Le falsità degli storici su Tommaso Campanella

Dom, 18/10/2020 - 17:30

Fin dalle sue origini, la teoria della Città del Sole, comprese tutte le opere di Tommaso Campanella, ha dovuto fare i conti con vere e proprie ondate di attacchi ostili provenienti da buona parte degli storici e dei critici letterari, o presunti tali, omologati e asserviti alla cultura dominante di ogni tempo, tratteggiando l’intera Opera con il termine di “utopia”, e colorando questa nobile parola di un significato sarcastico, surreale.
Si è creata attorno una nebulosa di diffidenza e di perplessità denigratoria con lo scopo di snaturare quelle idee definite irrealizzabili.
Non sono esenti da questa responsabilità quegli storici e ricercatori come Giovanni Gentile, Giovanni Papini, Adriano Seroni, Asor Rosa, e altri che, in tempi più vicini a noi, pur accogliendo “La Città del Sole” e le altre opere commentandole con merito e con dovizia di particolari, in conclusione, si sono uniformati alla storiografia falsata costruita nel passato.
Ancora più responsabili sono da ritenersi gli autori Luigi Firpo e Germana Ernst, storici e  ricercatori di spessore che hanno elaborato, tra l’altro, un’operazione revisionistica deformando i connotati del pensiero filosofico del Frate Domenicano e facendolo passare, da genuino rivoluzionario e antagonista del Potere, a una posizione di “conversione” allo scopo di riportare il Filosofo di Stilo tra le braccia di madre Chiesa da “riformatore”.
Queste tesi sono un corollario di invenzioni prive di fondamento, che vengono smentite dallo stesso Campanella con le sue Opere.”
Tuttavia vi sono degli scritti (vedi le posizioni contro Luterani, Calvinisti, Eretici), elaborati durante il terzo processo, che si prestano a far pensare a un’eventuale passo indietro verso la conversione, ma gli storici di cui sopra trascurano volutamente che Campanella, maestro della finzione (vedi simulazione della pazzia) utilizza questo stratagemma per salvarsi dal rogo o per evitare il carcere.
Leggendo onestamente, senza pregiudizi, e osservando con attenzione la sequenza cronologica degli elaborati campanelliani si riscontra in modo inequivocabile che le visioni revisionistiche degli “storici” già citati sono da sconfessare e da rigettare nella loro totalità, poiché gli elaborati stessi dimostrano che “nell’esperienza umana, filosofica, religiosa del Campanella non c’è alcuna ‘conversione’ che ne spieghi il passaggio dalle posizioni giovanili, che sono alla base della rivolta del 1599, a quelle successive che sarebbero state connotate da un’adesione, in varie forme, all’ortodossia cristiana” (da Luca Addante).
Viene da pensare che, se Campanella avesse avuto dei ripensamenti tali da considerarsi un passo indietro verso la “conversione” sarebbe stato Lui stesso a rimettere le mani sulle sue opere per modificarle; ha avuto tutto il tempo di farlo, soprattutto negli ultimi anni di vita, trascorsi liberamente in Francia.
Ma tutto ciò non è mai avvenuto e, dunque, ci troviamo di fronte a un “vade retro” della Storiografia di Potere e verso un giusto ripristino della verità che rappresenta, questo sì, la vera “riabilitazione” del Filosofo di Stilo.
È opportuno chiarire una volta per tutte, in risposta ai suoi “detrattori”, che Campanella non si è mai “convertito” e, soprattutto, non fu un “utopista”, come si vuole far credere, perché se per utopista s’intende colui che immagina cose impossibili da realizzare, il Filosofo Domenicano non può essere considerato tale, poiché le Sue teorie hanno avuto numerose applicazioni pratiche con risultati socio-politici di grande rilievo storico a livello mondiale.
Si conclude, dunque, che Tommaso Campanella, come Marx, Engels e altri, fu un “grande pensatore” di straordinaria coerenza.

Autore: 
Giorgio Bruzzese
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