Le molte verità sulla Locride

Mar, 24/01/2006 - 00:00

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L’anti - retorica per eccellenza. In questo testo l’altra faccia del dopo fortugno. Quella non riportata da nessun giornale. Il vero volto di una locride che giorno dopo giorno si avvicina a quella rontiera di sub-cultura difficilnmente ritrovabile in Occidente. I veri responsabile del sottosviluppo non sono soloi mafiosi, ma coloro che in un certo senso si "servono" di loro e con loro programmano da più di 30 anni

•    “Sopra eroi e tombe”, il romanzo di Antonio Sabato, evento editoriale dei primi anni ottanta, ci è venuto in mente appena appreso lo strepito emotivo suscitato intorno allo show di Jovanotti. “Sopra eroi e tombe”, ci è ritornato, poi, più imperioso, leggendo il paginone dedicato dal quotidiano “Repubblica” alla relazione del Procuratore Grasso sull’omicidio dell’On. Fortugno, paragonato, dall’alto magistrato, addirittura a quello di Aldo Moro. Esagerazioni, emozioni, paradossi, richiami ad angoscianti memorie ci impensieriscono perché altro non sono che sintomi del pensiero debole che grava inesorabile, come la nebbia sui passanti di Dublino, sulle nostre teste in questi tempi. Il Jovanotti-pensierom anzi, ci fa paura, così come temiamo chi si abbandona ad equazioni ontologicamente insostenibili. Non abbiamo assolutamente nulla, nè contro il cantautore e la sua musica, né contro il pensiero (se rimane tale, diosanto!) del Procuratore Grasso; di fronte a tanto clamore, però, l’“est modus in rebus” qualcuno lo deve pur pretendere. E se si può apprezzare la testimonianza che Jovanotti ha dato di sé stesso, dicendo che lui è “soltanto uno che scrive canzoni” e che, quindi, non ha ricette da proporre a questo profondo Sud che pure lo ha innalzato a bandiera di chissà quale riscatto morale e sociale, certo non si può apprezzare chi dimentica che Moro fu “processato” dalla Brigate Rosse, fu “esposto” alla macchina fotografica con la bandiera rosso-stellata sullo sfondo, fu “prigioniero” autorizzato a scrivere ai suoi per spiegarsi e spiegare; non fu chiamato per nome e freddato con tre o quattro colpi di pistola, come un mafioso qualsiasi cui non è dovuto neppure morire seduto! E che diamine, possibile che la scenografia per il Procuratore Grasso non conti e che, solo per lui, il “modo col che accadono gli eventi” (a queste latitudini sempre esantematico) non abbia senso? Ciò che c’è dietro Jovanotti, la cornice creata intorno al suo spettacolo e a dispetto delle sue parole fa il paio con chi sembra voler chiudere gli occhi, mistificando “la realtà delle cose”. Basta che qualcuno si proponga (o sia proposto) come cassa di risonanza di slogan più o meno d’effetto e il fenomeno monta l’emozione, l’immaginario si propaga fino all’inverosimile e tutto diventa “normale”… pure accomunare Fortugno a Moro. Pazzesco; ma non ci dite che non è così! Abbiamo visto tutti com’è finita con Jovanotti: lo showman, al di la di quanto ha affermato, prima dell’esibizione, è stato pronto (non si sa se per contratto) a rendere omaggio alla casa diventata l’”altare della patria” di una locride che vive di apparenze e di menzogna, esaltando in pubblico ciò che in privato critica e censura. E Grasso, in perfetta sintonia, ha fatto il resto. L’eroe così è creato e la calca monta spinta da accorte regie che promuovono l’ovvio. Giovani che predicando tranquillità, libertà e quant’altro, senza che vi sia alcuno che dica loro che tutti si ha voglia di vivere liberi e tranquilli; alti magistrati che, come politici rotti ad ogni evento, si abbandonano ad affermazioni senza senso… Ci si rende conto che proclami, similitudini a dir poco inopportune, fenomeni di piazza non tolgono e non aggiungono niente ad una realtà che è tutta da sviscerare nelle sue intrinseche contraddizioni? Lo si vuol comprendere che pure chi spara vorrebbe stare bene e vivere in pace senza sparare? E’ troppo chiedere di sforzarsi un poco per capire che è troppo facile prendere posizione, predicando contro la violenza, disinteressandosi di ciò che la produce? A Mammola (paese che  riteniamo shekspeariano per eccellenza) di taluno che muoia ucciso, di solito si dice “l’amaru, cu sapi chi fici?” e l’espressione, all’interrogativo retorico suona più di un affermativo. Dietro ogni evento c’è sempre una causa ed è quella che va individuata, considerata, investigata, compresa. E’ soltanto da sciocchi “fermarsi sulla soglia”, prendere posizione contro la violenza (o la mafia, che è lo stesso) e così accentuare il divario tra chi la violenza ha posto in essere e chi la violenza ha subito, come se le colpe dell’uno siano il naturale contraltare delle virtù dell’altro. Eccolo il pensiero debole al fondo di tutto: la vittima è sempre virtuosa; il carnefice è sempre fetente. Basta porsi, allora, dalla parte della vittima e il gioco è fatto; ciò che è ovvio risolve il problema ed è fin troppo ovvio che l’uso della violenza vale in se a disinteressarsi, tanto della ragione prossima che l’ha mossa, così come della ragione remota che ha determinato (e determina tuttora, purtroppo) che il disappunto e lo scontento si esprimano in gesti estremi e violenti. Ma cosa si è fatto in trenta anni di potere democristiano e in venti anni di consociazione cattocomunista se non emarginare di più chi era già emarginato di suo? Cos’hanno fatto per gli uomini che usano la violenza coloro che, di volta in volta, proprio a loro (alla mafia) si sono rivolti per essere eletti e, vincendo, hanno “gabbato lo santo” distribuendo magari milioni di diplomi e di lauree inutili che hanno prodotto medici, ingegneri, avvocati e (ahinoi!) insegnanti ignoranti? Chi, tra coloro che hanno vinto, si è avvicinato davvero al mondo emarginato nel quale più facilmente alligna la violenza per dare qualcosa di concreto che non fosse la promessa (di indulgenza per taluno, del posto o dell’affare per altri) magari poi effettivamente mantenuta quale contropartita di un simoniaco scambio? Dov’è la virtù in tutto questo? E dove sono le colpe, una volta superato l’ovvio dato dal fatto che la violenza è sempre male?... E tutto questo (e altro ancora), che è la realtà meridionale dalla seconda metà del novecento in poi, che ha da spartire, dunque, con Aldo Moro e le Brigate Rosse? “A finimu cu ‘stu cinema?”, usava rispondere un magistrato smaliziato ai politici che gli chiedevano conto della mafia. La vogliono smettere, lor signori, di continuare a mentire per salvare le apparenze? E ai giovani, a quei giovani sui quali è più facile far breccia perché è della gioventù credere, fortissimamente credere (anche che per vincere la guerra contro gli Stati Uniti possano bastare otto milioni di baionette) qualcuno vuole dire che il cambiamento (quello vero) non passa per le parole (troppe) di chi, dignitosamente, dovrebbe ancora piangere, né per le urne di eroi di cui si aspetta ancora di conoscere le gesta. A fermarsi a questo e far montare l’emozione non si cambia niente; anzi, domani ci si troverà di fronte ad una classe dirigente che all’emarginato violento continuerà a chiedere, promettere e dare, secondo lo stesso costume… che passa davvero, ignominiosamente, sopra gli eroi (quelli veri) e le tombe.
Cirillo e Metodio

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