è stata risolta in modo conforme dalla Corte di appello alla quale era stata riproposta. Le censure difensive versate nei ricorsi, con le quali gli imputati hanno insistito sulla sussistenza della medesima causa di inutilizzabilità, si presentano manifestamente infondate e anch'esse non correlate alla risposta fornita dai Giudici di merito. Non viene infatti in discussione il deposito effettivo dei supporti informatici ai sensi dell'art. 268, comma 4 cod. proc. pen. presso l'apposito ufficio del P.M., ex art. 269 cod. proc. pen., dove il giudice e i difensori dell'imputato hanno facoltà di accesso e di ascolto delle conversazioni registrate - deposito che risulta effettuato dal P.M. con la duplicazione delle registrazioni, a seguito dello stralcio.
«A rafforzare la manifesta infondatezza della questione si pone in ogni caso il consolidato principio secondo cui, ai fini dell'utilizzabilità dei risultati di intercettazioni legittimamente eseguite in altro procedimento ai sensi dell'art. 270 cod. proc. pen., non è richiesto il deposito delle registrazioni di esse, come pure dei verbali e dei decreti di autorizzazione, atteso che tali inosservanze non rientrano fra quelle indicate, con carattere di tassatività, dall'art. 271 cod. proc. pen. (tra le tante, Sez. 4, n. 44518 del 24/09/2003, Grado, Rv. 226815; Sez. 5, n. 1801 del 16/07/2015, dep. 2016, Tunno, Rv. 266410)».
È stato altresì precisato che detto principio conserva la sua validità anche a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 336 del 2008 (che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale, in riferimento agli art. 3, 24, comma secondo, 111 Cost., dell'art. 268 cod. proc. pen., nella parte in cui non prevede che, dopo la notificazione o l'esecuzione dell'ordinanza che dispone una misura cautelare personale, il difensore possa ottenere la trasposizione su nastro magnetico delle registrazioni di conversazioni o comunicazioni intercettate, utilizzate ai fini dell'adozione del provvedimento cautelare, anche se non depositate) che ha ampliato i diritti della difesa, incidendo sulle forme e sulle modalità di deposito delle bobine: «ma senza incidere sul regime delle sanzioni processuali in materia di inutilizzabilità delle intercettazioni di cui all'art. 271 cod. proc. pen. (Sez. 5, n. 14783 del 13/03/2009, Badescu, Rv. 243609; Sez. 6, n. 48968 del 24/11/2009, Scafidi, Rv. 245542)».
Nella medesima sentenza si parla anche dell'introduzione tardiva di atti "a sorpresa" nel giudizio abbreviato e all'evidenza priva di fondamento e aspecifica rispetto a quanto accertato in sede di merito. Si trattava invero di mero errore di fotocopiatura di atti, pur indicati come presenti nel fascicolo ad quem con il provvedimento di stralcio.
A tal riguardo: «va rammentato che, nel giudizio abbreviato, sono utilizzabili gli atti legittimamente acquisiti nel corso delle indagini preliminari e noti all'imputato, anche se per mero errore o caso fortuito non siano materialmente allegati al fascicolo del pubblico ministero (per tutte, Sez. 6, n. 14884 del 21/02/2017, Pupi, Rv. 269895)».
In ogni caso, quanto alla dedotta "sorpresa" del tardivo inserimento degli atti, va evidenziato che: «in tema di introduzione di nuove "prove" nel giudizio abbreviato, la giurisprudenza è ferma nell'affermare che l'esercizio del potere d'integrazione, riconosciuto al giudice dall'art. 441, comma 5, cod. proc. pen., non è sindacabile in sede di legittimità, trattandosi di valutazione discrezionale (tra tante, Sez. 6, n. 49469 del 18/11/2015, V D M, Rv. 265905)»

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